La colonna votiva innalzata di fronte la Consolata

1835, Torino ai tempi del colera

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 20/03/2020


Il colera, affacciatosi per la prima volta in Europa ed in Italia nel XIX secolo, è una delle malattie che ha avuto il maggiore impatto, non solo per l’alto tasso di mortalità e letalità raggiunto, ma anche per l’enorme interesse che procurò tra amministratori ed uomini di scienza. Studiare le epidemie di colera ottocentesche è importante per conoscere il carattere della società che ne fu vittima: la malattia non è infatti solamente un fenomeno biologico, ma anche sociale.

L’IMPATTO SOCIALE DI UN FENOMENO URBANO – Il colera ebbe un impatto assolutamente senza precedenti nell’immaginario collettivo delle popolazioni di tutta Europa: la pur progredita civiltà ottocentesca si abbandonò a reazioni esasperate che a molti ricordarono da vicino quelle apparentemente superate osservatesi nei secoli precedenti innanzi alla peste. Quando la malattia comparve per la prima volta in Italia, molti ne individuarono la causa nella collera divina, altri puntarono l’indice su strane combinazioni planetarie e meteorologiche, altri ancora parlarono di avvelenamenti voluti dal Governo per colpire le masse troppo cresciute numericamente; nello stesso tempo ci si abbandonava a sfoghi di violenza rabbiosa e ad esasperate esibizioni di religiosità, e si individuavano dei capri espiatori additati come untori, generalmente persone ai margini della società o stranieri, ma molto spesso pure medici e funzionari pubblici.

Essendo una malattia prevalentemente urbana e che per sua natura trae dalla sporcizia, dalle acque inquinate, ma in generale dalle carenze sanitarie la propria linfa vitale, il colera mise inoltre in luce da una parte le debolezze dell’organizzazione sanitaria, dall’altra la povertà, la disuguaglianza di fronte alla morte, la drammatica arretratezza in fatto di igiene privata e pubblica, portando alla ribalta il problema della città come veicolo, come territorio privilegiato del contagio e del disordine. Furono soprattutto i ceti economicamente più poveri a venire colpiti. Dimostrando come le condizioni economico-sociali contribuiscano prepotentemente a determinare il quadro della morbilità di una data società. Ma allo stesso tempo mettendo in evidenza come il quadro della morbilità di una data società influenzi direttamente ed indirettamente l’economia della società stessa. Non solo: il colera condizionò almeno in parte l’andamento demografico e le decisioni politiche, ponendo il problema del controllo, nella gran parte dei casi autoritario, delle masse addensate nei grandi centri urbani.

CREDENZE E PREVENZIONI NEL CASO ITALIANO – In Italia, nei periodi immediatamente precedenti all’arrivo dell’ondata del 1835 (ne seguiranno altre due, nel 1854 e nel 1865) in pochi credevano nel rischio di un contagio. A volte erano addirittura i medici, anche di prestigio, a sostenere l’impossibilità della diffusione di un’epidemia, affidandosi a teorie spesso strampalate e prive di qualsiasi verità sperimentale. Alcuni esperti sostenevano l’impossibilità della diffusione di un flagello in un luogo tanto diverso, per caratteristiche climatiche ed ambientali, da quello originario delle Indie orientali; altri esprimevano nei loro opuscoli (alcuni dei quali ebbero un buon successo di pubblico) la convinzione che l’epidemia, anche se fosse divampata, non avrebbe mai potuto provocare una mortalità paragonabile a quella del resto d’Europa, data la dimostrata abilità dei medici italiani e le ben conosciute caratteristiche ambientali della penisola.

Tuttavia, Stati come il Regno di Sardegna e quello delle Due Sicilie si attrezzarono per premunirsi. Furono istituite quarantene e cordoni sanitari marittimi e terrestri, aumentarono i controlli e le precauzioni per ogni tipo di merce proveniente dai paesi colpiti, ed inoltre vennero predisposte pene assai severe per chiunque avesse violato le disposizioni stabilite dai magistrati di sanità addetti alla tutela della salute. Nei territori italiani la paura per il colera provocò il varo di misure restrittive che limitarono fortemente i diritti individuali e civili dei sudditi, ma questo non fu sufficiente per far sì che le norme stabilite venissero rispettate. E l’estrema frammentazione politica, con conseguente diversificazione delle misure messe in atto dai governi, non contribuì a calmierare la situazione.

IL COLERA A TORINO – Il colera si affacciò in Italia per la prima volta nel luglio del 1835 probabilmente portato via mare da un gruppo di contrabbandieri provenienti dai territori d’oltralpe, entrati nel Regno di Sardegna dopo aver infranto il cordone sanitario. La Liguria prima e il Piemonte poi divennero l’epicentro del contagio peninsulare.  Torino, come le altre grandi città commerciali d’Italia (naturalmente le più colpite), si apprestava a vivere una delle pagine più difficili della sua storia. La vicenda è raccontata nel volume “1835. Emergenza cholera-morbus. Il voto della Città alla Consolata”, edito dalla Presidenza del Consiglio Comunale nel 2003, nell’ambito della Collana “Atti consiliari. Serie storica”.

Dal 24 agosto al 10 dicembre, Torino contò 349 contagi e 220 decessi. In realtà, in base alla Statistica del Segretario della Commissione Sanitaria Prospero Cravosio, i morti furono soltanto 161. La Città mise in atto le misure igieniche e sanitarie studiate con anticipo e istituì, con il contributo volontario degli esponenti dell’aristocrazia, una rete assistenziale, allertò tutti i medici e individuò luoghi di cura e di isolamento per limitare i contagi. L’organizzazione nelle grandi città, in età moderna, di infermerie e farmacie pubbliche sviluppò una rete di presidi a tutela della salute anche di chi non poteva permettersi di pagare costose cure a domicilio. Torino non era da meno.

La Gazzetta Piemontese del 15 agosto, nella cronaca cittadina, riportava la notizia: "Dobbiamo purtroppo annunziare che il colera si estende nei Comuni della provincia di Cuneo: i luoghi sinora infetti sono i seguenti: Andonno - Bernezzo – Borgo San Dalmazzo – Caraglio – Centallo – Chiusa – Roccavione – Tarantasca – Valdieri – Vernante – Vignolo Villafaletto. La malattia si è pure dilatata sino a Mondovì, ove è seguito un caso di morte ed in qua sino a Racconigi...". La città giunse comunque “preparata” allo scoppio locale: Berruti, Martini, DeRolandis, Bruna sono un esempio dei tanti medici che il Re inviò o che scelsero spontaneamente di recarsi sui luoghi colpiti dal morbo, allora quasi sconosciuto in Italia, per prestare soccorso alle popolazioni e per arricchire le proprie cognizioni in materia. E molti di questi medici in quel periodo pubblicarono opuscoli contenenti informazioni, direttive, consigli sulla natura della malattia, i suoi sintomi e le terapie da adottare. Informazioni puntualmente pubblicate dalla Gazzetta Piemontese, che il 17 agosto pubblica le "Istruzioni sanitarie sul colera morbus", parte di una pubblicazione curata dai medici Martini e Berruti, destinata ai colleghi.

Ma quanto fatto non fu tuttavia sufficiente a garantire un approccio unanime all’epidemia da parte del mondo medico. Erano all’ordine del giorno diatribe tra colleghi che prescrivevano metodi preservativi diversi e non erano insolite decise polemiche pubbliche per difendere le proprie forme di cura da quelle rivali. Se ciò sconcertava e rendeva scettiche le classi più elevate, alimentava nello stesso tempo una forte antipatia delle classi inferiori nei confronti di questi uomini.

Era più frequente che esse si affidassero a ciarlatani e guaritori popolari, nonostante specialmente durante la prima epidemia di colera, sul suolo italico i confini tra le due pratiche non fossero così ampi. I ciarlatani, grazie ai loro modi semplici ed a cure che la gente sentiva più vicine alle proprie tradizioni (erbe naturali, foglie, radici) godevano di una familiarità coi pazienti solitamente sconosciuta ai medici di professione, e sfruttavano anche la maggiore vicinanza col malato. La diffidenza delle classi popolari nei confronti della medicina ufficiale, oltre ad emergere nel rapporto coi medici condotti e coi loro metodi di cura, si estese e si acuì, determinando l’evoluzione pandemica.

Non aiutò certo a contenere la diffusione del colera la decisione della Città di deliberare un voto pubblico alla Vergine Consolata, ricordato da un grande dipinto presente in Sala Rossa: la religione rappresentava infatti un’ancora di salvezza spirituale. Processioni e preghiere furono all'ordine del giorno, ma il risultato fu che gli assembramenti conseguenti favorirono ulteriormente la diffusione della malattia. Le ragioni del voto vanno ricercate nel numero di decessi. I morti a Torino furono esigui se rapportati ad esempio con quelli di Genova, dove il colera ne causò 3219 a fronte di 5974 contagi. L’amministrazione, grata così per la protezione celeste, eseguì il voto, la cui testimonianza è giunta fino ai nostri giorni. Si tratta della colonna con la statua della Madonna, eretta sul lato ovest del Santuario, e fu il primo monumento realizzato in Torino su spazi pubblici, una testimonianza di fede che pose problemi artistici, architettonici e urbanistici sui quali si confrontarono quattro artisti, l’architetto lombardo Ferdinando Caronesi, lo scultore torinese Giuseppe Bogliani, il pittore Amedeo Augero e il medaglista Gaspare Galeazzi, questi ultimi entrambi del Torinese.

Il primo decesso nella capitale si registrò al volgere agosto: Giovanni Som, un barcaiolo che abitava al Borgo del Moschino. La risposta delle Autorità avvenne per mezzo della Commissione Sanitaria, creata con Regio Brevetto 10 aprile 1832 e affiancata da una Commissione medica dipendente dal Protomedicato dell’Università, che emise l'“Ordinamento Sanitario per la Città, Borghi e Territorio di Torino”. Recita il documento: “Considerando che il cholera asiatico, di cui sanasi manifestati alcuni casi nella regione di Vanchiglia attigua a questa capitale, potrebbe andarsi vieppiù allargando, e desiderosa in tale circostanza di avvalorare per quanto da essa dipende fra la popolazione torinese quella sì giovevole fermezza e tranquillità d’animo, che accompagnata da religiosa fiducia nella divina Provvidenza non mancò di contrassegnarla pur sempre in ogni più difficile congiuntura, la commissione crede opportuno di notificare al pubblico i provvedimenti da essa adottati per diminuire in parte gli effetti del male che ci minaccia, con venire prontamente in soccorso di tutti coloro, i quali ne potrebbero essere invasi”.

CONCLUSIONI – Bisognerà attendere l’ultimo ventennio del secolo prima che la questione sanitaria sia affrontata con fermezza in Italia, periodo in cui Governo e Comuni si impegnarono più concretamente che in precedenza al fine di migliorare la capacità di controllo igienico e sanitario dell’ambiente urbano: ciò anche a seguito della scoperta del virus colerico da parte di Koch, avvenuta nel 1883, la quale contribuì a porre in primo piano per la prima volta il momento della prevenzione rispetto a quello terapeutico.