Cabiria, il kolossal torinese che cambiò la storia del cinema

di REDAZIONE
pubblicato il 18/04/2020


Torino, sera del 18 aprile 1914. Un folto pubblico attende di fronte allo schermo del Teatro Vittorio Emanuele. Nelle vicinanze e all’ingresso del teatro i soliti venditori strillano e provano a vendere “Il libretto di Cabiria” presentandolo come “Il libretto dell’opera”, quasi si tratti della prémière di una nuova opera lirica attesa dal pubblico. Naturalmente, il pubblico è distintissimo. La principessa Giovannelli, la marchesa Di Bagno, la principessa Pignatelli, la marchesa di Varone-Marini-Clavelli, la marchesa Serra di Cassano, il presidente del Consiglio onorevole Salandra, l’onorevole Luzzatti, il senatore Falna, gli onorevoli De Nava Pais-Serra Gallenga Marchesano, Amici e Ravenna, Don Prospero Colonna principe di Sonnino, il principe di Belmonte, il marchese Calabrini, il duca Sforza Cesarini, il principe Giovannelli e altri ancora.

Alle 21.23 lo spettacolo si apre con la “Sinfonia del fuoco”, composizione del Maestro Ildebrando da Parma, eseguita da ottanta professori d’orchestra e cantata da un baritono con un coro di quaranta coristi,che serve da preludio al dramma che verrà proiettato, scritto – almeno così il pubblico crede – da Gabriele D’Annunzio e inscenato dalla ben nota casa di produzione Casa Itala Film di Torino. Mentre l’orchestra suona la sinfonia, lo schermo va colorendosi man mano di rosso col lento crescere del brano.

«Chi scrive non è certo competente a giudicare il lavoro sinfonico del maestro tanto caro a Gabriele D’Annunzio. Ma può ben dire che il pubblico aspettava qualche cosa d’altro. La parola stessa “fuoco” richiamava alla mente, che so io?, qualcosa di vivo, di crepitante, di rombante. Perciò il pubblico s’aspettava di udire non una musica languida, ma bensì una musica scoppiettante, che facesse intravvedere per lo meno... le lingue di fuoco. Ciò non toglie che gli intenditori – e la sera non erano pochi – abbiano assai gustato la sinfonia del maestro Pizzetti appunto perché schiva da ogni concessione alla volgarità. “Non ci sarebbe mancato altro – diceva un competente – che l’invocazione a Moloch per il sacrificio di cento puri fanciulli fosse stata accompagnata da un pezzo di musica allegra con il sussidio del futurista intonarumori”», scriverà cinque giorni dopo Ripa di Berno sulle colonne de Il Giornale d’Italia.

Si odono dapprima sommesse, poi distinte le voci del sacerdote, invocante il dio Moloch, ed i cori che rispondono e pregano il dio; lo schermo intanto va popolandosi di oscillanti fiammelle, che si fanno vieppiù numerose, fino a che compare il grande e maestoso tempio di Moloch il dio vorace ed insaziabile di carne la più pura e del sangue più mite.

Incomincia quindi la visione di Cabiria, del regista astigiano Giovanni Pastrone. I primi applausi scoppiano alla rievocazione dell’eruzione dell’Etna e del terremoto che devastò Catania nel terzo secolo avanti Cristo. Vi è pericolo, date le difficoltà di messa in scena, di cadere nel ridicolo e provocare l’ilarità del pubblico. Ma il grave pericolo viene superato e la montagna eruttante fuoco, la fuga disordinata degli abitanti delle falde dell’Etna e la furia distruggitrice del terremoto impressionano fortemente gli spettatori. Gli applausi si rinnovano alla fine del primo episodio, per poi scandire l’intero corso della pellicola.

La serata è un successo, e i cronisti non mancano di mettere in luce come la pellicola possa cambiare le sorti della cinematografia, ridefinendone il corso. Lo si denota da uno dei commenti pubblicati l’indomani sul Corriere della Sera: «Siamo forse sul punto di veder formarsi un nuovo genere di critico: il critico delle pellicole? Per una volta la cosa può passare, come assaggio. Soltanto, invece di parlare di interpretazione, di voci, di accenti, di attori, di dialogo, di stile, il nuovo critico dovrà parlare di lungo metraggio, di positive bene sviluppate, di effetti di luce, di proiezione ferma oppure - che il cielo la benedica! - oscillante, e di alcune altre cose che finora non erano nell’obbiettivo del critico, ma in quello dall’apparecchio fotografico».

A fine aprile The Bioscope parlerà del film in questi termini: «Qualcosa di simile non è stato mai visto in precedenza, né tantomeno tentato. Colossale, meraviglioso, di una prodigiosa magnificenza, va detto che è senza pari fra gli spettacoli cinematografici. […] D’altro canto, è abbastanza certo che come semplice pellicola cinematografica questo meraviglioso film superi ogni cosa vista sino ad ora – sempre che sia possibile, strettamente parlando, fare qualunque confronto in relazione a un’opera che non ha precedenti.

Prima di tentare di fornire un giudizio critico sulla messa in scena, potrebbe non rivelarsi completamente fuori luogo menzionare che il suo costo fu valutato a quasi 50.000 Lire, e che si dice che un anno sia stato occupato dalla sua lavorazione. Il prezzo nell’arte è raramente un indice sicuro di valutazione, ma nel caso presente si può solo dire che tali dettagli di spesa paiono modesti in relazione al risultato che, da un punto di vista artistico, deve essere considerato inestimabile. […] È comunque improbabile che Cabiria si imprimerà nella mente degli spettatori principalmente per la storia o il resoconto storico, per quanto sia attraente e notevole sotto entrambi questi punti di vista. Prima di ogni altra cosa si tratta di una meravigliosa messa in scena spettacolare, così bella, magnifica e profondamente diversa da ogni altra opera che si vede che, anche in mancanza di fascino drammatico, rimarrà tuttavia uno dei più grandi film mai visti sugli schermi. Il suo splendore spettacolare non è semplicemente il risultato di munifici investimenti nella costruzione delle scene, nei costumi e nei viaggi da un luogo all’altro per assicurare uno sfondo naturale adatto, sebbene sotto nessuno di questi aspetti si sia risparmiato in spese o problemi. Oltre alla perfezione ottenuta con fatica e denaro, troviamo le capacità più straordinarie nella riproduzione, che hanno reso possibile ogni genere di effetti meravigliosi che si spingono alquanto oltre lo scopo del mediocre impresario, e che certamente segnano proprio il punto tecnico più alto mai raggiunto dalla fotografia cinematografica».

La trama di Cabiria è da sola indice delle molteplici difficoltà che la produzione degli anni ’10 si trovò ad affrontare: a essere tratteggiata è l’italia al tempo della seconda guerra punica. Una bambina non ricca, Cabiria («nata dal fuoco»), scampa con la nutrice dall’eruzione dell’Etna, ma è rapita dai pirati cartaginesi e venduta come schiava. Quando sta per essere immolata al dio Mobeh, è salvata dal patrizio romano Fulvio Axilia e dal suo liberto, il buon gigante Maciste. In quegli stessi momenti Annibale sta superando le Alpi e si appresta a marciare su Roma.

E proprio per ipotecare il successo della pellicola fu chiamato D’Annunzio. Scriveva Pastrone nel 1961: «D'Annunzio era altezzoso quando era stato pagato. Era strisciante, adulatore, finanche amichevole, quando si trattava di riscuotere e allorché voleva fare con me altri due film. Volli imporre il nome di un artista, quello di D'Annunzio, per dimostrare che anche il cinema poteva esprimersi per mezzo di artisti. Fu da allora che si affermò, nel film, la parte del regista. Rinunciai ad ogni onore in favore del Poeta. Fu una rivoluzione, perché Cabina convinse che si potevano fare film con gli intellettuali, con gli artisti. Fino allora si erano occupati del cinema solo i giornali secondari. Ma con D'Annunzio dovettero occuparsi del cinema anche i giornali più seri. [...] Usavo molti pseudonimi. Per Tigris qualcosa come Leblanche, non ricordo bene. Cabina uscì col nome di D'Annunzio. Dopo Cabiria non si chiedevano che film di autore. Feci Il fuoco e inventai Piero Fosco. Sono fiero, oggi, di aver dato prova di questa forza, di aver rinunciato alla paternità intera di Cabiria - avevo appena trent'anni - per regalare a D'Annunzio un film che avevo fatto io. A quell'età non era da tutti rinunciare alla gloria. Le didascalie di Cabiria, più che D'Annunzio, rappresentano il dannunzianesimo. Sembrano fatte apposta. Molti conoscono soltanto l'originale della stesura di D'Annunzio, che però può essere confrontato col testo mio, che lo precede».

Per quanto la critica del tempo, sulla scia delle didascalie di D’Annunzio, associò al coevo colonialismo italiano e alla guerra di Libia il tema delle guerre puniche, in Cabiria Roma non si vede mai (come accade invece in altri kolossal dell'epoca, per esempio Marcantonio e Cleopatra di Guazzoni, del 1913). Se proprio si vuole individuare un conflitto tematico visibile, lo si deve cercare nel contrasto tra la Grecia e l'Africa, tra l'Occidente e l’Oriente, tra le armoniose architetture elleniche di Catania e lo spazio esotico-barbarico del tempio di Moloch. Al contrario, le didascalie di D'Annunzio insistono a più riprese sul tema del primato di Roma. La musicalità della sintassi dannunziana intensifica la retorica della latinità, ma non sempre riesce ad accordarsi con un racconto che invece di esaltare il romano Fulvio Axilla si lascia incantare dalle imprese di uno schiavo di colore (Maciste) e dalla seducente visibilità degli ambienti esotici.

A più di cento anni di distanza, quello che è a tutti gli effetti il maggior kolossal italiano antecedente al ventennio si spoglia di decenni di luoghi comuni volti a etichettarlo come padre ideologico del fascismo. La forza della pellicola di Pastrone non sta nel messaggio politico, quanto nella dimensione scenica dell’allestimento: la monumentalità rasenta la dimensione del visionario, le parole di D'Annunzio si uniscono ai fraseggi musicali di Pizzetti e Mazza, la potenza sonora del coro si fonda con la plasticità dei contrasti di luce, il piacere di mostrare cose meravigliose si unisce al desiderio di raccontare una storia d'amore e di mettere in scena i conflitti della Storia pubblica, la pittura, l’architettura, la musica, il teatro si fondono nella nuova macchina del cinema per offrire alle platee stupefatte del mondo intero la luccicante versione novecentesca del più grande progetto artistico di fine Ottocento: la wagneriana opera d'arte totale.