Appendino ultimo atto

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 07/06/2020


Quello di filtrare e spiegare in maniera comprensibile quanto accadrà da qui a un anno, quando a Torino torneremo a votare, sappiamo essere un compito arduo. Ci troviamo ormai di fronte a esercizi di reiterazione retorica tanto sterili che per discernere gli oggetti del disquisire dei signori di Palazzo servirebbero psichiatri di lunghissimo corso. Si parli di Museo del Cinema, si parli di Regio, si parli di questo o si parli di quello, le dichiarazioni politiche non cambiano di qualche virgola.

Tre cose, però, le abbiamo afferrate. La prima: che per quanto anche la giunta sull’orlo di una crisi di nervi abbia subodorato la puzza di morto esalata da quello che è già il proprio cadavere politico, certi suoi membri e sostenitori non perdono occasione di mostrare in pubblico incrollabile fiducia in quelle che reputano essere le proprie capacità (ne hanno?). Ed è proprio questo il loro guaio: non tanto dire quello che pensano, quanto pensare quello che dicono.

La seconda: le amministrative del giugno 2021 saranno un referendum, esattamente come fu la tornata 2016 per Fassino. Perché la campagna elettorale non si giocherà – semmai ne vedremo una fatta con i dovuti crismi – sui temi, bensì sulla figura di Appendino. I signori di Palazzo, disprezzandoci (ne facciamo un vanto, e cordialmente ricambiamo), ne attribuiscono la colpa a noi cronisti che del referendum avremmo creato il clima propizio giocando sulla rabbia dell’elettorato. Vorremmo avessero ragione, una tantum: mezzi di informazione che riuscissero in questo dimostrerebbero di esercitare un irresistibile ascendente sull’elettorato. Purtroppo così non è. A conferire alle prossime elezioni il carattere referendario è stata la stessa maggioranza, ossessivamente riproponendo del modello manicheo del “noi” e “loro”.

La terza: la parabola discendente – in caduta libera sarebbe forse un’espressione più opportuna – del Movimento cittadino indurrà i suoi esponenti a pontificare sempre più frequentemente per mezzo di nevrasteniche invettive (non che fino ad oggi non ve ne siano state) contro l’informazione, contro i notoriamente privilegiati lavoratori delle istituzioni culturali (perché si sa, la cultura riceve montagne di finanziamenti), contro chi ha saputo far carriera, e contro chiunque si permetta di contraddire questi squadristi della politica. Perché è quando non hanno più niente da perdere che divengono pericolosi, guidati da fanatismo e tentativi ossessivi e ossessionati di portare a termine la propria missione. Sappiamo, nel nostro piccolo, cosa aspettarci.

A ben vedere i fronti di combattimento sono ancora molteplici. C’è innanzitutto da chiudere il caso De Gaetano alla Mole. Che, formalità permettendo, non è affatto chiuso: il consiglio di indirizzo della Museo del Cinema è chiamato a confermare di anno in anno il direttore sotto contratto. E voci interne al Museo riferiscono che la posizione di De Gaetano, lo scorso autunno imposto da Appendino al CdI (seppur con la copertura del bando pubblico: il caso Graziosi qualche nozione di machiavellismo politico l’ha insegnata, allora), sia insidiata dal più stimato Francia di Celle, direttore del Torino Film Festival. Che le stesse voci dipingono come più preparato e intraprendente.

C’è poi l’appena inaugurata campagna d’Egizio delle cammellate Sganga e Frediani. Ma abbiamo ragione di credere che si tratti di una partita persa in partenza: Christillin sarà riconfermata presidente della Fondazione, per fortuna dei contribuenti. L’iniziativa confermerà quanto ha già rivelato di se stessa: l’essere un diversivo male architettato per distrarre l’opinione pubblica dall’affaire Regio.

Il fronte orientale della giunta è però proprio il caso Teatro Regio, con tutti i Graziosi corollari. Asciugare la mareggiata di dichiarazioni pubbliche che Palazzo Civico risputerà nei prossimi mesi di dibattito (intorno a quello che già è il Requiem della giunta), per separare i fatti dallo squittio partitico, richiederà un impegno certosino. Che già ci ha condotto a un embrionale convincimento: al Regio andrà in scena la messa funebre della giunta così come la nostra. E se, come parrebbe, il commissariamento fosse figlio di infantili forme di ripicca politica, possiamo essere piuttosto certi di cosa passi nella mente dei vari Giovara e Appendino: non lo avremo “noi”, ma non lo avranno neanche “loro”.

Alla luce di questo, e di un buon numero di altri dossier – dei quali per non tediare il lettore non racconteremo oggi i dettagli –, la prima delle nostre certezze non ci turba più del necessario. Ma ci troviamo costretti a condividere la “rabbia” dell’elettorato di cui sopra. Unita a una buona dose di paura per i destini degli enti culturali che ancora non vedono ai propri vertici protegée del partito di maggioranza a Torino. A un anno dal "referendum", questa amministrazione è già morta, ed è morta di se stessa. Ma dobbiamo rassegnarci e tirarcene dietro il corpo putrefatto, consapevoli dell’eventualità di ultimi colpi di coda di chi sa di non avere più niente da perdere. È questa sicurezza che dà agli abusivi di Palazzo tanta arroganza. Gli angosciati lettori che si domandano come andrà a finire, si rassegnino. La giunta non cadrà prima del tempo. Ci si prepari a subodorarne il puzzo di marcio per un anno.