Con la Fase 2 abbiamo l'occasione di riscoprire le meraviglie nascoste dei musei torinesi

di ILARIA CERINO
pubblicato il 28/05/2020


Se non conosciamo adeguatamente i tesori conservati nei musei torinesi, la tanto dibattuta fase 2 può forse tramutarsi in una occasione difficilmente replicabile. A causa degli ingressi contingentati i flussi di pubblico nelle sale saranno ben ridotti. E se qualcuno può ipotizzare che l’imposizione di un tetto al tempo di visita (come già fatto da Venaria) possa essere deleterio per l’esperienza museale, altri potrebbero sostenere (come la direttrice del Bargello) che andare in un museo sarà come fare una visita privata straordinaria.

Probabilmente l’idea di aprire in maniera graduale i musei e dotare tutto il personale dei dispositivi di sicurezza che sono stati richiesti darà il messaggio che si potrà andare a visitare i musei in tranquillità e in sicurezza, mantenendo le distanze. Ma dovremo naturalmente aspettarci dei cali drastici, un po’ perché le persone avranno paura d’esser contagiate e dunque si muoveranno poco, un po’ perché l’esperienza (si pensi ai musei svedesi mai chiusi, neppure nelle fasi più acute dell’epidemia) insegna che, anche quando i musei sono aperti, il rispetto e il timore sono tali che i numeri calano drasticamente.

Garantendo l’agio di visitare i poli museali non come parte di una massa ma con un numero limitato e con la possibilità di fare dei percorsi a senso unico, si consentirà forse di vedere i musei e le mostre come se si fosse in uno, in due o in tre visitatori.

La densità espositiva, in tandem con gli accessi incontrollati, è poi tale da portare il visitatore in tempi normali a non fruire pienamente del percorso di visita. Si prenda il caso dei Musei Reali, tra i percorsi più estesi a Torino. Molti conosceranno la Venere del Botticelli, i Tre arcangeli e Tobiolo di Lippi piuttosto che la Madonna col Bambino e santi del Mantegna. Ma magari non tutti conoscono la strepitosa collezione che raccoglie i principali pittori rinascimentali piemontesi o la collezione di arte cipriota. O si consideri la GAM, dove tra un Kandinskij, un Warhol, un Fontana e un Modigliani ci si può dimenticare della sessualità esplicita di Carol Rama, artista torinese scomparsa quasi centenaria nel 2015.

Il percorso obbligato potrebbe essere uno stimolo, perché consente di osservare le opere con maggiore attenzione, con maggiore spazio, con maggiore meditazione. Anche un settore come quello delle guide turistiche (per quanto a Torino abbia meno mercato che in note città d’arte del calibro di Roma, Firenze o Venezia), che è completamente messo in ginocchio da questa situazione, potrà e dovrà reinventarsi puntando su gruppi più piccoli, su visite più approfondite, su gruppi molto limitati, sulla sosta nei luoghi meno tempo ma con una qualità maggiore.

Se a fine anno i musei locali avranno registrato un calo medio dei visitatori del 50% sarà già stato un enorme successo, a legger le previsioni. Per questo occorre probabilmente contare sugli stessi torinesi, sul turismo di prossimità, sul riscoprire la propria regione e sulle piccole azioni quotidiane, perché chiunque comprerà un caffè, andrà dal parrucchiere, acquisterà una pizza d’asporto, mangerà in un ristorante o visiterà un museo aiuterà i propri concittadini. Certo, la palla sta nelle mani delle dirigenze museali fino a un certo punto. Oltre il quale eventuali maggiori e minori perdite dei poli museali da altro non dipendono se non dalla scelta individuale.