Torino nel 1835: piazza Vittorio e contrada di Po, litografia di D. Festa (Archivio Storico della Città di Torino)

Prostitute infermiere e Vermouth guaritori: il colera a Torino nelle lettere di Costanza D'Azeglio

di REDAZIONE
pubblicato il 20/03/2020


Un’interessante cronaca dei giorni del 1835 durante i quali il colera imperversò a Torino e in Italia è rappresentata dalle lettere scritte da Costanza d'Azeglio (1793-1862), moglie di Roberto d'Azeglio, fratello maggiore del più noto Massimo, al figlio Emanuele poi divenuto ambasciatore del Regno a San Pietroburgo e Londra. L’autrice nella corrispondenza con il figlio elogia anzitutto il comportamento esemplare di suo padre, Roberto, medico, che si prodiga senza risparmio per la cura dei malati, occupandosi anche di fornir loro conforti religiosi, senza preoccuparsi del pericolo sempre incombente del contagio. Provvedendo addirittura, in un caso, a trarre egli stesso dal letto tre cadaveri che gli infermieri si rifiutavano di toccare, riuscendo con il suo esempio a convincerli a riprendere il loro servizio. Rifiutandosi inoltre di trasferirsi nell’ospedale a pagamento e restando al lazzaretto spinto dalla volontà di non abbandonare i più sventurati.

Non mancano le descrizioni dei rimedi empirici impiegati per curare la malattia: diversi composti “anticolera” (di cui però mancano descrizioni approfondite), magnesia, lavaggi d’acqua calda, giallo d’uovo, acqua di camomilla (nel colera di Parigi, ricorda, “fu distribuita a fiumi”) e acqua di riso.

Ma ancora più interessanti nel tratteggio del quadro sociale del tempo sono le narrazioni della psicosi collettiva che imperversava anche tra gli infermieri, alcuni dei quali si rifiutano di assistere i malati. A Cuneo, addirittura, ad un certo punto non se ne trovano più. Allora il Vescovo ricorre ad un tentativo dettato dalla disperazione: trasformare le prostitute in infermiere. Il tentativo ha pieno successo e, scrive la Costanza, “le prostitute si sono dimostrate le infermiere più attente e più devote. Non è mai stato possibile rimproverarle”, concludendo che “evidentemente, per la salute delle loro anime il buon Dio ricava profitto anche dal colera”.

Da parte sua, per risolvere la crisi, il marito di Costanza, a Torino, si rivolge ad una certa Commissione Superiore per ottenere l’autorizzazione ad impiegare come infermiere le suore le quali “pareva che non aspettassero altro che l’onore di prodigarsi”. Ma siccome la Commissione tira la faccenda per le lunghe, la stessa Costanza rompe gli indugi e porta nel lazzaretto due suore “che hanno subito cominciato la loro opera passando la notte a vegliare i malati e guadagnandosi l’ammirazione di tutti…Una certa suora Angelica può dirsi l’Angelo tutelare dei malati…e si sacrifica senza stanchezza”. 

Ma tanta buona volontà ed abnegazione trovano un grave ostacolo nell’ignoranza e nelle dicerie del popolino che invita i malati a non ricoverarsi nel lazzaretto, dove – si sostiene– verrebbero uccisi con il veleno. Addirittura, le malelingue parlano di premi che verrebbero erogati agli avvelenatori: “il marchese di Rorà avrebbe dato seimila franchi per ottenere uno stermino di poveri; il marchese di Barolo pagherebbe venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere” e, addirittura, “il Re ne pagherebbe, a tale titolo, ben duecento!”.

Non mancano, fra i tanti casi citati (addirittura, “un uomo colpito dal colera è stato gettato nella calce ardente prima ancora che fosse spirato”), episodi ai limiti del grottesco disinvoltamente riferiti dalla nobildonna al figlio. Come “la cuoca di casa Baldissè” che, ai primi sintomi del male, si rifiuta di essere curata dai padroni per paura di essere avvelenata, e si fa assistere dai fratelli “che sono poi rimasti padroni di tutta la casa” poiché i Baldissè “pensarono bene di andarsene addirittura”: ma la cuoca finisce con il lasciarci egualmente le penne (e non certo quelle della selvaggina).

Viene poi citato il caso di “un giovinastro che restò colpito nella casa della sua donna” la quale invece di chiedere soccorso corre a comperare una bottiglia di Vermouth del quale “il suo giovanotto ne trangugiò qualche bicchiere. È morto la mattina”.

Peggio capita ad un altro giovane che, “rientrato a casa la sera, aveva invano bussato affinché gli aprissero e poi, spazientito, si era diretto all’altro portone vicino al suo che era quello di una casa di piacere che non ebbe difficoltà ad accoglierlo. Ma si era appena disteso sul letto con due di quelle donne da strapazzo, che gli venne male e rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto. Le donne si dettero da fare, una a gridare aiuto, l’altra a pregare. Ma il giovanotto era intanto spirato”. E male ne incolse anche ad un certo marchese B. di Savignano il quale “dopo non so quale orgia, ha preso il colera ed è morto”.

 

 

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