Le tre Levanne dominano il panorama di Ceresole Reale

Su le dentate scintillanti vette. L'amor d'Italia nelle saffiche piemontesi di Carducci

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 29/11/2020


“Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da' ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l'effuso azzurro
esce nel sole l'aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte!

 

Il 10 ottobre 1906 l’Accademia svedese assegnò il Premio Nobel per la Letteratura Giosuè Carducci con questa motivazione: «non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica». Il poeta di Valdicastello, frazione della Versilia lucchese dove era nato nel 1835, era il primo italiano a ricevere il prestigioso riconoscimento.

Sedici anni prima, per l’esattezza il 27 luglio 1890, il già affermato poeta e critico si trovava a Ceresole Reale, circondato dalle verdi conifere e dalle bianche vette di quello che divenne in seguito il Parco Nazionale del Gran Paradiso, ospite dell’Hotel Gran Paradiso. E qui compose quello che in brevissimo tempo divenne uno dei più declamati inni al giovane stato italiano, Piemonte, imparato a memoria da generazioni di scolaresche nei decenni successivi.

Perché la poesia di Carducci, ancor prima che un atto d’amore in versi nei confronti del territorio adagiato ai piedi delle Alpi occidentali, è un inno a quella neonata Italia che proprio nel Piemonte aveva trovato quella forza propulsiva capace di unificarla. In questo senso l’ode, scritta in rime saffiche, rappresenta una concreta dimostrazione dell’evoluzione ideologica, politica e letteraria del poeta.

La giovinezza di Carducci, cresciuto in un’atmosfera familiare patriottica, fu segnata dall’entusiastica ammirazione nei confronti della rivoluzione francese del 1789, dal quale scaturirono le accese idee democratiche e repubblicane che contrassegnarono la prima parte della produzione poetica. Come molti altri democratici Carducci subì, però, una cocente delusione a causa dell’esito del processo unitario, con il trionfo della via monarchica e delle forze liberali e moderate della Destra storica che fu di Cavour.

Nei confronti dei nuovi governi assunse atteggiamenti di violenta opposizione, che arrivarono a costargli la sospensione dall’insegnamento. La sua attività intellettuale e la sua produzione poetica polemizzarono allora con l’Italia «vile» del suo tempo, allontanatasi dagli ideali risorgimentali. Inveì contro il clero e la stessa religione cristiana, visti come baluardi dell’oscurantismo, in nome di una concezione di vita pagana che esaltasse la ragione, la scienza e il progresso (fu prossimo, in questo, alle istanze del coevo positivismo); si scagliò contro la rinuncia alla conquista di Roma (in mano al pontefice fino al 1870), e quando questa fu finalmente annessa criticò la dilagante corruzione amministrativa e morale che aveva trasformato la capitale sognata dai patrioti in una sfibrata nuova Bisanzio; si fece giacobinamente sostenitore dei diritti del popolo, la «santa canaglia», mitizzandolo e ergendolo alla dimensione di forza motrice della Storia.

Fu proprio la presa di Roma a segnare una cesura nella vita di Carducci. Negli anni successivi le sue posizioni andarono via via moderandosi, sino all’incontro nel 1878 con la regina Margherita, alla quale dedicherà successivamente un’ode. Il suo anticlericalismo si attenuò e il patriottismo sfociò nel nazionalismo, al punto da diventare sostenitore della politica autoritaria e delle imprese coloniali di Crispi, e la «santa canaglia rivoluzionaria» divenne agli occhi del letterato strumento di imprese nazionalistiche e coloniali.

Un’evoluzione parallela subì il suo gusto letterario, che dalle posizioni antiromantiche della giovinezza (arrivò a proclamarsi «scudiero dei classici») si orientò all’apprezzamento dei romantici europei – su tutti Victor Hugo – e, con l’affievolirsi dell’impianto polemista, emersero sempre in misura maggiore le tematiche dell’evasione bucolica, della mitizzazione dell’Ellade, della memoria struggente dell’infanzia, dell’angoscia per l’incombere della morte. Il battagliero giacobino si trasformò nel poeta accademico di riferimento dell’Italia umbertina, maggior interprete dei suoi valori e dei suoi miti.

Piemonte è l’esito più noto del Carducci “vate della terza Italia”, celebratore dei Savoia e della regione che promosse l’unificazione italiana. Si tratta senza dubbio di una poesia lontana dalla sensibilità e dagli interessi di uno studente di oggi, per di più di non sublime valore letterario: ma fu tra quelle più apprezzate dai contemporanei, complice il contributo offerto alla formazione di una coscienza e – se si vuole – di una retorica nazionale (sono ricordati Arduino, gli Aleramo, Alfieri, la sconfitta di Novara, Garibaldi, Santorre di Santarosa).

L’inizio celebra le diverse città del Piemonte; ad aprire la sequenza è Aosta, di cui sono evocate le cesaree mura, mentre il richiamo ad Asti porta con sé la memoria di Alfieri, che ispira nei petti degli Italiani un nuovo ardor di patria; è quindi rievocata l’epopea drammatica di Carlo Alberto, «italo Amleto», dalla dichiarazione di guerra all’Austria all’esilio di Oporto. Dopo una rapida rievocazione della difesa di Roma da parte di Garibaldi, nel 1849, si torna sulla morte di Carlo Alberto, con la conclusiva invocazione a Dio per la libertà dell’Italia.

Già Enrico Thovez, non molto dopo la pubblicazione di Piemonte, faceva osservare che l’ode rappresenta un tipico prodotto del “poeta professore”, come Carducci da tempo era stato soprannominato: testo d’occasione, secondo lui, non politico né ideologico, opera di un poeta che non ha il sentimento della cosa, ma del tema (che non prova, cioè, un reale interesse per gli argomenti di cui tratta, ma solo per i loro possibili svolgimenti letterari).

Così, dovendo celebrare le glorie del Piemonte, Carducci procede per via deduttiva: parte dalla celebrazione delle montagne, che alla regione danno addirittura il nome, con alcuni elementi adatti a caratterizzarle (i camosci, le valanghe, le foreste, le aquile); dalle montagne scendono i fiumi: il Po, le due Dore, il Tanaro; sulle rive dei fiumi sorgono le città, e per ciascuna di esse si richiama il dettaglio storico o paesaggistico più prevedibile e atto a imprimersi nella mente dei lettori (per Aosta, l’arco di Augusto; per Ivrea, le rosse torri e Arduino; ecc.). Addirittura, nel suo lavoro di costruzione a tavolino, Carducci arriva a muoversi su un’ideale carta geografica, da nord a sud, con le uniche eccezioni di Torino e Asti, poste in conclusione l’una perché capoluogo della regione, l’altra perché utile a introdurre la seconda parte del testo.

Piemonte aspira alla sublimità dell’epos, a diventare il corrispettivo moderno degli epici canti del passato. Per tale motivo ricorre a tutto l’armamentario – talvolta stantio – della poesia civile italiana, a partire dalla canzone Italia mia di Petrarca: la prosopopea (del Piemonte e delle diverse città), le esclamative retoriche, numerose ripetizioni (soprattutto nella parte qui non riportata, ma anche quella del vocativo Dio nelle strofe finali), il linguaggio teso e solenne ricco di forme auliche della tradizione (digradanti, cittadi, ammantellata, manieri) e di latinismi (immani, cesaree, ubere, castella), le metafore ricercate (effuso azzurro per indicare il cielo), le anastrofi e gli iperbati (cercan le deste a ragionar di gloria / ville e cittadi; a l’opera fumanti / camini ostenta), la conclusiva preghiera a Dio per la libertà italiana. Il risultato è di un solennità piuttosto esteriore ed enfatica, che rischia continuamente di precipitare nella retorica.