Appunti per il futuro. Come far ripartire lo spettacolo dal vivo a pandemia conclusa

di REDAZIONE
pubblicato il 16/04/2020


Con quali modalità il settore dello spettacolo dal vivo potrà ripartire a emergenza conclusa o, perlomeno, attenuata? Parliamo di un comparto che vive del proprio indotto: in assenza di spettatori paganti e denari sonanti, non può esistere. Così Fabrizio Gargarone, direttore artistico dell’Hiroshima Mon Amour, affida a un post Facebook le proprie considerazioni in merito al rilancio del mondo dello spettacolo dal vivo, non senza evidenziare i numerosi problemi con cui ci si dovrà scontrare al momento del restart. Primo tra tutti, l’applicazione dei protocolli di sicurezza sanitaria: anche ammettendo sia possibile controllare il rispetto della distanza di sicurezza tra spettatore e spettatore, ai grandi eventi sarebbero in pochi a poter accedere. Per non saturare i luoghi di raccolta, certo, ma ancor di più perché – con pochi biglietti staccabili e di conseguenza un basso tetto massimo di acquirenti – i costi per i fruitori sarebbero inavvicinabili per larghe fasce di popolazione.

“Dato che appare inverosimile l’arrivo a tempi brevi di un "antidoto" che chiuda questa pagina di storia e dato che un prolungamento del periodo del “distanziamento sociale” ha buone probabilità di portare comunque all’estinzione della popolazione, per fame, per disturbi psicofisici, o per chissà cosa, è utile immaginare come ricominciare a muoversi, con quali metodi, senza porre limiti alle idee, intuizioni o desideri. Lo so che ci sono scienziati, esperti, virologi, statistici ma questa situazione è evidentemente troppo anche per loro e la loro preparazione. Ognuno di noi può dare un contributo e leggere alcune situazioni in un modo utile alla comunità, analizzando le proprie esperienze e bisogni, il proprio lavoro, o condividendo osservazioni. Senza vergogna o timori, non ci sono professori in grado di dare voti.

Questo è il mio per quello che conosco bene, ovvero il pubblico spettacolo.

L’esperienza mi insegna che dopo ogni incidente le misure di sicurezza, quelle che si definiscono oggi come safety e security, si irrigidiscono. E difficilmente tornano indietro. Chi frequenta i concerti o gli stadi conosce bene i percorsi che hanno portato fino al biglietto nominale, apertura borse, perquisizioni corporali, metal detector, code distanziate. Possiamo immaginare che queste misure comprenderanno dei nuovi protocolli molto rigidi di tipo sanitario per lo svolgimento di qualsiasi attività. Protocolli che dovranno essere messi in atto da personale qualificato previa formazione che opera sotto il controllo e la validazione sul campo di qualche avente diritto, esattamente come la perquisizione ai grandi eventi, che deve avvenire alla presenza di un pubblico ufficiale, o la misurazione della temperatura agli aeroporti, validata da personale medico.

Queste misure prese a esempio faranno parte di protocolli da seguire, da progettare, validare e da pagare. Chi segue il mondo dei concerti sa che ad esempio sulla questione dei biglietti nominali ai concerti nata per contrastare il secondary ticketing, la più grande opposizione su questa misura è stata sulle difficoltà logistiche, e sui costi da sostenere a carico degli organizzatori. Una questione che appare oggi, come costi da sostenere, irrisoria rispetto all’impatto dell’aspetto sanitario.

Safety e security costano e andranno a ricadere sull’utente finale, sul consumatore dello spettacolo, della cena al ristorante, del caffè al bar.

È realistico immaginare sul breve/medio periodo uno scenario in cui tempo libero e cultura così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi diventeranno un bene di lusso. Ammesso che la trattoria del cuore sopravviva alla riapertura dovrà alzare i prezzi, così come i concerti, così come tutto. Per la gente normale ci sarà lo streaming per gli spettacoli, a prezzo irrisorio e il food modello drive in di McDonald e Burger King, dove arrivi in macchina, abbassi il finestrino, prendi il tuo sacchetto prepagato e mangi in un parcheggio ai soldi che spendevi più o meno prima.

In questo scenario, al momento della ripartenza nel settore cultura e tempo libero, assisteremo alla lotta impari e amplificata tra le grandi multinazionali (che per intenderci oggi nella musica con eventim e livenation già hanno il pieno controllo della filiera) e i piccoli che a fatica nel tempo rappresentano il tessuto di qualsiasi territorio. Vedo più semplice per McDonald rispettare gli standard che verranno rispetto alla trattoria a chilometro zero, così come per un qualsiasi Palazzetto, rispetto al circolo Arci di zona, che magari ha gestito negli anni un qualche gruppo di acquisto solidale. Il prezzo che si dovrà pagare per il lusso di una qualche forma di socialità avrà a che fare necessariamente con la rinuncia della propria privacy, e dei nostri diritti elementari e questo e un grande tema, che verrà affrontato da tutti noi con risposte individuali e collettive tuttora inedite e esplorate solo dalla science fiction. Ma ci sta tranquillamente che nasceranno locali clandestini, come gli speakeasy del proibizionismo e assembramenti illegali per stare insieme, possibilmente non tracciati.

Non faccio parte di quelli che attendono l’arrivo del vaccino come soluzione di tutti i mali e sono disposti ad attendere le condizioni previrus per ricominciare a operare. Quelli sono i grandi players del mercato musicale, ad esempio e dell’intrattenimento in generale, che da qualche anno lavorano con economie al limite su grandi numeri e possono permettersi il lusso (secondo me illusorio) di aspettare che passi la tempesta. Faccio parte di quelli che vogliono riaprire al più presto, per sopravvivere certo ma per recuperare il senso del proprio lavoro.

Allora, ragioniamo sulla riapertura di club, teatri, ristoranti, che come sappiamo saranno gli ultimi degli ultimi. Quindi portiamoci avanti.

Sto aspettando di conoscere i dettagli dei piani che consentiranno l’apertura delle fabbriche in sicurezza. Mi interessano perché con il mio settore hanno problematiche e soluzioni condivisibili magari solo in parte. Si tratta normalmente di un numero significativo di persone concentrate in uno spazio ordinato dotato di impianto di aerazione, per un determinato numero di tempo, non inferiore alle 4 ore, che iniziano e terminano una determinata funzione contemporaneamente. Queste persone non solo passano questo tempo in un luogo contemporaneamente ma generano un flusso di entrata e uno in uscita, dovranno utilizzare servizi igienici e avere accesso a una mensa. In particolare mi interessano i piani di sicurezza di Ferrari e FCA, che vedono per alcune parti sperimentali la collaborazione nella redazione del virologo Roberto Burioni.

L’altro settore che ci può venire in aiuto è quello del trasporto aereo civile, che ricordo non è mai stato interrotto. Alitalia infatti opera quotidianamente e non ha mai sospeso i voli, ma solo ridotto le tratte. Questo settore è tra i più avanzati e complessi in safety e security e può servirci per costruire un protocollo per il pubblico spettacolo. Di nuovo abbiamo una concentrazione in un dato e certo periodo in uno spazio, percorsi di afflusso e deflusso, somministrazione. La differenza tra il tempo del viaggio e quello di lavoro è la frequenza con cui si ripete. Ecco perché i piani per le fabbriche possono essere anche più interessanti.

Se viene validato un protocollo che consente una concentrazione di persone per un dato tempo in un dato spazio per lavorare in sicurezza, dobbiamo dedurre che tale protocollo tuteli la salute del lavoratore in modo sufficiente. Così come il protocollo in vigore per le compagnie aeree, deve essere sufficiente per tutelare il viaggiatore e il personale di bordo. Così non fosse sarebbe un reato piuttosto grave, che può arrivare fino all’omicidio colposo nel caso di contagio e successivo decesso.

Mutuare questi tipi di protocollo e applicarlo allo spettacolo dal vivo non mi pare un esercizio di stile ma un qualcosa di praticabile e in buona parte già in essere, ad eccezione dell’aspetto sanitario specifico.

Infatti siamo già abituati ad acquistare in anticipo un biglietto fornendo dati personali, ci si presenta per le code alle casse almeno due ore prima dell’inizio dell’evento rispettando tutta una serie di divieti; si entra con un titolo individuale e documenti alla mano previa perquisizione e passaggio al metaldetector; ci si siede in posto numerato e assegnato; le vie di ingresso e di uscita sono differenti. Manca la parte sanitaria, tutta da costruire perché inedita, il distanziamento tra le persone, gli eventuali dispositivi di protezione individuale.

Possiamo a ragione immaginare spettacoli in spazi aperti o chiusi con una superficie che permetta un affollamento tale da non compromettere la distanza di sicurezza minima tra i presenti, con posto numerato a sedere, con servizio di somministrazione al tavolo. Possiamo immaginare due spettacoli per giornata, come alcuni jazz club, con artisti che lavorano a tenitura, ad esempio. Terribile? Certo. Ma da qualche parte bisogna iniziare e da qui si può.

Ci verrà in soccorso a breve anche il comparto del turismo. Se verranno autorizzate le aperture delle spiagge, gli stessi protocolli potranno essere estesi agli spettacoli dal vivo in estate. Non parliamo di grandi eventi, ma di una ripartenza, di una qualche possibilità di tornare alla vita in 3d, anche se con costi di produzione fortemente aumentati.

Cultura e tempo libero solo per ricchi sono purtroppo uno scenario probabile ed è proprio li che deve intervenire la politica degli enti pubblici e delle fondazioni bancarie per invertire questa deriva, salvando il salvabile dei tessuti culturale e sociale. In queste ripartenze avventurose e temerarie devono essere i primi nostri alleati sostenendoci senza paura. Nel caso opposto, la naturale invadenza delle società dei paesi che sosterranno finanziariamente l’Italia sarà difficilmente arginabile e aprirà scenari sociali e culturali ignoti e difficilmente governabili. E quest’ultimo appunto non vale solo per il mio comparto, ovviamente”.