Dettaglio dell'autoritratto di Giuseppe Maria Bonzanigo

Giuseppe Maria Bonzanigo, artista dimenticato del Settecento piemontese ed europeo

di REDAZIONE
pubblicato il 21/03/2020


Giuseppe Maria Bonzanigo raramente compare a fianco dei grandi nomi dell’arte settecentesca, pur segnando il XVIII secolo sabaudo (ma non solo) non meno di poeti come Alfieri e musicisti come Viotti.

Figlio di Giorgio Patrizio (attivo in Asti come intagliatore in legno e costruttore d'organi) e di Giovanna Margherita Burzio, nacque ad Asti il 6 settembre 1745. Apparteneva a famiglia di intagliatori in legno e costruttori d'organi, probabilmente di origine lombarda o ticinese, che si stabilì in Piemonte nel XVIII secolo. Formatosi presumibilmente nella bottega paterna, la probabile parentela con l'ebanista Piffetti avvalorerebbe un alunnato del Bonzanigo presso di lui.

Compare nei conti della Real Casa (Archivio di Stato di Torino) per la prima volta nel 1773, e si presume quindi che da quell'anno egli fosse residente a Torino; l'anno dopo entra a far parte della Compagnia di S. Luca. Da qual momento gli si spalancano e porte delle commissioni artistice, pubbliche a private. Lavora per la congregazione dei mercanti, ma anche per la Real Casa, riscuotendo successo anche oltre i confini piemontesi: il 22 aprile 1793 viene infatti eletto all'unanimità accademico d'onore dell'Accademia Clementina di Bologna e nel 1794 ricevette 1.000 lire per "15 scherzi piramidali fatti in servizio della cappella della SS. Sindone" (come testimoniano documenti dell’Archivio di Stato di Torino).

Da un opuscoletto stampato a Torino nel 1803 (Schede Vesme) risulta che il "cittadino", come lo si definì durante il periodo di occupazione napoleonica, avesse ricevuto gratuitamente dal governo un locale ad uso galleria e studio - casa dell'Ateneo, già di S. Francesco di Paola, sezione del Po - "provveduto di considerevoli fondi, consistenti in una copiosa collezione d'intagli e di camei, di preziose stampe, di ottimi disegni, e di una analoga biblioteca"; il Bonzanigo stesso propone di convertire questo "stabilimento" in una società per azioni, al fine di formare allievi e studiosi nell'arte dell'intaglio. Il 21 luglio 1804 nell'Accademia subalpina di Torino vengono esposti oggetti artistici del B., tra i quali ritratti di V. Alfieri, Ferdinando La Villa, Edoardo Calvo, incisioni in legno.

Lo stesso Napoleone si accorge della straordinaria abilità dell’astigiano, che nel 1806 viene chiamato a eseguuire per l'imperatrice Giuseppina dodici medaglioni con ritratti in legno; due anni dopo presenza al celebre Salon di Parigi con un ritratto virile in avorio, e nel 1811 esegue un medaglione col ritratto dell'Imperatrice Maria Luisa in avorio su fondo d'ebano con emblemi e figure allegoriche oggi conservato al Louvre.

Ma nel 1814 l’interludio napoleonico si conclude con l’esilio dell’Imperatore all’Elba, e Bonzanigo deve lasciare l’anno successivo i suoi locali gratuiti, ottenendo tuttavia dal re di Sardegna "l'aumento di lire 250 sullo stipendio" (a cui ne seguì un altro nel 1819). Continua a lavorare e a produrre per i grandi d’Europa per altri cinque anni, restando stabilmente in Piemonte, fino alla morte, che sopraggiunge il 18 dicembre 1820 in casa dei Reverendi Padri dell'Oratorio di San Filippo. Il necrologio, che appare sulla Gazzetta piemontese del 23 dic. 1820, tributa ampi elogi al "fondatore d'una rinomata officina": vasta fu infatti la sua produzione artistica e molti gli allievi usciti dal suo laboratorio.

La maggior parte dei critici tende giustamente a esaltare l'attività di Bonzanigo nel campo dei mobili e dell'arredamento in genere, mentre considera più artigianale e meno felice, benché finitissima e minuziosa, quella dell'intaglio di cornici, quadretti, composizioni allegoriche con ritratti. Le opere del piemontese non sono datate, ma talune sono firmate. E se i documenti ci permettono di seguirlo anno per anno nei suoi lavori, non ci aiutano purtroppo che raramente alla loro identificazione.

Nella palazzina di caccia di Stupinigi sono conservate sue numerosissime opere e della sua scuola; tra le più notevoli ricordiamo: quattro specchiere da cassettone, in legno intagliato, dorato e vivacemente colorato, di straordinaria ricchezza di ornati (prodotte intorno al 1782); uno stipo-scrivania-libreria, minuzioso, ma ricco di grazia e con richiami alle opere francesi contemporanee (risalente all’ultimo quarto del XVIII secolo); una coppia di tavoli a muro laccati di bianco, azzurro e oro, con ricchissimi intagli e cammei su fondo azzurro; una coppia di divani con dodici sgabelli; un paravento a sei ante (in servizio con due divani e dodici sgabelli) con "raffinatissime cornici a girali riportati su fondo di vetro azzurrino".

Tra le opere conservate a Torino a Palazzo Reale, ricordiamo lo splendido parafuoco in legno dorato con medaglione-ritratto di Vittorio Amedeo III, di carattere ancora settecentesco, come la poltrona con braccioli a sbalzo, dorata, finemente lavorata, nella sala della colazione; le molte sedie, tavoli, cassettoni anticipanti i più tipici aspetti dell'impero. Bellissimi, sempre a palazzo reale, un paravento dorato a figurine dipinte, elegante nella sobrietà delle sue linee, e due angoliere dorate a fondo azzurro e giallo.

Ammirevoli le decorazioni lignee parietali o di specchiere o di imposte, porte e sovrapporte al secondo piano del palazzo reale, nel castello di Rivoli (qui forse con aiuti) e a Stupinigi (dove sono documentati anche con disegni - conservati nell'Archivio dell'Ordine mauriziano a Torino - i lavori del 1782 e 1786).

Di una "lindezza asciutta", di un decoro "modesto", ma piacevoli sono tuttavia anche alcuni lavori minimi, quali medaglioncini, piccole composizioni in legno, avorio e pietre dure con paesaggi, fiori, frutta, insetti, ritrattini, teste dall'antico eseguite per monili o scatolette. Ricca collezione è al Museo Civico di Torino.

Del tutto interna al classicismo, l'arte dell’astigiano ricorre sovente a motivi "dall'antico" senza rinunciare a elementi barocchi. Intende i mobili come architettura nitida pur arricchendoli con decorazioni varie. I ricchi ornati non soffocano infatti mai l'ossatura dello schema compositivo sempre logico, preciso. Conosce certamente il Piffetti, nonostante i quarantacinque anni di differenza di età, né forse gli è estraneo il Lalatte; spiccata è pure la conoscenza del gusto francese che sente profondamente (in questo ambito sta la produzione migliore). Prodigioso tecnico nell'intaglio ligneo, dal gusto classicheggiante del tardo settecento, passa poi al neoclassico vero e proprio, aprendo così la via agli stessi artisti albertini.