Vista del Comune di Moncenisio

56 dei 100 Comuni meno popolati d'Italia sono piemontesi

di REDAZIONE
pubblicato il 26/03/2020


Re delle tradizioni culturali o dello spreco? Il Piemonte troneggia sulle altre Regioni della penisola per numero di comuni meno popolati. Tra le cento località italiane con meno residenti la vetta potrà anche non essere piemontese (il Comune con meno abitanti è infatti il lombardo Morterone, in provincia di Lecco), ma la Regione di Torino spadroneggia per numero: cinquantasei su cento (tra questi, ben ventotto sono siti in provincia di Cuneo), seguita dalla Lombardia con tredici.

La testa della classifica locale spetta al Comune di Moncenisio, in provincia di Torino: trentacinque abitanti distribuiti su una superficie di 3,98 kmq (si tratta anche del Comune meno esteso della penisola), seguito da Briga Alta (Cuneo), con quaranta abitanti, e Ingria (Torino), quarantaquattro. I casi piemontesi sono esempi di un trend generale affermatosi in tutta la Repubblica negli anni passati. Dal 2011 ad oggi, secondo l’analisi della Fondazione Think Tank Nord Est, i 7.914 municipi del Paese hanno mostrato tendenze demografiche anche significativamente differenti.

I Municipi più piccoli, quelli con meno di 500 abitanti, hanno perso in media il 6,9% della popolazione. Quelli con un numero di residenti compreso tra 500 e 1.000 hanno segnato un calo del 5%. I Comuni con una popolazione tra 1.000 e 3.000 persone evidenziano una flessione del 3,1%. I Municipi con un totale di abitanti compreso tra 3.000 e 5.000 mostrano una diminuzione dello 0,9%. Bisogna quindi arrivare ai Comuni con più di 5 mila abitanti per osservare un’inversione di tendenza, con un aumento di popolazione tra 2011 e 2019 che è via via più elevato man mano che aumenta la dimensione demografica: +0,4% tra 5.000 e 10.000 residenti; +1,7% tra 10.000 e 20.000; +1,9% tra 20.000 e 50.000; +2,2% tra 50.000 e 100.000; +2,9% tra 100.000 e 250.000; +3,4% nelle città con più di 250.000 abitanti.

Lo spopolamento delle aree marginali ha messo in difficoltà la sostenibilità dei servizi locali e nei prossimi anni aumenteranno ancora i problemi per i piccoli Comuni, che faticheranno a garantire servizi. Se si intende valorizzare la vita in periferia, è opportuno innalzare la qualità dei servizi. Non basta la buona volontà di molti amministratori locali: i servizi diventeranno efficienti e sostenibili solo se i Comuni decideranno di mettersi insieme. Non attraverso convenzioni o unioni – strumenti in crisi in tutto il territorio nazionale – ma attraverso la fusione delle realtà più piccole.

Si tratta di promuovere dal basso un processo di revisione dell’assetto istituzionale, volto sia alla razionalizzazione della spesa pubblica, sia all’efficientamento delle amministrazioni locali attraverso il loro accorpamento. Secondo Antonio Ferrarelli, presidente della Fondazione Think Tank Nord Est, “Ogni Comune dovrebbe scegliersi autonomamente i propri “compagni di viaggio”: solo una riforma “sartoriale”, cucita su misura in base alle esigenze delle comunità potrà permettere la sopravvivenza delle piccole realtà ed il loro rafforzamento”.

Il maggiore ostacolo è tuttavia rappresentato da quel sotteso (a volte neanche troppo) campanilismo la cui declinazione toscana già Dante ripetutamente menzionava nella Commedia, ma che pervade l’intero territorio italiano da Nord a Sud. Non si procede con accorpamenti comunali a causa del trincerarsi degli oppositori dietro millantate ragioni storico-culturali. Ma difficilmente usanze e tradizioni locali sarebbero messe a rischio dalla fusione di Comuni confinanti. Sarà anche vero, come sostiene lo chef Gianfranco Vissani, che “C'è un campanilismo che ha costruito - e anche rovinato - l'Italia: i sapori cambiano perfino da un casolare all'altro”, ma i critici delle riforme volte all’accorpamento sono spesso mossi – più che da sentite ragioni culturali – da aperta (e infondata) ostilità campanilista.

C'è una storia che nacque nei secoli in cui il mondo della letteratura era contrapposto tra sostenitori del primato dell'Ariosto e coloro che preferivano il Tasso. Due tifosi dell'uno e dell'altro si sfidarono a duello e quando il campione del Tasso fu trafitto, morendo confessò di non aver mai letto neppure un verso né dell'uno, né dell'altro.

Stipendi e rimborso prestiti a parte, nei Comuni fino a 500 abitanti si spendono 2.751 euro per abitante, mentre quando i residenti sono fra 5mila e 20mila il conto pro capite oscilla intorno agli 800 euro. Proporzioni simili si incontrano se si guarda alla sola spesa corrente che, escludendo sempre personale e ammortamenti, si attesta a quota 1.077 euro nei Comuni più piccoli e non supera i 540 euro in quelli di media grandezza. Ecco perché, se si fondessero tutti i Comuni fino a 3mila abitanti in aggregati che ne contino almeno 5mila a testa, si potrebbero risparmiare a regime 3,56 miliardi di euro (66 euro per ogni italiano), a cui si aggiungerebbe una dote da 367,4 milioni uniformando anche la spesa di personale. A dirlo è uno studio del Ministero dell’Interno datato 2015.

La base da cui partire è al centro del dibattito da anni, ed è rappresentata dalle diseconomie inevitabili che si incontrano quando i Comuni sono troppo piccoli: 5.093 Comuni sui 7.236 esaminati nello studio (cioè il 70,3 per cento; di poco più di 800 enti non sono disponibili dati sufficienti) non raggiungono i 5mila abitanti, e i loro bilanci denunciano livelli di spesa media più che doppi rispetto agli enti un po' più grandi, mentre spesso è difficile mantenere gli stessi standard nell'erogazione dei servizi. L'altro picco di spesa si incontra nelle città più grandi, quelle sopra i 500mila abitanti, ma in quel caso le ragioni risiedono nella maggiore complessità amministrativa e nel diverso ventaglio di attività che investe il Comune.

Su questa base, la matematica porta alla conclusione che i «risparmi teorici maggiori» si ottengono quando si coinvolgono tutti i Comuni fino a 3mila abitanti (sono 4.059 quelli passati in rassegna nello studio), e si fissa per le fusioni una dimensione minima di 5mila abitanti. Il risultato non sarebbe solo alla colonna delle uscite, perché nella finanza pubblica la spesa si alimenta ovviamente di entrate dai cittadini, sotto forma prima di tutto di tributi. Anche i livelli di tassazione locale mostrano infatti una distribuzione analoga a quella delle spese, e raggiungono gli 829 euro a cittadino nei Comuni più piccoli mentre oscillano intorno ai 500 euro a testa negli enti tra 3mila e 10mila abitanti. La fusione dei piccoli, quindi, comporterebbe secondo lo stesso criterio un alleggerimento delle entrate da 932 milioni di euro all'anno, o meglio offrirebbe la possibilità di una scelta fra una riduzione di tasse o un miglioramento dei servizi a pressione fiscale invariata.

Nello studio in esame i dati relativi ai Comuni “piccolissimi” scarseggiano: spesso vi è difficoltà di reperimento perché le micro-realtà non sono nemmeno in grado di mappare costantemente e strutturalmente il territorio. Ma sono indubbi, stando ai dati raccolti, i benefici che eventuali accorpamenti comporterebbero per i poli urbani minori. Specie quelli di montagna: che a quel punto avrebbero più fondi per supportare cultura e turismo. A volte, per poter fare due passi avanti, è necessario farne uno indietro. Campanilismo permettendo.