Emmanuel Lubezki impegnato nelle riprese di 'The Revenant'

Less is more: i fotografi torinesi dovrebbero imparare da Lubezki e Deakins

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 15/03/2020


A volte non è necessario ricercare l’effetto strabiliante che attiri le masse per la riuscita di un’operazione. Di qualunque tipo. Ce lo insegna Van Der Rohe per l’architettura. Ce lo insegna Schonberg per quanto riguarda la musica. Ce lo insegna Friedrich in pittura. La bellezza, spesso, sta nella semplicità. E ricercare l’eccesso fa perdere in naturalezza un’immagine, un film, un dipinto, un edificio o qualsiasi altro genere di prodotto figlio di un’espressione artistica.

L’esplosione dei social ha allargato le frontiere della pubblicità classica, permettendo agli inserzionisti di questi “nuovi” mezzi di comunicazione di raggiungere fasce di pubblico prima inaccessibili, per le quali si è aperta una vera e propria corsa all’oro. O meglio, in questo caso, alla fedeltà. Perché avere utenza stabile e fedele sui propri profili e canali social permette di monetizzare di più e più regolarmente. Non sono esenti da queste dinamiche i profili amatoriali. Oltre ai professionisti dei vari settori in aperta competizione online, ci sono tutta una schiera di individui in cerca di fortuna e fama. Tra i quali proliferano i fotografi.

Ognuno ha il suo stile, beninteso. E non spetta a nessuno definire canoni assoluti e statici per etichettare bello e brutto. Ma la corsa al pubblico si è tradotta in una corsa all’effetto visivo. Che purtroppo si paga in naturalezza nella resa ultima dell’immagine. Ed è un peccato. Perché?

Per due motivi, essenzialmente. Il primo ha a che fare con la luce che irrora Torino. Che è assolutamente atipica e originalissima rispetto alla luminosità diurna del resto d’Italia. È peculiare, dai tratti quasi mitteleuropei, e meriterebbe una valorizzazione distintiva. Evitando, ad esempio, appiattimenti su effetti da post-produzione che rendono spesso i prodotti finali del tutto ordinari (sotto il profilo del bilanciamento coloristico). Perché così la luce delle Alpi diventa la stessa di quella che abbraccia la Madunina o il Canal Grande.

Il secondo è relativo a un problema di estetica di massa. Colori particolarmente falsati garantiscono likes in più sui social nell’immediato, certo. Ma alla lunga disabituano l’occhio dell’osservatore a canoni di bellezza alternativi. Il principio è lo stesso che guida la programmazione pubblicitaria e politica: ripetendo allo sfinimento che una cosa è vera, quella cosa diventa vera nel pensiero comune. Ma tante forme di bellezza non risiedono in tratti accentuati, inverosimili e, alla lunga, anche monotoni. Al contrario, il bello nella semplicità è uno snodo fondamentale nella maturazione artistica di una società. E abituare l’occhio dei follower a stilemi alternativi non significa fare un passo indietro, bensì arricchire la cultura comune e ampliando le potenzialità dialettiche dell’arte.

Cosa lo testimonia? La storia. A ogni fase “esplosiva” nella storia dell’arte o dell’architettura ha fatto seguito l’esigenza di razionalizzare e tornare ai punti fermi dell’estetica classica. Semplificando linee, le forme, contenuti. Che non comporta affatto la banalizzazione, come da si potrebbe suggerire Al tardogotico (estrema accentuazione del gotico) segue il Rinascimento, al rococò (esasperazione ultima del barocco) il neoclassico, al liberty il razionalismo.

E non è nemmeno troppo vero che una certa compostezza stilistica non paghi in termini di seguito. I modelli di successo esistono. Roger Deakins e Emmanuel Lubezki hanno fatto della semplicità nella fotografia cinematografica la chiave del loro successo. In modi e con mezzi differenti, certo: il primo riducendo all’essenziale linee, forme e colori (che non perdono mai in brillantezza e impatto, come si potrebbe obiettare, e si guardi a tal proposito Blade Runner 2049) nell’inquadratura, il secondo sfruttando le potenzialità della luce naturale (Birdman o Revenant dicono nulla?).

In questo senso la celebre affermazione di Van der Rohe secondo la quale “Less is More” è esemplificativa non tanto di un’estetica, quanto di un più generale modo di pensare la realtà. A volte, per fare due passi avanti, è necessario saperne fare uno indietro: cari fotografi torinesi, sappiate distinguervi.