Non una parola

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 27/04/2020


Ancora una volta, il mondo dello spettacolo dal vivo trattato come se non esistesse. Come se non fosse fatto da persone. E come se non rappresentasse una delle colonne portanti della cultura nazionale. Tra gli argomenti toccati nella conferenza stampa del Premier Giuseppe Conte di ieri sera figurano gli allenamenti delle squadre calcistiche e le fasi per la riapertura di centri estetici e barbieri. Supponiamo che, in una conferenza stampa senza contraddittorio, un risicato minutaggio da destinare a teatri, sale da concerto e dintorni si potesse ricavare.

Sappiamo che la cultura non porta voti. Ma per rispetto nei confronti dei lavoratori del settore dello spettacolo dal vivo – ad oggi tra coloro che stanno pagando tra i prezzi più alti le conseguenze dell’emergenza Covid –, una distratta citazione, a ricordarne l’esistenza, sarebbe stata doverosa. Nella sua fondamentale funzione di rappresentante di tutti, Conte avrebbe dovuto – e potuto – rispettare la particolare condizione di disagio in cui versano musicisti, operatori del settore, cantanti, direttori d'orchestra, professori di Cori e Orchestre, tecnici, e di tutti i lavoratori del mondo dello Spettacolo.

Non ci accoderemo alle polemiche di coloro che parlano di cultura nei termini di un momento sociale. Sappiamo essere così, ma la strada verso il recepimento di massa da parte del grande pubblico di tali considerazioni è tortuosa e in salita. Ci limitiamo a rammentare, dunque, l’esistenza di questi dimenticati. Specie di coloro che sono pagati a prestazione, costretti in questo periodo a una necessaria assenza dalle scene.

Teatro Regio, Teatro Carignano, Teatro Gobetti, Auditorium Toscanini: le istituzioni torinesi coinvolte nelle non-misure per la ripartenza abbondano. E alcune di esse contribuiscono a declinare a livello locale quell’arte che ancora ci consente di essere ammirati nel mondo. L'Italia è il paese che ha dato i natali, tra gli altri, a Guido Monaco detto D'Arezzo, inventore della moderna notazione musicale, e in un salone fiorentino, in via de' Benci, alcuni intellettuali tardomedievali inventarono la nozione di “Opera” che ancora conosciamo.

E nessuno venga a dire che noi o chi si trova a pensarla come noi è incurante dei rischi connessi allo spettacolo dal vivo a questo stadio dell’esperienza Covid. È naturale che si parli di riaperture in sicurezza: ma qualora ciò non fosse possibile, ciò non sarebbe comunque un motivo sufficiente ad assolvere Conte e il suo staff dalle rispettive deficienze culturali. L'ignoranza, come sosteneva Spinoza, è immorale. Ancor di più se sul banco degli imputati vi sono i leader di partito (nessuno escluso) o più in generale gli esponenti del mondo politico-istituzionale.

L’Italia è l’opera e il teatro. Non gli spaghetti, non la pizza, non il calcio.