Il Ricetto di Candelo, la Pompei medievale del biellese che non sappiamo valorizzare

di ILARIA CERINO
pubblicato il 20/02/2021


Dovrebbe e potrebbe essere uno dei più riconoscibili simboli del Piemonte in Italia e all’estero. Il Ricetto di Candelo rappresenta, d’altronde, una vera e propria Pompei medievale all’ombra delle Alpi biellesi, almeno stando alla descrizione che ne ha fornito la nota emittente CNN. Un connubio, quello tra il pregio storico del sito e lo spettacolare scenario naturale nel quale è immerso, che con l’ausilio di congrui investimenti renderebbe il borgo una destinazione turistica di primo piano.

Nel Ricetto, inserito nel circuito dei borghi più belli d’Italia, il tempo si è fermato. Fortificazione collettiva sorta per iniziativa della popolazione di Candelo negli anni a cavallo tra XIII e XIV secolo, questo ricetto è il più intatto di tutti quelli del Piemonte: il tessuto urbanistico e la struttura originaria, preservatisi integralmente, ne fanno il migliore esemplare di tutti i ricetti del Piemonte ed un unicum nel suo genere.

Come suggerito dal nome (il termine Ricetto deriva dal latino receptum, che significa ricovero, rifugio, e indica un luogo difeso, cinto da fortificazioni, utilizzato come deposito per i prodotti agricoli, in particolare granaglie e vino), la gente di Candelo lo utilizzava come magazzino in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina: fino a pochi anni fa, infatti, nelle “cellule” si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra.

Se la Storia medievale, quella con la S maiuscola, non è fatta solo di bastioni turriti, affreschi giotteschi e grandi scontri campali, e se lo storico – citando Marc Bloch – deve saper studiare “anche la marmellata”, allora è innegabile che il Ricetto di Candelo rappresenti un tesoro che in qualsiasi altro angolo d’Europa assurgerebbe al rango di capolavoro assoluto.

Il Ricetto, in Italia, paga dazio: immerso tra i capolavori artistici e architettonici del Belpaese, il pubblico di massa parrebbe aver finito con il giudicarlo “minore”, distante dai fasti di realtà più blasonate (o magari soltanto meglio promosse nei quadri del marketing territoriale di altre Regioni). Una sorte, questa, che condivide con tante altre realtà culturali della penisola.

Oggi il Ricetto è una delle mete piemontesi votate all’undertourism, tendenza che negli ultimi anni sta portando a riscoprire tesori e benefici delle località distanti dalle dinamiche del turismo di massa. Secondo Martha Friel, ricercatrice e docente di management del turismo all’università Iulm di Milano e responsabile dell’area Turismo e territorio della sede milanese del Centro studi Silvia Santagata di Torino, la sfida di Candelo è sfruttare questo trend attraendo turisti da un bacino sempre più ampio, puntando alla costruzione di un’offerta che sappia coniugare anche i mondi del Made in Italy e delle eccellenze enogastronomiche (che nel biellese non mancano).

Nel 2018 Candelo ha totalizzato più di 330.000 visitatori. Benché il numero possa apparire alto per una realtà non prossima alle grandi arterie di comunicazione e alle infrastrutture aereoportuali, solo 140.000 turisti non provengono dal Piemonte. E i numeri relativi ai turisti extraitaliani sono ancora risibili. Si tratta di un turismo di prossimità, che attinge principalmente dal bacino del Nord Italia, che certifica come il Ricetto sia più che altro meta di gite giornaliere fuori porta piuttosto che parte di itinerari di viaggio. Dal 2013 al 2018 sono stati calcolati solo 616.000 euro di ricadute sul territorio per hotel, bed&breakfast, affittacamere e agriturismi e una media di 400.000 euro all’anno spesi dai turisti per acquisti e ristorazione. Nel 2019 è andata peggio: con il Ricetto orfano dei “grandi” eventi ospitati fino all’anno prima, i turisti sono scesi a quota 120.000.

A frenare le potenzialità turistiche del sito sono diversi fattori. Innanzitutto, il frazionamento proprietario delle cellule del Ricetto: gli edifici che lo costituiscono sono infatti quasi tutti privati, e il gran numero di possessori non aiuta nell’elaborazione di strategie comuni di crescita. Ma non solo. I fondi per un progetto di sviluppo globale integrato scarseggiano, manca un “pacchetto” turistico capace di rispondere alle esigenze di un turismo plurigiornaliero, e tanto la popolazione quanto le istituzioni sembrano ignari di come una simile risorsa possa diventare motore di sviluppo non solo per il Comune, ma per l’intero territorio circostante. Puntare sull’undertourism va bene, ma fino a un certo punto: curare e valorizzare il patrimonio culturale richiede denaro. E il denaro, prima di spenderlo, bisogna intascarlo.