Professore, filosofo, partigiano. Ricordare Pietro Chiodi a cinquant'anni dalla morte

di REDAZIONE
pubblicato il 22/09/2020


A cinquant’anni esatti dalla scomparsa, avvenuta il 22 settembre del 1970, Pietro Chiodi si staglia nel pantheon della Resistenza come una figura di rilievo nazionale, seppur da molti (forse troppi) dimenticata.  Al punto da rientrare tra i personaggi del Partigiano Johnny di Fenoglio, tra i più celebrati romanzi italiani dedicati alla lotta contro il nazifascismo. Ma Chiodi fu anche filosofo, conosciuto per i suoi studi su Kant, Heidegger e Sartre.

Nacque il 2 luglio 1915 a Corteno Golgi, in provincia di Brescia. Conseguita l'abilitazione magistrale, si iscrisse all'università di Torino dove si laureò, nel 1938, in Filosofia, con il noto Nicola Abbagnano. Vincitore di concorso, venne inviato al Liceo Ginnasio “Govone” di Alba come professore di Storia e Filosofia nell’ottobre del 1939 e restò ad Alba sino al 1957, quando si trasferì prima in un liceo di Torino, poi all'Università di Lecce, per ottenere, infine, la cattedra di Filosofia della storia presso l'Università di Torino nel 1964, ove insegnò sino alla morte.

Allievo di Abbagnano ed esponente della corrente esistenzialistica in Italia, Chiodi fu il primo a tradurre e a commentare in italiano Essere e tempo di Martin Heidegger e lasciò studi originali su Kant, Marx, Sartre, rivestendo un ruolo di rilievo nei dibattiti d'epoca. Fu protagonista della vita culturale delle langhe e di scambi filosofici con il teologo albese don Natale Bussi, nonché redattore della rivista culturale "I 4 Soli".

Nel Liceo di Alba fu collega del professor Leonardo Cocito, con cui condivise l'avversione per il fascismo, e fu insegnante di Beppe Fenoglio, che lo rappresenta, in forma romanzata, in Primavera di Bellezza e nell’abbozzo di romanzo pubblicato postumo con il titolo Il Partigiano Johnny. Nonostante la giovane età, Chiodi fu tra quei maestri di vita civile che ebbero un ruolo importante nell'indirizzare alcuni studenti a salire in collina e a opporsi con le armi al nazifascismo. Egli visse con loro quell'esperienza di lotta, impegnandosi attivamente nella Resistenza dall'estate del 1944.

Arrestato insieme a Cocito nei pressi di Bra il 18 agosto 1944, probabilmente per effetto di una delazione, fu deportato, mentre il suo amico e collega venne impiccato a Carignano, il 7 settembre 1944. Dopo una sosta nel lager di Bolzano, Chiodi fu inviato nel campo di lavoro di Innsbruck, da cui riuscì a fuggire. Tornato fortunosamente a casa, nel Roero, riprese la guerriglia sino alla liberazione, costituendo un battaglione, inquadrato in una Brigata Garibaldi e intitolato all'amico Cocito.

Della sua esperienza lasciò testimonianza nel volume Banditi, la cui prima edizione fu pubblicata a guerra appena conclusa, nel 1946: un diario in cui riporta, con stile asciutto e – talora – quasi cronachistico, le sue vicende, l'organizzazione delle prime formazioni armate, la lotta militare sino ai 23 giorni della città di Alba e alla liberazione di Torino, documentando la vita partigiana sia nella sua pratica quotidiana sia nelle tensioni ideali che la sostennero.