Balletto dell'Opera di Parigi

In Francia il fatturato culturale supera quello automobilistico. Un modello per Torino

di ILARIA CERINO
pubblicato il 22/06/2020


Sul noto quotidiano online FranceMusique è apparso oggi un emblematico articolo intitolato “La culture plus forte que l'industrie automobile et le luxe”. Ovvero: la cultura macina più grano dell’industria automobilistica e di quella del lusso. Un paradosso, sembrerebbe a primo impatto. Specie per il torinese, ormai da anni abituato a convivere con l’apparentemente eterna vicenda del Regio, tra i poli culturali di punta all’ombra della Mole (altro pezzo da novanta). Noi l’articolo lo abbiamo tradotto, e a seguire troverete le nostre immancabili considerazioni.

Musica, teatro, cinema, libri, televisione, radio, stampa, arte e videogiochi: la cultura e l’attività creativa pesano più delle automobili o dei beni di lusso, secondo uno studio pubblicato giovedì. Il fatturato diretto delle industrie culturali e creative (ICC) in Francia è di 61,4 miliardi di euro contro i 60,4 miliardi per l'automobile e i 52,5 miliardi per i beni di lusso, secondo uno studio condotto dalla società EY (ex-Ernst&Young) che si basa sui dati del 2011.

Le industrie culturali e creative impiegano 1,2 milioni di persone, pari al 5% del totale dell'occupazione domestica, "posti di lavoro qualificati e non qualificati, che attraggono soprattutto i giovani". Hanno generato un fatturato totale di 74,6 miliardi di euro, se si aggiunge il fatturato generato dalle attività indirette (20% del totale). Il "Panorama economico delle industrie culturali e creative" (ICC), il primo nel suo genere, è stato realizzato su iniziativa di "France créative", una nuova piattaforma che riunisce gli attori delle industrie considerate (Adami, Snep e Sacem per la musica, Procirep per il cinema e la televisione, Fesac per le arti dello spettacolo, ecc.). Intendono promuovere un discorso positivo sulla cultura per il grande pubblico e per i decisori, ma anche far valere il loro peso contro i giganti digitali (Google, Apple, Facebook, Amazon, ecc.).

Lo studio, con una prefazione di otto ex ministri della Cultura e quello attuale, Aurélie Filippetti, sarà presentato a breve all'Eliseo e a Matignon. Secondo l'EY, un francese passa in media 9 ore al giorno, compresi i fine settimana, guardando la televisione, ascoltando musica, andando a spettacoli, giocando a videogiochi, leggendo, ecc. Nel 2011 la spesa per la cultura e il tempo libero ha rappresentato l'8,4% della spesa per consumi delle famiglie e il 4% del PIL, collocando la Francia al secondo posto tra i Paesi del G8 dietro agli Stati Uniti.

Lo scopo dello studio è educativo: far conoscere la realtà economica dei settori culturali, ma anche sfatare alcune idee preconcette in Francia e a Bruxelles, secondo un conoscitore della materia, che la cultura è solo "una voragine per i finanziamenti e le sovvenzioni pubbliche". Settore per settore, le arti grafiche e plastiche (musei, gallerie, vendita di opere d'arte, design, ecc.) sono in testa con 19,8 miliardi di fatturato diretto e indotto, ma anche in termini di occupazione (307.716).

La televisione pesa 14,9 miliardi di euro e 176.467 posti di lavoro, la musica 8,6 miliardi e 240.874 posti di lavoro, le arti dello spettacolo (teatro, danza, opera, spettacoli musicali, ecc.) 8,4 miliardi e 267.713 posti di lavoro, i videogiochi 5 miliardi e 23.635 posti di lavoro e il cinema 4,4 miliardi e 105.890 posti di lavoro. Lo studio rileva inoltre che, nonostante la crisi, il tasso di occupazione delle industrie culturali e creative in Europa è aumentato in media del 3,5% all'anno tra il 2000 e il 2007.

EY sottolinea la sua influenza mondiale con aziende leader come Universal Music Group (una filiale di Vivendi), Deezer, Hachette, mentre il cinema è il secondo più grande esportatore al mondo dopo gli Stati Uniti e i videogiochi rappresentano l'80% delle sue vendite all'esportazione. "Le industrie culturali sono un settore variegato, con aziende che vanno dai grandi gruppi globali come Hachette agli autoimprenditori", ha detto ad AFP Jean-Noël Tronc, CEO di Sacem.

"Ci sono settori che vengono ignorati, come la fabbricazione di strumenti musicali - un settore che è il campione dell'esportazione - o le discoteche, che tra loro pesano quasi un miliardo di euro", aggiunge. "Quando le persone ci parlano di eccellenza, generalmente parlano di prodotti farmaceutici, aeronautica, beni di lusso e turismo, ma raramente menzionano la cultura, che è uno dei pochi settori ad avere una bilancia commerciale positiva", continua Marc Lhermitte, partner di EY. Una delle spiegazioni sta anche nel fatto che le industrie culturali e creative hanno "integrato precocemente le tecnologie digitali".

Bene. Un primo dato interessante è che le arti performative pesano sull’economia d’oltralpe per 8,4 miliardi e 267.713 posti di lavoro. Un altro, forse ancora più impattante nella percezione collettiva, è che i dati siano riferiti al 2011. Vale a dire in piena crisi economica, quando mezza Francia si sollevava contro l’allora Presidente Sarkozy per – ironia della sorte – i troppi tagli alla cultura.

E Torino? Per quanto concerne i settori considerati dallo studio, il capoluogo piemontese non dovrebbe considerarsi di Serie B in nessuno di essi. Tradizione cinematografica consolidata, un polo teatrale come lo Stabile a trainare il circuito culturale locale macinando numeri record da tre anni a questa parte, presenza del Politecnico a incentivare gli sviluppi digitali dell’attività artistica e creativa, il Salone del Libro a svettare tra i grandi eventi. E poi il grande malato, il Teatro Regio.

Questo non significa che la città, in fatto di musica lirico-sinfonica, debba rinunciare alla competizione con enti e realtà più blasonate. Nulla di più sbagliato. L’orchestra e il coro del teatro lirico cittadino sono di indiscussa qualità artistica, come testimoniato a più riprese. Sono cresciuti qualitativamente e si sono fatti internazionali sotto la guida di Noseda. Previa grazia dalle costanti ingerenze partitiche, il Regio ha tutte le carte in regola per lasciarsi alle spalle lo status di gigante convalescente (gigante? Sì, il bilancio annuale ammonta a circa 40 milioni di euro).

Se in Francia – un paese dalla notevole vocazione industriale – il circuito culturale si è rivelato in grado di surclassare automotive & luxe, significa che quello della transizione da città industriale a anche (sottolineiamo l’anche) efficiente meta culturale per Torino è un percorso più che fattibile: auspicabile.