Teatri chiusi, chiese aperte

di MICHELE BARBERO
pubblicato il 16/05/2020


Non occorrerebbe aggiungere altro a quanto già enunciato nel titolo. Se non fosse che un provvedimento governativo del genere lo si aspetterebbe da governi che strizzano l’occhio alle nuove frontiere delle teorie totalitarie. Quelle di Putin e Orban, per intenderci, che dietro la retorica teorica dell’identità religiosa da preservare celano la prassi diffusa della limitazioni di libertà e diritti fondamentali. E invece a varare il provvedimento è un esecutivo che millanta da mesi la piena adesioni ai valori occidentali: quel sistema liberaldemocratico che permette di definire l’Ungheria e Stati ad essa simili “occidentali” soltanto sulla cartina geografica.

Le riaperture a singhiozzo a partire dal 18 maggio, come scritto da Daniele Santi, ci regalano una sola certezza: la capacità della CEI di far valere il proprio peso politico. Avvicinando l’asse dell’amministrazione a celate forme di teocrazia illiberale utili a perpetrare il concetto che la dimensione collettiva dell’esistenza umana sia eticamente superiore a quella individuale. Secoli forgiati dalla filosofia illuminista di Smith e Voltaire spazzati via da dottrine reazionarie e collettiviste.

 Le chiese non rappresentano un motore economico. Non rappresentano un polo necessario alla comunità, quanto piuttosto alle singole coscienze dei fedeli. Al contrario di cinema e teatri, che oltre al garantire posti di lavoro, svolgono sì attività realmente destinate a chiunque ne voglia fruire.

Non stiamo parlando solamente dei lavoratori delle grandi compagnie e dei teatri più famosi, ma soprattutto di quelli freelance che vivono di questo mestiere, ma che per farlo devono sudare per ogni data. Gente (e sono i più) che si esibiscono in festival, rassegne, piccoli teatri, locali. E che da più di due mesi non partecipano a eventi e non vedono sussidi.

La ragione addotta per sostenere la scelta del governo si fonda sul circolo di persone che la riapertura di chiese da un lato e teatri dall’altro innescherebbe. Le prime non produrranno un circolo di persone alto quanto quello che potrebbe generare l’apertura dei teatri. Passiamo quindi ai numeri. In Italia esistono circa 100.000 edifici di culto cristiano. Di queste, pressappoco un quarto sono parrocchie. I teatri mappati risultano essere 1236 (cifra che escluderebbe tuttavia i poli teatrali più piccoli). Ci venga detto chiaro e tondo in base a quale studio i teatri smuoverebbero più flussi umani. Strano. Tutta questa gente, a teatro, non si è mai vista in tempi recenti.

Ha poi poco senso contrapporre la tutela costituzionale della libertà di professare la propria fede al vuoto costituzionale che non tutelerebbe, in questo caso, i luoghi di cultura. Non si tratta infatti di negare la possibilità di manifestare la propria fede quanto piuttosto di rimarcare l'effettiva eguaglianza di trattamento di tutti gli enti - religiosi e non - dinanzi alla legge. O si apre per tutti, o non si apre. E, per giunta, nessun Paese al mondo ha una Costituzione che affermi il diritto alla cultura con tanta forza e coerenza come fa la nostra Carta fondamentale.

E passiamo a Torino. I lavoratori del Regio hanno dichiarato di voler ripartire. I musei vogliono ripartire, come testimonia il lavoro svolto dall’assessore Leon per fissare la ripartenza almeno al 2 giugno. Gli enti culturali privati devono ripartire per allontanare gli spettri del fallimento finanziario. Il Sindaco altro non ha da fare se non farsi portavoce del mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo con un’azione di disobbedienza civile atta a rimarcare il principio cavouriano della libera Chiesa in libero Stato. Il tornaconto elettorale sarebbe scarno. Lo sappiamo noi e lo sanno dalle parti di Palazzo Civico. Ma è tempo che si scelga ciò che è giusto in luogo di ciò che è facile.

Torino può farsi capofila della protesta, cogliendo l’occasione per riaffermare la centralità del mondo culturale locale rispetto alle dinamiche di vita urbana. Cogliendo l’occasione per dimostrarsi più progredita di una Nazione pullulante di reazionari rimbambiti e ignoranti. La CEI nazionale e il distaccamento piemontese se ne facciano una ragione.