Ferrario: ''Cinema in Piemonte marginale e sottovalutato dalla politica''

di REDAZIONE
pubblicato il 11/12/2020


Il regista bergamasco Davide Ferrario (che avevamo intervistato per la nostra rubrica #aquattrocchi) è uno di quelli che, arrivato a Torino quando la città invocava la conversione da città industriale a realtà culturale, Torino la conosce bene.

Pochi giorni fa, prendendo le mosse da una riflessione affidata al Corriere da Sergio Toffetti (“Torino preferisce un felpato unanimismo. Quieto. Ma poco creativo. Una discussioncina ogni tanto farebbe entrare, con un po’ d’aria, magari anche qualche idea”), ex direttore del Museo del Cinema e altro esponente di rilievo della cultura torinese, Ferrario ha colto l’occasione per fare una disamina sullo stato del cinema torinese. Che, al di là dei proclami trionfalistici della politica (il capoluogo piemontese, quest’anno, si è autoproclamato “Città del cinema”) mostra evidenti limiti e mancanze.

Anzitutto, nella scarsa percezione del divario che separa immaginario collettivo e realtà dei fatti quando si parla di Torino come «seconda capitale del cinema italiano». Considerazione valida un secolo fa, ma di certo non oggi: “Di fronte a certe comunicazioni grondanti entusiasmo rispetto all’industria cinematografica in Piemonte, – scrive Ferrario – le statistiche rivelano un’oggettiva marginalità. Non si tratta di fake news, è bene precisarlo: il fatto è che il cinema è un settore particolare, che mescola soldi e immaginario in misura talvolta inversamente proporzionale. È straordinario, per esempio, che Bollywood venga a girare a Torino, come è successo poche settimane fa. Ma le ricadute effettive sul territorio sono poi minime, a meno che si inauguri un trend effettivo.

Toffetti lamenta, trovando il consenso di Ferrario, che il problema principale, rispetto a una città che realmente aspiri a essere riconosciuta precisamente per la settima arte, è la mancanza della forza trainante di registi e produttori in numero tale da fare massa critica: “sono sempre stato stupito da un fatto: che — nonostante tutto il fervore intorno al cinema — qui non sia mai partita una vera e propria «scuola torinese» di registi. […] anche solo una comunità di autori che si incontra, parla, discute, magari litiga. Il massimo che si è raggiunto, dal 2008 in poi, è stato qualche anno di battaglie istituzionali portate avanti dalla sezione locale di «Cento Autori», la più rilevante associazione italiana di cineasti. Poi, dopo un faccia a faccia con l’allora sindaco Fassino (memorabile…), il silenzio.

Le ragioni di questa latitanza sono molteplici: una certa autolesionistica ritrosia sabauda, la mancanza di un sistema di formazione, e anche il fatto che — appunto — produzioni locali ce ne sono poche e quindi i nostri registi emergenti la fortuna vanno a cercarla altrove. Ma perché non abbiamo produttori? In mancanza di una tradizione (a meno di andare indietro ai tempi del muto e di Pastrone, ma insomma…), si è trattato, in questi ultimi venti anni, di fornire opportunità per creare una classe imprenditoriale. Cosa che non è mai stata fatta seriamente per un equivoco di fondo che ci trasciniamo dietro da sempre: credere che cinema e affini siano prima di tutto un fatto di cultura e che come tale competano a quel tipo di assessorati.

La verità è che il cinema è un’industria e dovrebbe fare capo alle attività produttive. Invece siamo in una situazione in cui la Film Commission finanzia o supporta sia il documentario d’autore che la fiction di Canale 5 con i soldi della cultura (magari mescolandola populisticamente al turismo). Il paradosso è che la politica pensa — come disse un suo illustre rappresentante — che con la cultura non si mangia e quindi usa il braccino, mentre se considerasse la produzione audiovisiva come una reale industria, i soldi genererebbero altri soldi.

Se c’è un settore che tira anche con il lockdown è proprio la produzione di film e serie per cinema, tv e streaming. Ecco perché la marginale realtà produttiva in Piemonte è fatta di autori-produttori come il sottoscritto, di capitani coraggiosi come Alessandro Borrelli o di personaggi come Massimo Arvat e moltissimi produttori di documentari con un piede qui e uno — ben radicato e meritato — all’estero. Gente che continua a stare (perché ci crede) nel mondo del cinema d’autore: ma si tratta di una bottega da artigiani, più che di un’industria vera e propria. Sarò provocatorio: sarebbe più utile trattarci ogni tanto come una qualsiasi fabbrica di lavatrici che non con l’ambiguo rispetto dovuto agli artisti. Ne guadagnerebbe tutto il territorio”.