Francesca Leon e Chiara Appendino

Ma quale coronavirus, è la giunta ad ammazzare la cultura torinese

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 19/03/2020


Ci sono giorni in cui, dai vertici di Palazzo, ci si aspetta il minimo sindacale: che l'amministratore pubblico sappia fare un passo indietro. O, quantomeno - sappiamo la prima eventualità essere assai rara - non ne faccia troppi in avanti. Ovvero: ci si aspetta che l'amministratore stia fermo e non faccia danni. Questi sono alcuni di quei giorni.

E invece nei giorni di emergenza coronavirus, all'ombra della Mole, ci ritroviamo con un vertice politico che raduna attorno allo stesso tavolo politici locali (per l'esattezza l'assessore alla cultura Leon insieme ai colleghi Giusta, Iaria, Schellino e Finardi) ed esponenti della società civile. Per discutere di realtà operanti nel mondo della cultura, dello sport, del sociale e dell'aggregazione. Non sappiamo (e come potremmo?) se intorno a questo consesso- fisico o metaforico che sia - gli invitati si siano disposti casualmente. Propendiamo tuttavia nel ritenere che i partecipanti si siano polarizzati attorno ai due capi: da un lato chi per cultura, sport e sociale fa (il mondo delle associazioni e delle realtà no profit), dall'altro chi per cultura sport e sociale ciancia. Lasciamo all'immaginazione del lettore stabilire chi abbia occupato questo secondo polo.

Perché rischiare di attirarci contro tante potenziali accuse di coloro che ritengono i nostri scritti sterile polemica? Perchè, per quanto la strada dell'unità sia in queste ore dovuta, non è possibile sacrificare sull'altare della coesione politica l'integrità nostra e di chiunque faccia o invochi buona informazione pubblica. Passiamo a spiegare. Nel corso di questa riunione si è provveduto a redigere le linee guida per traghettare il mondo culturale (ma non solo, come abbiamo visto) fuori dalla crisi, quando l'emergenza coronavirus, una volta affievolita, lo permetterà.

Come riportato nel comunicato stampa diffuso a consesso chiuso, "in questo momento di grande difficoltà è prioritario riuscire a dare gli strumenti per poter sopravvivere alla necessaria chiusura concedendo agevolazioni immediate". Parola d’assessore. Pardon, assessori. Si presume, dunque, che la brillante, seguente proposta sia frutto non d’una, bensì più menti brillanti.

Le “agevolazioni immediate” a favore di Associazioni e di Enti no-profit concessionari di beni di proprietà della Città di Torino si identificano con “la possibilità di chiedere dilazioni di pagamento sui canoni concessori da corrispondere alla Città”. In buona sostanza, si dilaziona il pagamento delle rate d’affitto delle sedi date in concessione dal Comune.

Prosegue il comunicato: “Sono pertanto autorizzati gli uffici, in caso di documentate difficoltà nella corresponsione di corrispettivi di concessione di immobili di proprietà comunale destinati all’associazionismo e più in generale alla realtà del no-profit, a definire modalità di dilazione, senza ulteriori oneri, che dovranno comunque garantire il pagamento dell’intero dovuto entro l’esercizio corrente”.

Asciugando il testo di tutta la retorica di Palazzo, cosa se ne cava? Che enti e realtà culturali varie dovranno pagare i canoni d’affitto entro la fine del 2020. Quando parliamo di enti del territorio non si facciamo riferimento ai grandi poli foraggiati da papà Regione e mamma Comune. Parliamo di realtà che, a fine giornata, si trovano puntualmente impegnati a fare i conti della serva. Realtà che, se non lavorano (e non lavorano: la chiusura forzata vige da poco meno di un mese, ma non serve ribadire che è destinata a protrarsi nel tempo), vanno in rosso e chiudono. Parliamo di realtà che molto spesso arrivano nei gangli della comunità dai quali i grandi centri di produzione culturale restano distanti. Parliamo di realtà che fanno cultura per il territorio. E i cui operatori sono spesso volontari. Realtà che si sporcano le mani per fare il lavoro di cui poi è la politica a fregiarsi. Spacciandolo per proprio e arrogandosi i meriti di aver posto in essere le condizioni di crescita socio-culturale, ça va sans dire.

Non serve che sia io a ricordare ai signori di Palazzo che una simile norma può facilmente essere impugnata di fronte a una corte: lo Stato determina la chiusura di un’attività, e l’attività deve risarcire lo Stato? Ma, anche volendo eludere dall’ambito prettamente giuridico, potremmo tranquillamente restare entro i confini del buonsenso e trovare almeno quattro buoni motivi in accordo i quali le dichiarazioni della giunta si qualificherebbero come boutades e nulla di più.

Il primo di questi motivi ha a che fare con la matematica: il margine di guadagno delle associazioni, se e quando c’è, è risibile. Dove si dovrebbero tirar fuori i denari sonanti per pagare i canoni è a noi ignoto. Se, chi di dover, decidesse di illuminarci gliene saremmo grati. Ma, prima, qualche lampadina dovrebbe accendersi proprio in chi di dovere, e nutriamo severe riserve circa le possibilità di un tale miracolo.

Il secondo con la storia: il ceto politico è forse del tutto estraneo alle passate dinamiche economiche del mondo culturale? Di cui, per giunta, tanto si è parlato ai tempi delle tanto vituperate ex amministrazioni. Se così fosse, ci chiediamo a che titolo sia ceto politico (sappiamo a che titolo, naturalmente: elettorale, poiché uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi e diecimila stupidi sono una fetta di elettorato).

Il terzo con le finanze comunali: quanto andrebbero a incidere eventuali mancati versamenti da parte delle associazioni per il periodo di chiusura? Poco, abbiamo ragione di credere. I canoni in esame variano infatti da milleottocento a quattromiladuecento euro per ciascuna realtà. Cifre che il Comune è perfettamente in grado di reperire. Cifre che le associazioni difficilmente sono in grado di tirare fuori dal cappello.

Il quarto e ultimo con l'uguaglianza legale. Non ci srisulta infatti che da parte degli occupanti della Cavallerizza sia mai stato versato alcunché. Di quale aiuto parla, allora, la giunta? Perché, si trattasse di quanto scritto, più che un aiuto sarebbe l’ennesima scure calata sul corpo esanime della cultura locale da parte di un manipolo di buoni a nulla ma capaci di tutto. Un aiuto a morire, al massimo.