Cosa ci faceva Sofia Viscardi nella giuria del Lovers Film Festival?

di ILARIA CERINO
pubblicato il 26/10/2020


Pur con la notevole quantità di problemi che lockdown e crisi economica hanno causato al mondo dell’arte e della cultura, Lovers è riuscito a tagliare il traguardo. Fatto non scontato: dopo essere stato rimandato di qualche mese (come sempre inizialmente programmato a maggio) ha dovuto affrontare le defezioni in sequenza, tutte a poche ore dagli appuntamenti, di Gina Lollobrigida, Matteo Garrone e Achille Lauro (il quale si è comunque prestato a una diretta streaming con gli organizzatori del festival.

Quindi bene. Bene per la rassegna, per la prima volta diretta da Vladimir Luxuria; bene per il Museo del Cinema che la “ospita”; bene per Torino – come altre grandi città alle prese con la cancellazione degli aventi maggiori (Artissima e Salone del Libro, per citarne due) – e per il mondo della cultura in generale.

Andando a visionare l’elenco dei vincitori della rassegna, e delle giurie che hanno assegnato i vari premi, si scopre che il film vincitore del premio come miglior documentario (Always Amber di Lia Hietala e Hannah Reinikainen) è stato designato da 5 studenti della Scuola Holden presieduti e coordinati da Sofia Viscardi, con la seguente motivazione: “Per il senso di onnipotenza e speranza che ti lasciano addosso le storie raccontate bene. Perché è innovativo, onesto, profondo e ti accompagna all’interno della tematica in modo travolgente. È uno sguardo intimo e quasi senza filtro capace di dare spazio ad una storia completa e accessibile che ci piacerebbe riempisse il cuore di più persone possibili”.

Ma chi è Sofia Viscardi? Milanese di nascita, classe ’98, è una youtuber di successo tra i ragazzi della cosiddetta “Generazione Z”, con un bagaglio di oltre 1,3 milioni di follower su Instagram. Ha pubblicato – come una sfilza di altri youtuber negli ultimi tempi, puntualmente appoggiandosi ai ghostwriter di turno – anche due libri, Succede, nel 2016, dal quale due anni dopo è stato tratto l’omonimo film, e Abbastanza, nel 2018.

Chiunque abbia (sfortunatamente) letto i due testi non può non constatare come i giudizi sulla Viscardi youtuber e quelli sulla Viscardi scrittrice siano chiamati a divergere profondamente. Perché, se da un lato è impossibile non riconoscere le indiscutibili doti mostrate nella comunicazione web e social, dall’altro è necessario essere onesti con se stessi e ammettere che a cercare aspetti positivi nella prosa, nella sintassi e più in generale nello stile di scrittura della influencer si perde tempo.

Ad oggi, parlare dei libri degli influencer significa parlare – purtroppo – di optional, gadget che non esisterebbero se non esistessero quei veri e propri brand che sono gli autori. Inutile dire che, se gli stessi testi dei maggiori influencer fossero stati proposti alle case editrici da autori di scarsa fama sarebbero stati quasi indubbiamente rigettati (anche perché spesso e volentieri sono le stesse case editrici che, per far cassa, propongono a webstar e influencer di darsi alla scrittura, e non il contrario). E il caso della Viscardi non fa eccezione. Il che non significa rigettare a priori le star del web, tra le quali spiccano profili culturalmente assai validi come Amalia Trezzolinato (meglio conosciuta come Violetta Rocks), nota per le recensioni cinematografiche che pubblica, o la booktuber Ilenia Zodiaco.

Il solo pubblicare libri non fornisce affatto garanzie di qualità artistica dell’autore. Per il semplice fatto che scrivere libri, ma in generale fare cultura, non è un fatto democratico. Riprendendo le parole della scrittrice Flannery O’Connor, “L’arte non acconsente mai al desiderio di farsi democratica; non è per tutti; è solo per coloro che sono disposti a sottoporsi al necessario sforzo di comprenderla. Sentiamo parlar molto dell’umiltà che serve per abbassarsi, ma elevarsi e raggiungere una qualità superiore, lavorando duramente, richiede la stessa dose di umiltà e un vero amore per la verità”.

Com’è dunque possibile che un festival come Lovers, che vede la partecipazione di quell’ente pubblico che è il Museo Nazionale del Cinema, chiami non solo a far parte ma addirittura a presiedere una giuria qualcuno che di affinità con il mondo della cultura non ne ha mai mostrate? Perché, diciamocelo francamente, tanto sta Sofia Viscardi alla critica cinematografica quanto Ayn Rand al socialismo.

La domanda, neanche a dirlo, è puramente retorica, e a risposta già la conosciamo: in un Paese in cui la cultura annaspa – da anni, ormai – nell’idea degli organizzatori la presenza della Viscardi avrebbe potuto garantire alla rassegna presso i follower dell’influencer quei cinque minuti di notorietà che non si negano a nessuno. Ampliando così la propria platea potenziale. Ed è una scelta che capiamo, beninteso. O meglio, ne capiamo le ragioni.

Ma in quello che è uno dei primi Paesi in Europa per tasso di emigrazione giovanile, dove i professionisti della cultura competono per pochi sbocchi lavorativi, la scelta della Viscardi è quantomeno irrispettosa. Più dignitoso sarebbe stato concedere i famosi cinque minuti a un giovane di belle speranze dalla formazione culturale di provata solidità. Perché in un Paese che della serietà culturale si fa beffe, valorizzare giovani seri e preparati è un gesto rivoluzionario. Lo tenga a mente, chi di dovere, per i prossimi anni.