Con il commissariamento del Regio Appendino si cava d'impiccio e ci mena per il naso

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 30/05/2020


Non c’è che dire. Per non capir nulla di machiavellismo politico in quel di Palazzo Civico sono stati bravi. Non sappiamo se il merito vada attribuito al Sindaco quanto, piuttosto, ai burattinai di Palazzo che da quattro anni giocano a dadi con la cultura torinese. Perché, va riconosciuto, la trovata del commissariamento del Teatro Regio è una faccenda politica (per quanto dettata da ragioni anche finanziarie) ed è geniale. In due giorni, l’amministrazione si è dapprima trovata coinvolta – seppur non direttamente per quanto concerne le accuse mosse dalla procura – nell’affaire Graziosi, che deflagrato ha indotto le opposizioni a richiedere immediati chiarimenti in aula, per poi finire con il cavarsi da tutti gli impicci annessi e connessi semplicemente alzando la posta in gioco. E scommettendo.

Come? Creando un problema più grosso, richiedendo il commissariamento dello stesso Regio. E facendo leva su una certezza che, da navigati conoscitori del mondo social, nessuno all’interno del Mo’ Vi Mento cittadino può non aver notato: Sindaco, assessore alla cultura e presidente della commissione cultura sullo sfondo di un’inchiesta per corruzione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio causerebbero danni mediatici ed elettorali assai più ingenti. Con ancora l’intero ultimo atto dell’amministrazione Appendino da portare in scena prima della probabile calata di sipario del 2021 è, naturalmente, qualcosa che non ci si può permettere.

Come afferma il comunicato stampa diramato l’altroieri, la crisi Covid ha contribuito a determinare il passivo in bilancio consuntivo di 2,3 milioni. Ma da nessuna parte sta scritto che, con un anno in passivo, sia necessario per alcuna fondazione musicale di diritto privato (qual è la Fondazione Teatro Regio) il commissariamento. Affinché ciò avvenga è necessario che il conto economico chiuda con una perdita superiore al 30 per cento del patrimonio per due esercizi consecutivi. Ammesso che i 2,3 milioni di passivo costituiscano il 30 per cento del patrimonio complessivo dell’ente lirico, si arriverebbe a determinare un patrimonio netto di circa 7,6 milioni. Stima più bassa dell’attuale patrimonio del Regio. La perdita, per quanto grave, rientrerebbe comunque nei termini di legge.

Il secondo motivo che rende la politicità di questa manovra veramente impalatabile e nociva per il futuro artistico dell’ente lirico risiede nella straordinaria occasione offerta dalle fondazioni bancarie (San Paolo e CRT). Le quali, dopo anni passati a tappare i buchi di bilancio di Fassino prima e Appendino poi, hanno ben deciso di chiudere i rubinetti. Chissà che in futuro, dalle parti di Palazzo Civico, non si muova quanto accaduto a pretesto per addossare la colpa ai privati. In un Paese statalista come il nostro, è un leitmotiv che non cessa mai di tornare utile.

E torniamo al Covid. I casi sono due: o il passivo è frutto dell’emergenza economica dettata dal virus (e in tal caso non capiamo come sia possibile prevedere ad oggi un rosso in bilancio anche l’anno prossimo), oppure qualcuno ha tirato su una stagione lirico-sinfonica senza prestare attenzione alle finanze. E il qualcuno che avrebbe dovuto sovrintendere a tale compito è proprio il Graziosi chiamato nel 2018 da Giovara, Guenno e Dilengite con la sottoscrizione di Appendino e Leon. La stagione l’ha inaugurata Schwarz, vero, ma essendo arrivato sotto la Mole ad agosto per quest’anno ha potuto fare ben poco.

A ciò si aggiungono le recenti dichiarazioni di Appendino, che per giustificare la manovra di commissariamento ha tirato in ballo una condizione di costante perdita. Vera, peraltro. Ma a più riprese, lo scorso anno, tanto durante la gestione Graziosi quanto durante la gestione Schwarz, le dichiarazioni di Appendino e Leon non paventavano in alcun modo – si vada a rileggerle – le ipotesi di collasso finanziario. Tutt’altro, essendo orientate all’incensamento di Graziosi e del piano industriale di Giovar…pardon, Guerzoni. Se il tanto declamato risanamento finanziario ha concorso agli eventi di questi giorni, evidentemente i conti in mano a Graziosi tanto gradevoli alla lettura non erano. Ma non vorremmo mai insinuare anche il falso in bilancio per un uomo alle prese con tre capi d’accusa di più che discreta portata.

Il tentativo dei burattinai di Palazzo è ora arroccarsi dietro la giusta (e mediaticamente utile) considerazione che tutti i problemi del Regio risalgano a dieci anni fa. Aggiungendo, però, di essere del tutto estranei alla vicenda. Questi relitti di un mondo ai titoli di coda vogliono ora menarci per il naso – di nuovo –, raccontandoci la storia delle decennali rogne del Regio attribuibili solo a Fassino e al suo partito. Se avessero anche solo distrattamente approcciato Guerra e Pace, avrebbero imparato dalle parole del generale Kutuzov come la colpa non sia mai di un solo uomo. E se è vero che per Fassino, Braccialarghe e l’ex maggioranza comunale parlare di esenzione di colpe non è possibile (noi gli immobili consegnati al Regio in piena crisi economica – e chi avrebbe dovuto e potuto comprarli? – al posto di denaro sonante non li abbiamo dimenticati), è altrettanto vero che di dieci anni di amministrazione, ben quattro sono targati M5S. E se Fassino le voragini le ha create, Appendino non le ha chiuse.

Ci sarebbe un terzo motivo che potrebbe (parliamo al condizionale: la diffamazione non fa per noi) aver indotto i signori di Palazzo a anticipare la non dovuta procedura di commissariamento. Il consiglio di indirizzo, infatti, il bilancio non lo ha ancora approvato. È convocato la prossima settimana per farlo. Se accadesse, avallando dunque l’ipotesi di commissariamento, risulterebbero decadute tutte le cariche (terza volta in due anni). Direzione artistica di Schwarz inclusa. Se il tedesco decidesse di lasciare Torino dopo meno di un anno, si tratterebbe del quarto profilo artistico-musicale silurato in due anni dall’amministrazione dopo Noseda, Fournier-Facio e Galoppini. E le ipotesi di ripicca politica per quanto accaduto lo scorso anno non sarebbero da scartare. D’altronde, da chi cita articoli (ammesso non li abbia proprio scritti egli stesso o qualcuno della stessa cerchia, dato l’impiego di pseudonimo) che definiscono i progetti artistici di Noseda “velleità da prima donna” non possiamo spettarci nulla di meglio. In questa grottesca storia di nani avventurieri in un mondo di giganti, di un’eventuale cacciata di Schwarz non avremmo da stupircene.

Non c’è che dire. Per non capir nulla di machiavellismo politico in quel di Palazzo Civico sono stati bravi. Quanto un orologio rotto.