Vittorio Emanuele II guida l'attacco al colle di San Martino, particolare dell'affresco di Raffaele Pontremoli

Reato d'opinione

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 12/01/2021


Pochi giorni fa ci è capitato sott’occhio un pezzo del Corriere della Sera nel quale si raccontava di come i ragazzi di quattro scuole di Lombardia e Piemonte siano stati impegnati nel dare un’identità a quanti combatterono per l’Italia nelle battaglie di Solferino e San Martino. E già una prima critica si potrebbe muovere al cappello dell’articolo, dal quale si dedurrebbe che si sia provveduto a fornire ai combattenti una identità da zero, quando invece si scopre qualche riga dopo che si è trattato di un trasferimento meccanico di informazioni dai registri in cui sono riportate in un database digitale della Società di Solferino e San Martino. E trattandosi di un articolo digitale, che richiede come requisito di lettura integrale l’essere abbonati, non è problema di poco conto. Ma non è questa la sede per discutere di giornalismo pressappochista.

Ad aver catturato la nostra attenzione è stata la sezione commenti del post della pagina Facebook del Corriere, nei quali individui di discutibili competenze grammaticali e sintattiche – orbitanti nella sfera settaria del neoborbonismo – hanno lanciato la consueta bagarre anti-risorgimentale, anti-italiana e immancabilmente anti-piemontese, tentando come da loro abituale canovaccio di convincere che la “vera” storia d’Italia fosse un’altra rispetto a quella raccontata. Che coinciderebbe, neanche a dirlo, con la loro versione.

Questo genere di retorica – lo mettiamo in chiaro da subito: non suffragata da alcuna fonte o documento, e smentita nelle sue tesi da illustri storici di professione, buona parte dei quali meridionali – non è certo nuova, e non ce ne stupiamo. E non è nemmeno retorica loro: già al raduno riminese di Comunione e Liberazione del 1990 si tentò di riscrivere la storia patria. Si disse che Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini e Garibaldi avrebbero dovuto finire a Norimberga invece che monumentati nelle piazza delle nostre città. Si disse che il Risorgimento – anzi, il risorgimento – fu soltanto una congiura di borghesi reazionari e massoni del Nord, piemontesi e lombardi nella fattispecie, contro le masse popolari che non lo volevano.

Per quanto fesserie di simile levatura possano stuzzicare tanto l’analfabeta complottista di turno quanto l’individuo sufficientemente istruito per cogliere le coordinate storico-cronologiche del discorso, ma non al punto da verificarne e contestarne assunti e conclusioni, dobbiamo far presente che si tratta di voci ampiamente smentite dagli storici di professione. Vale a dire quel genere di studiosi che della puntuale ricerca d’archivio fanno la prassi del loro mestiere, e che per quel mestiere vengono per anni formati.

Non staremo qui a confutare, per l’ennesima volta, sciocchezze di tal guisa, che come visto non hanno nemmeno il pregio della novità. Ci hanno d’altronde già pensato accademici più illustri e preparati di noi, come non avevamo mancato di far notare solo poche settimane fa. Quello che ci interessa in questa sede è il riflesso tutt’altro che trascurabile che esercitano nel campo della cosiddetta “cultura di massa”, ma che di culturale non ha niente, se non il degrado.

Perché sotto la maschera mezzo missionaria e mezzo sagraiola dei neoborbonici si nasconde uno spirito di crociata che, tra i suoi infelici corollari, ne include uno molto particolare: se si è torinesi, o meglio ancora piemontesi, non si è legittimati a parlare di Risorgimento. Nemmeno se, contrariamente alla quasi totalità dei pellegrini neoborbonici, si è storici di formazione e professione.

Un destino da noi condiviso con quella schiera di arguti studiosi meridionali – come la professoressa Antonella Orefice – che, a causa di indagini da loro condotte con crismi e criteri previsti dalla prassi storiografica, rifiutano il discorso rivendicazionista dei neoborbonici. E che per questo diventa un ascaro, degno di riprovazione civile e morale da parte di quella comunità che, solo perché meridionale, dovrebbe accettare passivamente le tesi dei vari Aprile, Di Fiore, De Crescenzo e Del Boca. Come scritto dallo stesso De Crescenzo in uno dei suoi compendiati libelli (no, non ne citeremo il titolo: per far pubblicità dobbiamo come minimo essere pagati), chi rifiuta la necrofagica controstoria neoborbonica «lo fa solo per coprire le proprie responsabilità storiografico-culturali o dirette e in entrambi i casi si tratta di colpevoli complicità o di omesse denunce».

D’altronde la dimensione della polemica neoborbonica non è storiografica – e non potrebbe essere altrimenti: è storiograficamente inattendibile –, bensì pubblica e, dunque, politica. Non è un caso che nel 2019 il Movimento Neoborbonico abbia annunciato la propria “discesa in campo”. Come argutamente suggerito dal giornalista sannita Giancristiano Desiderio, «Il Movimento neoborbonico non è un centro studi, non esprime giudizi storici, non ha per scopo la verità storica ma è un’organizzazione politica che fa propaganda, esprime valutazioni politiche e ha per scopo la conquista di voti. È un passo avanti significativo perché la chiarezza e il riconoscimento sono importanti elementi della vita civile e della democrazia che, all’inverso, risentono della confusione, dell’ambiguità e delle false identità. Da oggi sappiamo che i neoborbonici non ci raccontano come andarono veramente i fatti nel passato ma, tutt’al più, ci forniscono una loro versione di comodo del passato nel tentativo di giustificare la loro esistenza nel presente per affermarsi elettoralmente».

Ciò che i neoborbonici seguono a non voler capire è il ruolo dello storico nella società contemporanea successiva al secondo conflitto mondiale. Storico a cui non importa parteggiare per gli uni o per gli altri – roba da tifoserie, non certo da accademici – quanto l’approccio più oggettivo e scientifico possibile dei documenti, delle fonti e di tutto quell’apparato di reperti utili a fornire ricostruzioni il più dettagliate e imparziali (che non implica affatto il non prendere posizione, beninteso) possibile. Si potrebbe obiettare che, da buoni tifosi, capiscano benissimo senza darlo a vedere. Dobbiamo dissentire: le doti di linguaggio spesso e volentieri esibite ci lasciano dedurre che il potenziale intellettuale sia scarso.

Un paradossale aspetto del bombardamento mediatico paralogico di matrice neoborbonica degli ultimi anni è la condivisione della sfera comunicativa con i leghisti “bossiani” della prima ora, che nella dissacrazione del Risorgimento avevano anticipato tanto i neoborbonici quanto Comunione e Liberazione. Le ispirazioni sono diverse, i nemici sono comuni: oltre lo Stato unitario (che non significa necessariamente antifederalista) e laico, un rigoroso approccio alla storia comune, non piegata a interessi di parte, e quelli che una volta erano chiamati e considerati i Padri della Patria.

Che probabilmente non furono grandi padri, con alcune eccezioni, ma che diedero seguito nel bene e nel male alle aspirazioni della penisola (i cui popoli l’Unità la invocavano eccome, a dispetto di una delle tante fake news circolate negli ultimi anni). E la cui unica colpa – nel centosessantesimo anniversario della patria unificazione – parrebbe, per certi tra loro, il solo essere piemontesi.

Una volta dileguatasi l’impellenza pandemica, dovremo fare i conti con un altro virus: quello della disinformazione consapevole e della tuttologia da bar. Da che parte, nel nostro piccolo, stiamo noi, ci sembra superfluo dirlo. E ci stiamo, sia ben chiaro, con la piena consapevolezza di quelli che furono gli errori del processo unitario. Ma anche con due assai chiare certezze.

La prima: gli errori di metodo non appartengono al repertorio di chi allo studio professionale della storia ha dedicato l’esistenza. Motivo per cui, con le fonti di cui ora siamo in possesso, tracciare un panorama obiettivo di quello che fu il Risorgimento non è impresa impossibile (molti testi neoborbonici millantano di presentare sempre “nuove fonti”: li abbiamo letti – ahinoi – e si tratta puntualmente di fonti già conosciute). La seconda: anche se con noi non c’è tutto il meglio, di certo contro di noi c’è tutto il peggio.

Non dobbiamo commettere l’errore di reputare il web una proporzionata proiezione della realtà: benché goda di una diffusa nomea digitale, il neoborbonismo è in realtà meno radicato di quanto si creda. «Ma ciò - ha osservato il giornalista Saverio Paletta, fondatore de L'Indygesto - non deve farcene sottovalutare la pericolosità: le fake, quando entrano in circolo, diventano malattie autoimmuni». Così come non dobbiamo commettere l’errore di reputare l’opinione neoborbonica una lettura della Storia degna di essere ascoltata o rispettata: la storia non è faccenda di opinioni, ma di fonti. Di fonti utili a sostenere la crociata capeggiata da Aprile e Di Fiore, si creda ciò che si vuole, ma non ne esistono. E le opinioni non suffragate da una minuziosa documentazione non sono opinioni: sono buffonate degne dei QAnon statunitensi (d'altronde, i leitmotiv della comunicazione di neoborbonici e QAnon sono pressappoco gli stessi). Alla luce del crescente tasso di alfabetizzazione in Italia, seppur tra pochi alti e molti bassi, il neoborbonismo non è un’opinione. È un crimine.