Giovanni Panealbo (attribuito), particolare del ritratto di Amedeo VIII, ultimo quarto del XVIII secolo, olio su tela, Reggia di Venaria

Il trionfo della diplomazia. Amedeo VIII, il sovrano ''Pacifico'' che divenne antipapa

di REDAZIONE
pubblicato il 07/01/2021


Il figlio e successore di Amedeo VII, il noto “Conte Rosso”, non poteva essere più diverso da suo padre. Strabico, esile, balbuziente, a stento capace di cavalcare e tirare di spada nonostante l’educazione militare impartitagli, nulla aveva del cavaliere medievale, al contrario dell’illustre genitore. Eppure seppe rivelarsi altrettanto importante per le sorti dell’allora Ducato di Savoia.

Amedeo rimase orfano di padre all'età di circa otto anni: Amedeo VII morì infatti il 1º novembre 1391, a Ripaglia, a causa dell’infezione di una ferita di guerra, lasciando il figlio sotto la reggenza della madre e della nonna di Amedeo, Bona di Borbone. Dopo la morte di Amedeo VII la corte dei feudatari sabaudi si divise in due fazioni: una che appoggiava la nonna del futuro Duca, per l’appunto Bona di Borbone, con corte a Chambery, e una seconda che invece schieratasi in favore della madre di Amedeo VIII, Bona di Berry, con corte a Montmélian. La guerra civile fu evitata anche per l'intervento del re di Francia, Carlo VI, e si concluse con la conferma della reggenza a Bona di Borbone.

Evitata la guerra civile grazie all’intervento del Re di Francia, dopo l’espulsione da corte di Bona di Berry e il ritorno in Francia di quest’ultima – dove si era risposata –, le armi della diplomazia segnarono l’infanzia di Amedeo. A dieci anni, nel 1393, prese in sposa Maria di Borgogna: un’unione imposta dal partito filoborgognone di Filippo II l’Ardito, che grazie a un’oculata politica matrimoniale porterà alla costruzione in pochi decenni del Ducato di Borgogna, una realtà autonoma seppur all’interno dei confini del Regno francese.

Fu solo dopo il 1400 che Amedeo, divenuto maggiorenne, prese in carico le sorti della Contea di Savoia, ampliando rapidamente i propri possedimenti territoriali senza tuttavia ricorrere ai mezzi militari. Dopo aver sostenuto i cugini d'Acaja-Piemonte contro i marchesi del Monferrato, egli ottenne la titolarità della città di Domodossola, dove gli abitanti scontenti del regime visconteo si erano ribellati apertamente. In seguito acquisì le piazzeforti di Vercelli e Mondovì, consolidando la presenza sabauda in Piemonte e spianandosi la strada verso il mare grazie alla riuscita sottomissione del Conte di Tenda.

Non solo. Spianò la strada all’evoluzione dell'Università di Torino, fondata dal cugino Ludovico di Savoia-Acaia, che ebbe l'approvazione del papa Benedetto XIII, e che nel 1311 ricevette l'approvazione (la patente imperiale) dall'imperatore Sigismondo di Lussemburgo; si inserì nella contesa tra la Serenissima Repubblica di Venezia e la meneghina casata dei Visconti, trattando in contemporanea il sostegno militare con la prima e la neutralità con i secondi; nel 1414 si oppose alla confederazione svizzera, impedendole di conquistare la Val d'Ossola, e negli anni successivi, assoldato il conte di Carmagnola e la sua compagnia di ventura, tentò addirittura – ma invano – di conquistare il Vallese; in quello stesso periodo riuscì ad ottenere l'omaggio feudale dai marchesi di Saluzzo, senza però riuscire a sostituire la loro influenza nelle vallate piemontesi.

Altrettanto capace si rivelò nel destreggiarsi nella complessa politica d’oltralpe, della quale si rivelò attore protagonista, riuscendo a espandersi fin quasi alla città di Friburgo grazie all’acquisto della Contea di Ginevra, riconosciutagli dall’Imperatore dopo alterne vicende. Nella contesa fra gli Orleans – sovrani di Francia – e i Borgognoni, per esempio, predicò la pacificazione, assicurandosi così la stima dell’Imperatore, che nel 1416 gli attribuì il titolo ducale, e vedendosi riconosciuto l'appellativo de "il Pacifico".

Il suo merito maggiore furono tuttavia gli Statuta Sabaudiæ del 1430, innovativo corpus legislativo con cui si gettarono le basi per l’ammodernamento giuridico ed amministrativo dei territori da lui governati. Ma nei quali, d’altro canto, si rintracciano anche le prime disposizioni contro i sudditi di fede ebraica nei territori della Savoia.

Proprio in virtù della dimestichezza mostrata con le arti della diplomazia e della pubblica amministrazione la sua scelta di ritirarsi dalla scena politica fu accolta con stupore dalla società nobiliare coeva. Nell'autunno del 1434 Amedeo VIII si ritirò nel castello di Ripaille, sul lago di Ginevra, accompagnato da parte della corte. Fece del castello la sede dell’Ordine Monastico di San Maurizio, istituzione da lui ideata per i cavalieri che, dopo aver servito il Ducato di Savoia ed essersi distinti per meriti onorevoli, avessero voluto deporre le armi, abbracciando una vita di stampo monastico. Vestiti con la tunica ed il cappuccio grigio dei penitenti è possibile però che i membri dell’ordine non trascurassero i piaceri della carne, almeno se diamo fede a Enea Silvio Piccolomini, futuro Papa Pio II, il quale, dopo aver visitato Ripaglia, descrisse la vita voluttuosa che vi si teneva, fatta di banchetti e visite di cortigiane.

La carriera di Amedeo VIII sembrava essersi conclusa con la sua rinuncia al potere a favore del figlio Ludovico (anche se, in realtà, da Ripaille continuò a trattare gli affari di Stato), quando il suo nome tornò alla ribalta con la riunione a Basilea dei padri conciliari. Il concilio, convocato da papa Martino V, era stato aperto il 23 luglio 1431 dal suo successore, papa Eugenio IV: nel corso delle discussioni, vertenti su una proposta di riconciliazione tra chiesa d’occidente (latina) e chiesa d’oriente (ortodossa) nonché sull’estirpazione dell’eresia hussita, riemerse la frattura da tempo in seno alla comunità cattolica. Da una parte i padri conciliari, i quali propendevano in maggioranza per la superiorità delle decisioni del Concilio su quelle del Papa, e dall’altra il pontefice. Il quale, giudicando tale propensione verso il conciliarismo in contraddizione con la tradizione della Chiesa, trasferì il concilio dalla Svizzera all'Italia, a Ferrara, nel 1438.

A Basilea rimasero alcuni vescovi, cardinali e circa trecento membri del clero minore, che spalleggiati del mondo universitario e insoddisfatti del concordato raggiunto con parte degli hussiti, dichiararono il papa deposto il 24 maggio 1438, procedendo all'elezione di un nuovo pontefice. La tiara fu offerta proprio ad Amedeo VIII, che nonostante l’iniziale ritrosia finì con l’accettarla, abdicando definitivamente in favore del figlio e assumendo il nome di Felice V.

Con la morte di Eugenio IV e l’elezione di Niccolò V, nel 1447, Amedeo cedette alle richieste del nuovo pontefice romano di abbandonare la tiara, ponendo così fine allo scisma il 7 aprile 1449, quando proprio a Losanna si dimise «per favorire l'unità dei cristiani», vedendo in cambio riconosciuta la propria autorità vescovile sulla diocesi di Ginevra. Fu l’ultimo antipapa nella storia del cattolicesimo. Continuò a consigliare il figlio fino alla morte, avvenuta il 7 gennaio di due anni dopo. Inizialmente sepolto proprio a Ripaille, circa un secolo dopo le sue ossa furono trasferite a Torino insieme a quelle di Amedeo VII e tumulate nella Cappella della Sindone, all’interno del Duomo di quella che si apprestava a diventare la nuova capitale sabauda.

Amedeo fu un personaggio perfettamente inserito nel clima politico machiavellico della sua epoca, il quattrocento. Consapevole della propria debolezza militare rispetto ai grandi attori della politica europea che ne accerchiavano i domini (Sacro Romano Impero, Francia e Borgogna), trovò nelle strade offerte dalla diplomazia la chiave dell’espansione. Fu, a voler citar Macchiavelli, più volpe che leone. Comprese come il naturale canale di sfogo per l’espansione del Ducato fosse rappresentato dal nord Italia. In quest’ottica va inquadrata la scelta di valorizzare il polo universitario di Torino: che all’epoca, in linea con le grandi sedi scolastiche europee, sfornava in larga parte giuristi, teologi e funzionari di stato, figure indispensabili alla vita di una capitale. Intuì i rischi connessi al governare territori privi di accesso al mare, specie in un’epoca che vide fiorire i commerci navali, spingendosi per questo fino alla conquista della contea di Tenda, e probabilmente anche le potenzialità difensive per un piccolo Stato in via di sviluppo offerte dalle valli alpine. Che proprio contro la Francia, nei secoli successivi, determinarono la sopravvivenza del Piemonte.