Gli spaghetti alla bolognese? Sono nati a Torino, lo certifica l'Università di Bologna

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 21/02/2021


Se non li avete mai sentiti nominare, non c’è da stupirsi. Gli “spaghetti alla bolognese” sono infatti un piatto che compare stabilmente nei menù all’estero, particolarmente apprezzato dall’Europa alle Americhe, anche da coloro che credono – a torto – di mangiare un piatto tipico della cucina emiliana. Ma anche molto poco presente nei menù nostrani, e guardato con orrore dai più ferrei cultori dei sapori del Belpaese.

Come riportato da Stefano Carnazzi in un articolo pubblicato in occasione di Expo Milano 2015, “Questi spaghetti alla Bolognese sono una delle specialità preferita dalle famiglie in Germania, che li comprano congelati, oppure trovano il sugo pronto in buste o in barattoli. Sono stati, l’anno scorso [in riferimento al 2014, ndr], il terzo piatto più mangiato dai dipendenti tedeschi nelle loro mense aziendali (mentre la pizza è discesa al nono posto) secondo l’azienda Apetito che che distribuisce giornalmente un milione e 300mila pasti pronti alle mense. Secondo Henry Dimbleby, cofondatore di una catena di fast food inglese, la pasta alla bolognese «è adesso il secondo piatto più diffuso servito nelle case della Gran Bretagna»”.

Carnazzi sostiene, inoltre, che “Non è un piatto italiano, ma gli spaghetti alla Bolognese sono una ricetta così di successo a livello mondiale, un errore così diffuso, che gli abitanti di Bologna stanno decidendo di adottarla”. Ed è vero: “Potremmo usare come marchio il falso mito della ‘sauce’, adottandolo per la nostra rete di ambasciatori nel mondo – proponeva a suo tempo l’assessore al Marketing di Bologna, Matteo Lepore – quindi sfrutteremo i prodotti che magari di bolognese hanno ben poco per promuovere comunque il nome della città”.

Ma si tratterebbe di un errore. E a certificarlo sono oggi nientemeno che due storiche dell’alimentazione dell’Università di Bologna. Come riportato dal giornalista Andrea Parodi sul proprio canale YouTube, “l’icona pop della cucina italiana nel mondo è nata a Torino a fine ‘800”. La scoperta delle due ricercatrici, Patrizia Battilani e Guliana Bertagnone, è stata recentemente pubblicata nel libro Bologna, l’Italia in tavola, edito da Il Mulino e scritto da Massimo Montanari, docente di storia medievale nella città petroniana e autorevole figura nel campo della storia alimentare.

All’origine del falso storico vi sarebbe un’inserzione pubblicata su La Stampa, nella quale tra i piatti proposti dal ristorante dell’Hotel Ville et Bologne (l’attuale Hotel Bologna di Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla stazione di Porta Nuova), figurano gli “Spaghetti di Napoli alla bolognese”. L’hotel era tra i più rinomati della città: frequentato dalla nobiltà e dall’alta borghesia torinese della Belle Époque, ospitò ripetutamente il Presidente del Consiglio Giolitti nel corso dei suoi soggiorni torinesi.

Nel 1898 lo chef del ristorante, in un vero e proprio omaggio alla cultura gastronomica del giovane Regno unificato sotto le egide sabaude, associa due dei prodotti tipici della tradizione peninsulare: gli spaghetti napoletani con il ragù bolognese. Inconsapevolmente, il maitre dà vita a una vera e propria bandiera della cultura italiana nel mondo. Dopo una prima diffusione in città (le due docenti hanno trovato tracce degli spaghetti alla bolognese nei menù di altri ristoranti coevi), gli emigrati contribuiscono a esportare il piatto nel resto d’Europa e in America, dove conosce un successo quasi immediato. Un falso piatto tipico, dunque. Ma, scrive Montanari: “Esiste forse qualcosa, nelle pratiche di cucina, che non sia stato inventato da qualcuno prima di diventare patrimonio collettivo?”.