Cesare Pavese, intellettuale moderno tra le macerie di una Italia imbarbarita

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 27/08/2020


«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Lo lascia scritto a penna Cesare Pavese, il 27 agosto del 1950, sul frontespizio dei “Dialoghi con Leucò”. Il libro si trova sul comodino della camera 346 dell’Hotel Roma, nella torinese piazza Carlo Felice, quando viene scoperto il cadavere di Pavese. All'interno del libro è inserito un foglietto con tre frasi vergate da lui: una citazione dal libro, «L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia», una dal proprio diario, «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti», e «Ho cercato me stesso». E, dalla confezione di barbiturici conservata in bagno, le dieci bustine mancanti usate per togliersi la vita.

Non troverete qui ulteriori dettagli di cronaca circa il ritrovamento della salma o i funerali che seguirono. Né tantomeno troverete le cronache di amori non corrisposti che taluni suggeriscono essere tra le cause del suicidio. Sarebbe indecoroso, in primo luogo, verso le ultime volontà dell’uomo. In secondo verso lo spessore storico del poeta, a tutti gli effetti il primo e principale intellettuale moderno dell’Italia del dopoguerra. Nonché autore di un corpus letterario rimasto straordinariamente attuale a settant’anni esatti dalla tragedia.

Nato a Santo Stefano Belbo nel 1908, Pavese fu forgiato in quella fucina di storia e tragedie che fu la prima metà del ‘900 italiano. La morte precoce del padre (avvenuta quando Cesare ha cinque anni), il carattere autoritario della madre, la perdita di due fratelli contribuiscono a far sorgere il malessere di un carattere già introverso.

E poi gli studi a Torino. Al liceo classico D’Azeglio, dove scopre il grande amore per l’opera di Vittorio Alfieri – stimolato nientemeno che dal suo professore, un certo Augusto Monti, figura di spicco nella Torino di quegli anni –, e poi alla Facoltà di Lettere. È proprio qui che la carriera di Pavese prende il via: scrive e traduce anche in inglese grazie alla passione per le opere di Sherwood Anderson, Sinclair Lewis e soprattutto Walt Whitman. Per un compenso di 1000 lire firma la traduzione di “Moby Dick” di Herman Melville e “Riso nero” di Anderson.

Siamo negli anni ’30, quelli che molti giudicheranno fra i più sereni nell’esistenza dell’autore. Prima la laurea (con una tesi dedicata proprio a Whitman), poi nel ‘34 l’inizio della collaborazione con Einaudi e l’arresto da parte della polizia fascista di Leone Ginzburg, del quale prende il posto come direttore della rivista “La Cultura”. Carica che mantiene per poco: l’anno successivo viene arrestato per i suoi rapporti con il gruppo antifascista socioliberale “Giustizia e Libertà” e viene inviato per un anno a Brancaleone Calabro.

Ciononostante la visione entusiastica dello scrittore piemontese nei confronti degli anni ’30 non sarà scalfita, come testimonia un articolo apparso nel 1947 sull’Unità (testata con la quale collaborerà stabilmente nel dopoguerra) firmato dallo stesso Pavese: «Verso il 1930, quando il fascismo cominciava a essere “la speranza del mondo”, accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei libri l’America, un’America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane e innocente. Per qualche anno questi giovani lessero, tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale».

Questa la modernità di Pavese, ribelle nell’Italia estraniata, imbarbarita e incalcita sotto il giogo fascista: «bisognava scuoterla, decongestionarla e riesporla a tutti i venti primaverili dell’Europa e del mondo». La scuote con le traduzioni (occorre, a questo proposito, ricordare come le maglie della censura di Mussolini fossero particolarmente strette verso le espressioni culturali statunitensi), ma anche con i testi originali.

Il 1936 vede la pubblicazione della prima grande opera di Pavese, “Lavorare stanca”: una raccolta di poesie dove sono già evidenti alcuni dei temi semantici che caratterizzeranno anche le produzioni successive. Tra questi, quello della solitudine e quello del silenzio e il suo rapporto di amore e odio nei confronti delle Langhe e dei luoghi della sua infanzia. Alla poetica affianca la prosa, scrivendo racconti che saranno pubblicati postumi. Nel 1939 viene pubblicato “Paesi tuoi”: è la prima opera di narrativa data alle stampe nonché il primo grande successo dello scrittore che viene definitivamente assunto dalla casa editrice Einaudi nel 1942.

Dopo la Liberazione, si iscrive al Partito Comunista e comincia a collaborare all'Unità. Sempre nel dopoguerra l’attività letteraria prosegue con grande intensità. Sono diverse le opere pubblicate tra le quali spicca “La casa in collina”. Nel 1950 pubblica “La luna e i falò”, romanzo con cui torna ad affrontare il tema della guerra partigiana, già trattato ne “La casa in collina”. In quello stesso anno, a giugno, vince il Premio Strega con “La bella estate”: una raccolta di tre romanzi brevi scritti in tempi diversi e pubblicata da Einaudi nel 1949. Un’opera che comprende “La bella estate” (1940), “Il diavolo sulle colline” (1948), e “Tra donne sole” (1949).

Leitmotiv di questi anni la serrata lotta con la critica. Quella fascista prima, espressione della subalternità culturale italiana rispetto al mondo libero, quella democratica poi. La quale, difatti, stronca tanto i “Dialoghi” quanto “La casa in collina”, al punto da scambiare per neorealismo una prosa (a verso più lungo rispetto a quella che aveva caratterizzato le prime opere) capace di miscelare sapientemente realismo e simbolismo.

Gli studi critici sull’opera pavesiana inizieranno a circolare dopo la morte dell’autore, la cui figura sarà amata dalle giovani generazioni degli anni ’60 e ’70. Ma la dichiarata ostilità di una certa parte del mondo culturale verso Pavese permane: il giudizio di un divo della letteratura come Moravia, affidato nl 1954 alle colonne del Corriere, è implacabile. Come acutamente suggerito da Iuri Moscardi, Moravia sbagliava: «noi oggi continuiamo ad amare Pavese proprio per la sua umanità imperfetta. Pavese l’impolitico, che si riteneva incapace di vivere perché non si sposò mai (e per questo si costruì una vita immateriale attraverso la letteratura), che non fece la Resistenza, non era il supereroe che Moravia credeva di essere. Ma è per questo che ritroviamo in lui le contraddizioni e i dubbi di tutti noi, uomini comuni spaesati davanti ai cambiamenti del nostro secolo (che sia il XX o il XXI)». Pavese fu, per la letteratura italiana del Novecento, quello che Gustav Mahler fu per il sinfonismo degli anni a cavallo tra XIX e XX secolo. Cantori dell’uomo ancor prima di specifiche idee di uomo, capaci di indagare i meandri della psiche al punto da non veder riconosciuto in vita il proprio valore. «Il tempo per la mia musica verrà», confidò una volta Mahler. Non sappiamo se di se dei propri scritti Pavese l’abbia mai pensato (e come potremmo?), ma siamo piuttosto certi che ad oggi siano straordinariamente attuali: perché parlano all’uomo, e all’uomo regalano la speranza di ritrovare nella letteratura un frammento di sé.