Palazzina di Caccia di Stupinigi, anticamera nell'appartamento della Regina: particolare de 'Il sacrificio di Ifigenia', affresco di Giovan Battista Crosato, 1733

Giovanni Battista Crosato, un veneto alla corte sabauda

di REDAZIONE
pubblicato il 27/03/2020


Impossibile, per gli appassionati della storia dell’arte, dimenticare l’importanza della felice stagione settecentesca della pittura veneta, grande proscenio dell’arte figurativa nata all’ombra di San Marco. Venezia e Parigi sono le città capitali del gusto dell'aristocrazia e dei principali mercati dell'arte e del collezionismo, e la centralità culturale della città dei Dogi ne determina la scelta come soggetto delle rappresentazioni pittoriche.

E così, tra i canali di una delle destinazioni obbligate del Grand Tour (la lunga missione nell'Europa continentale intrapresa dai ricchi dell'aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinata a perfezionare il loro sapere con partenza e arrivo in una medesima città), operano i tre Tiepolo, Piazzetta, Guardi, Bellotto, Ricci e il noto Canaletto. I quali spesso, a causa della ricchezza della Repubblica, concentrarono la loro attività nella sfera d’influenza veneziana.

Tra coloro che seguirono – seppur in parte – altre strade vi è Giovanni Battista Crosato. Figlio di Giacomo, nacque a Venezia nel 1686.Poche e scarse le notizie sulla sua attività giovanile, che si presume si sia svolta a Venezia. Ma già nel 1733 fu per la prima volta a Torino, al servizio della corte sabauda: eseguì affreschi nella palazzina di Stupinigi, a villa della Regina, e lasciò qualche lavoro anche nel Palazzo Reale. Dopo un interludio veneziano, testimoniato dall’iscrizione alla fraglia dej pittori, nel 1740 tornò a Torino, dove lavorò alla decorazione di alcune chiese, come la Consolata e la Immacolata, e anche della Visitazione di Pinerolo.

Tra il 1742 e il 1744, con un breve intervallo, nel 1743, in cui ritornò a Venezia, fu occupato a Torino come scenografo: nel 1743 si rappresentò al teatro Regio di Torino il Tito Manlio di Niccolò Jommelli, alle cui scene il Crosato aveva lavorato insieme con G. F. Costa, per poi lavorare nuovamente per il teatro d’opera sabaudo nel 1750. Nel 1749, a Torino, ricevette pagamenti per lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti del carnevale; nello stesso anno lavorò a Torino con il Mengozzi Colonna; dello stesso periodo sono gli allestimenti per la Didone abbandonata di Terradellas, e per la Siroe di Domenico Scarlatti e i bozzetti del sipario. Chiamato a far parte dell'Accademia veneziana nel 1756, ritornò stabilmente nella propria città natale, dove morì il 15 luglio 1758.

Conosciuto prevalentemente come frescante, Crosato ha nella cultura figurativa del ‘700 un ruolo considerevole, anche se del tutto personale e spesso antitetico alla moda decorativa tiepolesca. Il suo linguaggio si caratterizza sempre per una complessità culturale, ove certamente determinante è stato l'apporto del mondo cosmopolita della corte sabauda e la sua quasi costante collaborazione con quadraturisti e anche scenografi. Il linguaggio della sua pittura, in cui prevale sicuramente una forte componente rococò, nella pennellata frizzante, nella fattura rapida, a macchie, e nella composizione ove prevalgono figure piccole e nervose, si connota allo stesso tempo, quasi in contrasto singolare e del tutto personale, di un interesse verso una resa popolaresca nelle espressioni argute dei personaggi, e di una ricerca della realtà che traducono in scene spiritose le magniloquenze delle scene mitologiche, rivelando in ciò alcune affinità con il mondo del Crespi.

L'opera più celebre tra quelle che Crosato dipinse nella palazzina di Stupinigi, nel 1733, è certamente il soffitto con il Sacrificio di Ifigenia nell'anticamera, opera di monumentale effetto, per gli scorci violenti dei gruppi ammassati in controluce ai bordi della composizione, mentre nel libero cielo chiaro volano amorini attorno a Venere. L'affresco si caratterizza anche per una particolare sensibilità coloristica, nei timbri accesi di colore, ma anche per un singolare luminismo nei gruppi in controluce; inoltre assai spesso la magniloquenza della favola mitologica cede il passo ad un'arguzia espressiva specie nei personaggi secondari, carichi di un popolaresco realismo anche nelle vesti e negli atteggiamenti.

La complessità delle esperienze che stanno alla base di questa decorazione rivela certamente il debito di Crosato verso la pittura crespiana, che ha indotto alcuni studiosi a ipotizzare un soggiorno emiliano in gioventù, durante il quale il pittore avrebbe maturato un certo espressionismo stilistico fondato sull'arguzia dei volti dei personaggi unita a colori accesi.

Tratti, questi, che ricompaiono anche nelle Allegorie delle stagioni della sala degli Scudieri - figure cariche di una naturalezza vivace e cordiale - e nei gustosissimi gruppi che si affacciano da finte nicchie cariche d'ombra sulla volta dell'anticappella, in atteggiamenti e costumi del tutto anticonformisti. Nell'ovato centrale della sala degli Scudieri, invece, con Apollo uccide il pitone, che si apre nella complessa quadratura di Gerolamo Mengozzi Colonna, è piuttosto prevalente la componente rococò, nelle leggiadre eleganti figurette.

L'aderenza alla moda rococò, anche nella sua connotazione più "francese", è del resto chiaramente avvertibile nella volta affrescata di villa della Regina, dove protagonisti sono Amorini Putti che volano liberamente nel limpido cielo, e raffigurano le Quattro stagioni. Ancora putti e amorini sono nei paracamini e nelle porte dipinte nella camera da lavoro della regina in Palazzo Reale; mentre nelle diciotto Scene mitologiche riconosciute, che costituiscono lo zoccolo della camera verde dello stesso palazzo, è piuttosto la componente di un rococò veneziano quella che predomina.

Il secondo soggiorno piemontese del C. lo vede attivo anche in decorazioni per chiese: nella cupola - purtroppo ridipinta - della Consolata a Torino, collaborò con il quadraturista modenese Giambattista Alberoni, animando le pesanti finzioni architettoniche con una serie di Angioletti tra nuvole ed eleganti figure che si affacciano tra i pesanti cornicioni; certamente più freschi e frizzanti sono i personaggi dipinti in tre piccoli soffitti delle sacrestie della stessa chiesa e quelli del Trionfo della ssTrinità in una delle volte della chiesa dell'Immacolata, ove la pennellata franta e veloce può addirittura rimandare alla pittura del Guardi.

Nello stesso periodo lasciò per il teatro Regio due bozzetti per il sipario (Torino, Galleria Sabauda e Museo civico: Viale Ferrero, 1980) e il bozzetto (in collaborazione con il Mengozzi Colonna; Torino, Galleria Sabauda) per una scena della Siroe, eseguita nel 1750 al Regio. Il Crosato inaugurò una scenografia che rifiuta le pesantezze quadraturistiche care ai Bibiena, più libera e pittorica, che avrà largo seguito, proprio a Torino, nell'opera dei fratelli Galliari.

Seppur meno conosciuto dei suoi contemporanei veneziani, è indubbio che Crosato abbia fortemente influito nello sviluppo dell’arte sabauda in età rococò, importando forme e tendenze tipiche di altre aree della penisola italiana, contribuendo così al processo di “internazionalizzazione” dell’arte piemontese.