Damilano raddoppierà il fatturato di Torino? Al Museo del Cinema ha lasciato i conti in rosso

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 24/01/2021


Paolo Damilano, candidato sindaco del centrodestra a Torino per le amministrative 2021, dichiara in un’intervista al Corriere la volontà di raddoppiare il fatturato della città: «Bisogna ammetterlo: il Comune è tecnicamente fallito. Ed è inutile lambiccarsi il cervello per addossare la colpa a questo o a quello». E ancora: «I fondi dell’Europa saranno determinanti, ma anche lo Stato dovrà fare la sua parte: il Piemonte non riceve dal governo l’attenzione che merita in termini di risorse. Per cui il prossimo primo cittadino dovrà pretendere più contributi statali e lavorare per raddoppiare il fatturato dell’azienda “Città di Torino”».

Propositi nobili, che non possono trovarci in disaccordo. Ma quando Damilano parla di bilanci, la memoria non può che riportare all’autunno del 2016, quando al Museo del Cinema, con un colpo di scena degno di Hitchcock, si scoprì che i conti non tornavano. Nell’anno i cui la crescita degli incassi di biglietteria del museo superò i 600.000 euro rispetto all’anno precedente, il CdA presieduto da Damilano riuscì nell’infelice impresa di ritrovarsi con un cospicuo disavanzo in bilancio. In un primo momento valutato in circa un milione di euro, salvo poi – fortunatamente – calare progressivamente fino a toccare quota 181.000.

Fatto ancor più grave perché fino a novembre 2016 il bilancio (che all’epoca veleggiava intorno ai 14 milioni di euro complessivi) appariva in ordine, evidenziando la pressoché totale mancanza di controllo circa conti e procedure. E, per quanto sia vero che il contratto dell’allora direttore Alberto Barbera – inviso alla giunta pentastellata da poco insediatasi – lo legava a precise responsabilità finanziarie, per quanto sia vero che quello di presidente del Museo del Cinema era ed è tutt’oggi un ruolo con funzioni prettamente rappresentative, in quella svista che ha del clamoroso il consiglio di amministrazione, presidente Damilano incluso, ci mise del suo. D’altronde, il non sedere tra i banchi del parlamento non consente al Presidente della Repubblica il lusso di non sapere cosa nel Parlamento accada. E qui vale pressappoco lo stesso principio.

Proprio in merito al fumoso contratto di Barbera (prima allontanato con una delle solite sceneggiate da politica sabauda, poi richiamato in qualità di consulente artistico) si potrebbero aprire fior di considerazioni circa la politica manageriale del Museo del Cinema – a tutti gli effetti un’azienda, peraltro con un bilancio affatto indifferente – nel corso della presidenza Damilano, sotto la quale l’ente rimase per mesi sprovvisto di un direttore: e proprio Damilano, imprenditore, dell’importanza di decisioni celeri in fatto di nomine ai vertici aziendali avrebbe dovuto essere al corrente. Ma apriremmo una voragine cronachistica non esauribile in un articolo, e che per fortuna è acqua passata.

La storia dell’altra voragine, quella di bilancio, si chiuse con la definitiva defenestrazione di Barbera, eretto dal mondo politico a capro espiatorio di turno (come buona tradizione sotto la Mole prevede), e l’arrivo di Laura Milani alla presidenza in luogo di Damilano: in un anno il rosso di quasi duecentomila euro si trasformò in un avanzo in bilancio superiore al mezzo milione. Ma, va detto, su Damilano pesarono anche i tagli dei sussidi comunali al Museo del Cinema effettuati nel bilancio 2017.

Damilano è un uomo e un imprenditore capace, nutriamo pochi dubbi. Ed è a nostro avviso uno dei migliori profili che il centrodestra potesse tirar fuori dal cilindro per le amministrative torinesi. Nel caso fosse eletto, è tanto nel suo interesse quanto nel nostro che riesca effettivamente a raddoppiare il fatturato del Comune, che non ha mancato di definire “azienda”. Ci permettiamo quindi, a tal proposito, di riportare la lezione di Montanelli, gelido nel giudizio su un ben più noto imprenditore dalle aspirazioni politiche: un’azienda non è uno Stato. E non si può supporre di amministrare un’istituzione pubblica – sia un Comune, un Ministero o uno Stato – con i riti del mondo imprenditoriale.