Il triste destino delle istituzioni culturali piemontesi, sempre più politiche e sempre meno culturali

di MICHELE BARBERO
pubblicato il 23/01/2021


Premessa: come abbiamo più volte ribadito, non ci si può aspettare che alla cultura tenga chi di cultura è sprovvisto. L’assessore Leon di cultura non è certo sprovvista – per quanto ne si possano contestare le politiche degli ultimi cinque anni, il curriculum parla per lei –, ma che debba rendere conto ad altre voci nella maggioranza è indubbio. Non la prenda sul personale, l’assessore. Si chiama politica, e la considerazione valeva a Torino e in Italia prima del suo arrivo sulla scena, e continuerà a valere quando dalla scena sarà scomparsa.

Per questa ragione non appare strana la mozione proposta da Leon votata e approvata dal Consiglio Comunale torinese, avente come oggetto la proposta di modifica statutaria di Film Commission Torino Piemonte concordata con la dirimpettaia in Regione Vittoria Poggio. Con deliberazione del Consiglio Comunale dell'11 ottobre 1999 (mecc. 9904649/45), la Città di Torino approvava la costituzione, di concerto con la Regione Piemonte, della Fondazione Film Commission Torino - Piemonte e il relativo schema di Statuto.

Le modifiche proposte da Leon riguardano tre articoli statutari. Come riportato nella mozione, la modifica dell’articolo 3 “amplia le finalità attribuite dallo Statuto alla Fondazione, includendovi la promozione delle risorse professionali tecniche e artistiche attive sul territorio regionale ed estendendo il campo di attività della Fondazione oltre che al cinema a tutto il settore audiovisivo”. E fin qui l’assessore ci trova d’accordo. Piccoli organismi indipendenti, spesso incapaci di fare rete e fautori di quei campanilismi istituzionali ben noti in Italia, non servono a nessuno. E costano, oltre che non di rado risultare improduttivi.

Le modifiche più importanti interessano tuttavia gli articoli 7 e 8: “recependo le prescrizioni normative in materia di società a partecipazione pubblica e in coerenza con il principio generale relativo alla separazione tra funzione di indirizzo politico e gestione, sono state cambiate le modalità di composizione del Consiglio di Amministrazione e di nomina del Presidente e del Vice-Presidente della Fondazione, con la parziale riformulazione degli articoli 7 (Presidente - Vice-Presidente) e 8 (Consiglio di Amministrazione) dello Statuto. Viene pertanto eliminata la previsione della nomina degli Assessori alla Cultura di Regione e Comune, quali membri del Consiglio di Amministrazione, e previsto che il Consiglio di Amministrazione sia costituito da tre componenti nominati dalla Regione Piemonte, di cui uno assume la carica di Presidente, e due componenti nominati dalla Città di Torino, di cui uno assume la carica di Vice Presidente”.

Scompare così la figura degli “esperti in materia”, i tre tecnici – due dei quali nominati dalla Regione, uno dal Comune di Torino – che fino ad oggi come membri del CdA hanno affiancato i volti della politica nella gestione della società di promozione cinematografica piemontese.

Quella della lottizzazione politica di cariche culturali (ma anche pubbliche in generale) è una storia che a Torino e in Italia non ha neanche più il pregio dell’originalità. Noi non ne siamo stupiti, tutt’altro: che profili culturali alla guida delle istituzioni culturali siano causa di mal di pancia in seno ai partiti lo sapevamo già. Le defenestrazioni di Alberto Barbera dal Museo del Cinema – additato come origine di ogni male per quei 181.000 euro di deficit registrati nel 2016, quando la presidenza dell’ente era in mano all’attuale candidato sindaco di Torino del centrodestra – e di Noseda dal Regio nel 2018 lo testimoniano.

Ci domandiamo, piuttosto, ora che il posto a tavola per gli esperti è stato tolto, quale possa essere il futuro di Film Commission e della valorizzazione dell’audiovisivo locale. E quanti posti a tavola per amici e parenti del mondo politico saranno aggiunti, in un panorama audiovisivo ad oggi già sufficientemente lottizzato (come nel resto del Paese), incapace di coltivare i propri talenti e di finanziare produzioni qualitativamente competitive nel mercato cinematografico globale. Ma l’attuale stato comatoso del cinema nazionale e piemontese, distante anni luce dalle esperienze di Fellini e Soldati, nonché dal tanto deprecato ma efficiente modello statunitense, a qualcosa sarà pur dovuto.