Te le do io le primarie. Perché sosteniamo Paolo Verri Sindaco di Torino

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/09/2020


Agli albori del quinto e ultimo anno di mandato, i pentastellati comunali si mostrano a suon di poco opportuni sfoghi social nuovamente sull’orlo di una crisi di nervi. Indice del fatto che, probabilmente, dovranno andarsene. Anticipando gli eventi, vogliamo essere i primi a rallegrarcene, ma anche a fare qualche annotazione che nel generale clima di campagna elettorale potrebbero essere dimenticate dai più.

Primo: Appendino e compagni cadranno per colpa propria, non certo per non sopraggiunti meriti dei loro avversari. Su questa colpa (che in ambito culturale riassume tanti capi d’accusa quante le vicende legate al Regio, alla Mole, al TJF, a Luci d’Artista, a Torinodanza, alla Cavallerizza e non solo) nutriamo ben pochi dubbi. Anche se fosse vera – e dopo due anni e mezzo di Caffè Torinese possiamo giurare che così non è – la narrazione della maggioranza che vorrebbe i propri membri eterni sconfitti dai “poteri forti” del “Sistema”, vorrebbe dire che il loro modello di “nuova” politica non ha dato alcuno dei frutti millantati. Noi siamo più inclini a reputarli gli unici colpevoli della loro e nostra tragedia: hanno commesso gli errori tipici di quei governanti che, istauratisi con le urla di piazza, con le urla credono di poter risolvere tutto.

Ma ancor di più sbaglierebbero i loro avversari se baldanzosamente si attribuissero una vittoria che non hanno riportato e insolentemente tentassero di farla valere come titolo di credito nei confronti di tutta Torino. Il giorno in cui avverrà il cambio della guardia in Sala Rossa, tra meno di un anno, i vincitori delle amministrative – siano di centrodestra o di centrosinistra – non provino a far passare come un trionfo personale quella che è solo una disfatta del M5S torinese: le amministrazioni fondate sulle bugie reggono poco, e per poco.

La seconda annotazione riguarda quel regolamento di conti che sono le primarie del centrosinistra. Perché se per la destra i nomi di papabili candidati Sindaco salteranno a tempo debito fuori da qualche vertice di coalizione, per la sinistra il totosindaco deve fare i conti con le primarie. E come ci raccontano le testate ormai quotidianamente – con una verve psicotica rintracciabile solo in certe voci di calciomercato a cui viene data dignità di stampa – le voci dei dem circa le prossime elezioni parlano più di nomi che di progetti.

Parlano, ad esempio, di padri nobili della coalizione, attorno ai quali costruire rose e programmi, salvo non concordare nemmeno sul profilo ideale a rivestire questa (immaginiamo poco ambita) carica ombra. Scelta a nostro parere poco azzeccata, utile tuttalpiù a mascherare la sostanziale vacuità dell’attuale progetto di centrosinistra. Parlano poi di rinnovamento della classe dirigente, puntando sui quarantenni.

E ci permettiamo, a tal proposito, la terza annotazione (in quanto giovani, ce la possiamo doppiamente permettere). Torino non è il sistema solido sperimentato nella vicina Milano negli ultimi anni. Dove le inadempienze e l’inesperienza di un eventuale giovane primo cittadino sarebbero abbondantemente compensate dalla presenza di un tessuto produttivo borghese che ha bisogno di ben poche dritte. Chiunque sarà eletto a Palazzo Marino riceverà una macchina capace di correre da sola. Questo privilegio, noi torinesi, non lo abbiamo. E tantomeno possiamo permetterci di votare una classe politica di qualsivoglia colore che dietro alla bella – e giovane – faccia cela ben pochi titoli di merito politici e culturali.

Delle primarie facciamo a meno: se la legittimazione di una parte di popolo – quello fedele alle bandiere di partito e complice delle boutade dei suoi leader – dovesse obbligarci nuovamente a scegliere il meno peggio, non sappiamo se sceglieremo di concedere il nostro avallo. Altro non è stata se non la legittimazione di popolo a regalarci i vari Giovara, Sganga, Versaci, Appendino e il loro corollario di battimani, tirapiedi e reggipancia.

I titoli di merito spiccano, invece, tra gli esponenti della società civile. E a Torino – lo diciamo non senza una punta d’orgoglio campanilistico – i talenti non scarseggiano affatto. Profili d’alta (altissima, in certi casi) levatura potenzialmente in grado di costituire l’ossatura di una nuova classe dirigente locale coprirebbero quantitativamente ogni aspetto dell’amministrazione comunale. Gli esponenti delle nuove generazioni non mancherebbero: pensiamo tra gli altri a Luca Ballardini, fondatore di Torinostratosferica.

E nel seno della società civile va dunque ricercato il profilo ideale per lo scranno più alto di Palazzo Civico. Solo in Italia possiamo prenderci degli illusi chiedendo che possa vantare una carriera di successo, dal pugno di ferro nel guanto di velluto, di solida preparazione culturale ma al contempo dimestico delle faccende di mondo (e di Stato). Che sia simpatico alle masse, c’importa poco. Che sia avvezzo al dialogo e ai rapporti umani, ancor meno. Anzi: a citar Montanelli, che non sia “disponibile a quelle benevolenze, condiscendenze e indulgenze che rappresentano le supposte di glicerina di tutte le corruzioni”.

A prima lettura, potrebbe sembrare di leggere l’identikit di Evelina Christillin. Che avremmo votato non senza una cospicua dose di gioia. Ma la manager ha recentemente rinnovato l’impegno con il Museo Egizio, per il quale sta ottenendo risultati eccellenti: in fin dei conti, sta bene dove sta. Sul mercato c’è un altro manager, reduce dalla vittoriosa esperienza di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, impegnato ora a dar lezioni – lui può – ai nostri consiglieri per curare la candidatura allo stesso titolo di Torino in ottica 2033.

Il nome che suggeriamo è quello di Paolo Verri. Torinese, classe ’66, figlio di una sarta e di un rappresentante di vestiti, vanta una carriera tutta interna al management culturale. Nel 1993 diventa direttore del Salone del Libro (il più giovane di sempre), e i risultati si vedono subito: il Salone passa da 100mila a 200mila visitatori. Nel ’93 la manifestazione ospita Roy Lichtenstein, proiettandosi alle vette dell’arte internazionale. Poi è la volta del Salone della Musica, lanciato su Mtv Europe. Un percorso che finisce nel ’98, quando Verri va a dirigere la comunicazione dell’Associazione italiana editori. È il momento di Per un pugno di libri, fortunato programma in onda su Rai 3. Lavora agli eventi culturali delle Olimpiadi 2006, e successivamente cura la vittoriosa corsa di Matera. “Con la cultura non si mangia”, sostenne nel 2010 l’allora ministro – al tempo berlusconiano, oggi in quota Lega – Tremonti. Paolo Verri si è rivelato anche capace di dimostrare l’infondatezza di un simile tesi.

Può darsi che le nostre aspettative siano viziate da una buona dose di semplicismo che mal si adatta al gioco politico e alle sue sottigliezze. Ma ci chiediamo se tali sottigliezze siano ancora tollerabili da una pubblica opinione purtroppo polarizzata attorno ai leader di partito piuttosto che attorno a progetti per la Città. Secondo noi, chi dovesse proporre il nome di Verri alle nomenclature di partito avrebbe in mano la carta vincente. Se oserà calarla, anteponendo l’interesse cittadino alle personali ambizioni di vanagloria, diventerà il numero uno della politica locale. Se non osa otterrà qualche incarico, forse, ma si marchierà a fuoco l’etichetta di eterno numero due. A lui, o loro, la scelta.