L'onore delle armi

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 13/10/2020


Non sappiamo se Chiara Appendino abbia scelto di non ricandidarsi a Sindaco nel 2021 per amore della Città che attualmente amministra o per amor di se stessa. Certo, il suo levarsi da quel pantano che è la politica sabauda fa comodo all’una e all’altra. Ma lasciamo agli esperti l’analisi delle conseguenze politiche (e partitiche) che il suo gesto provocherà, in primo luogo per il Movimento 5 Stelle e per la coalizione di centro-sinistra in cantiere.

Per quanto la sua decisione possa essere frutto di ponderazioni recenti, la Città che amministra ha da tempo operato la sua scelta. Noi, che in due anni e mezzo di altro non abbiamo scritto che di cultura, sul piano della cultura ne valutiamo l’esperienza amministrativa. Non abbiamo mai fatto mistero di stare dall’altra parte della barricata, e non lo faremo adesso: ma ci spiace dover scrivere che se il Caffè Torinese fosse stato operativo già ai tempi della tornata elettorale del 2016 che consegnò al Movimento le chiavi di Palazzo Civico, probabilmente non avremmo fatto in tempo a parlare bene del primo cittadino che saremmo dovuti correre a rimangiarci le parole.

L’intransigente opposizione alle grandi mostre, lo scorso anno infin rinnegata, il vespaio creato al Museo del Cinema, per tre anni e mezzo privo di un direttore, la trascuratezza nei confronti della Cavallerizza e l’accondiscendenza mostrata verso i suoi occupanti, l’eterna pantomima del Salone del Libro hanno contrassegnato da subito la lenta agonia dell’amministrazione. Alla cui guida Appendino è rimasta grazie unicamente al regime di fideistica compattezza che vige nel Movimento, e che se da un lato ha permesso il perdurare della legislatura, dall’altro ha ghigliottinato ogni tentativo di dibattito interno alla maggioranza.

Al punto da garantire ad Appendino il superamento del vero grande scoglio culturale degli ultimi anni, quel dossier Teatro Regio che a più riprese ha occupato le prime pagine degli inserti culturali dei quotidiani. Un caso prima partitico, poi giornalisticoe infine giuridico che avrebbe stroncato le carriere di tanti altri inquilini di Palazzo. Non che Appendino abbia mai mostrato di tener troppo, alla carriera politica. Al contrario di quanto fatto dai battimani, tirapiedi e reggipancia del Movimento in consiglio comunale. Consapevoli che a differenza del Sindaco dovranno, a breve, rimodulare il proprio tenore di vita.

Ho personalmente parlato vis-à-vis con Appendino una sola volta. E non posso dire che non sia scoccata una scintilla di simpatia umana da parte mia. Anche se le sue parole e posizioni politiche erano dal mio punto di vista sbagliate, il tono era quello che si usa con un pari anziché con un vassallo. E, al giorno d’oggi, è una dote rara tra i politici.

L’oratoria imperiosa e ramanzinesca del signore feudale l’ha riservata a ben altri faccia a faccia. Come quando, quel mattino di giugno al Regio in occasione della presentazione della stagione lirica 2018/2019, adoperò (nei confronti di chi richiedeva delucidazioni sulle recenti vicissitudini dell’ente lirico) un tono e un vocabolario deprecabile e controproducente se non sotto il profilo umano di certo sotto quello politologico.

Perché Appendino una buona politica non lo è mai stata. Almeno per gli standard di questo Paese, dove l’oratore circense, gladiatorio e affabulatore è il solo a poter emergere dall’arena elettorale. Lei, da buona donna di sinedrio più che da agitatrice di folle, non proveniente dalla cultura cospirazionista dei Vaffa Day, la cosiddetta “base” non l’ha mai scaldata, a differenza di ben altri volti del Movimento.

Certo è che le circostanze partitiche mai hanno favorito lei o la sua immagine. Appena entrata in carica ha dovuto fare i conti con novizi delle procedure democratiche candidati a suon di click, risoluti nel voler trasformare le istituzioni in un esperimento di manicheismo di fascista memoria. Riuscendoci, in parte: se il progetto di riforma del Regio è ad oggi conosciuto come mozione Giovara un motivo pur ci sarà. Questo certo non assolve Appendino dalla colpa di essersi trasformata da punta e leader della maggioranza locale in una zelante burocrate esecutrice di volontà e voluttà dei sottoposti.

È probabile che proprio la vicenda del Regio abbia segnato la svolta decisiva, con la definitiva resa ai falchi del Movimento. Per i quali, crediamo, Appendino è sempre stato un personaggio scomodo, avendone contenuto le mire ideologiche rossobrune. Ma la ricostruzione delle dietrologie di partito è un argomento che c’importa poco.

Nessun cambio di rotta, da parte nostra: le diversissime prospettive circa il mondo culturale e la sua gestione ci porteranno, probabilmente, a scontrarci con il Sindaco fino al termine del mandato. Ma oggi vogliamo solo rendere l’onore delle armi a una figura che certamente ha commesso errori, e non pochi, ma mai le bassezze alle quali ci hanno abituato ben altri volti, di ben più infima levatura, dello scenario politico locale e nazionale. Se è vero, com’è vero, che un buon nemico è ancora più prezioso di un buon amico, dovremo rimpiangere Appendino (ma mai i suoi colleghi di maggioranza): un avversario come lei, su quella sponda, non lo ritroveremo facilmente.