Maïmouna Guerresi, Rubber Tire, First Lesson (2014), polittico

Flashback 2020 si inaugura con il polittico di Guerresi per reinterpretare il nostro tempo

di REDAZIONE
pubblicato il 14/03/2020


L'edizione 2020 di "Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto" comincia in un momento molto delicato per la comunità globale. La vita di ciascuno di noi è costretta entro specifiche regole necessarie per la tutela di tutti. I percorsi nello spazio pubblico si fanno rarefatti, scanditi solo dalle prime necessità, la salute, il lavoro, il cibo; in questo contesto si pone per una frazione di secondo, per un fortuito incontro, l'opera d'arte. A essa viene delegata la speranza, la possibilità e il compito di rilasciare spunti dai quali poter attingere per proseguire nel proprio percorso esistenziale.

È così che dal 12 marzo fino alla fine dell’anno, giorno dopo giorno, artisti di tutto il mondo si alterneranno nello spazio per le affissioni nella rotatoria di piazza Bottesini, lungo il percorso che collega le case popolari di Barriera di Milano e il vicino mercato di piazza Foroni, e accompagneranno le persone nella loro vita di tutti i giorni, nei loro percorsi obbligati, donando a tutti, senza discriminazioni.

L’ottava edizione di Flashback – L’arte è tutta contemporanea, che sfocerà nella nota fiera autunnale parallela ad Artissima e Paratissima, decide di iniziare questa nuova narrazione del progetto (ideato da Alessandro Bulgini e curato da Christian Caliandro) con "Rubber Tire, First Lesson" (2014), visibile sino al 12 aprile, quando lascerà il passo a opere di altri artisti, dell’importante artista italo-senegalese, Maïmouna Guerresi e lo fa come gesto consapevole in questo momento di emergenza, nella convinzione che l'opera, mai come in questo momento, rappresenti un delicato atto poetico in grado di fiancheggiare e sostenere le persone nella loro quotidianità.

La fotografia a polittico di Maïmouna Guerresi "Rubber Tire, First Lesson" fa parte della serie M-eating (iniziata dall’autrice nel 2012), che presenta uomini, donne e bambini africani fotografati prima singolarmente e poi riuniti in una situazione conviviale; sul tavolo compare sempre, al posto del cibo, un oggetto che richiama la guerra, il conflitto, e che in questo contesto vede svanire il suo significato originario e ne acquisisce uno del tutto nuovo, più intimo e quotidiano. In questo caso, il pneumatico verniciato di bianco è uno scarto – un concetto ricorrente in Opera Viva Barriera di Milano, un tema che attraversa sotterraneamente tutte le edizioni e che ne costituisce una sorta di nucleo fondante – che diviene uno strano oggetto di studio per la lezione in corso.

Una lezione quanto mai utile in questo momento storico, una lezione in grado di suggerirci la necessità di utilizzare quanto abbiamo già a disposizione, anche gli scarti, per ricreare il nostro presente perché il fondamento della cultura, grazie alla quale alimentiamo la nostra umanità è la libertà dello spirito e i Ludens (n.d.r. titolo dell’edizione 2020) siamo tutti noi individui pienamente liberi e coscienti di poter agire sul mondo ricreandolo, giorno dopo giorno, in qualsiasi condizione, attraverso la creatività.
Sullo sfondo si legge Bi-smi 'llâh (“Nel nome di Dio”), parte iniziale dell’invocazione con la quale si inizia ogni attività quotidiana.

L’opera di Maïmouna Guerresi gioca su questa tensione tra l’aggregazione e l’isolamento che caratterizzano le figure dell’insegnante e delle alunne, tra convivialità e distrazione: insieme e separati, questi personaggi danno vita al gioco della realtà.

Maïmouna Guerresi, nata in Italia, ha al suo attivo ha numerose partecipazioni sia in importanti Musei stranieri come lo Stedelijk Museum Schiedam, lo Smithsonian African Art Museum di Washington, il KIASMA Museum of Contemporary Art of Helsinki, il MACAAL Museum di Marrakech, IMA Institute Du Monde Arabe e il Cultural Institute of Islam ICI di Parigi, il National Museum of Sharjah o il National Museum of Bamako; che in Festival e Biennali, come la Biennale di Venezia, Documenta, Les Rencontres de Bamako, la Dak’Art Biennial, Manifesta, 13th Cairo Biennale e l’International Festival of Photography del Bangladesh, Kyotographie, Kyoto, Giappone. I suoi lavori fanno inoltre parte di grandi collezioni pubbliche come quelle dello Smithsonian African Art Museum di Washington, del LACMA Museum di Los Angeles e del  M.I.A Minneapolis Institute of Art.