Guerra e Pace di Vidor (e Soldati), quando la Torino del cinema sapeva farsi internazionale

di REDAZIONE
pubblicato il 08/03/2020


«Io credo che De Laurentiis mi abbia scritturato perché, avendo vissuto a lungo in America, sapevo bene l’inglese… O forse, perché facevo lo scrittore e quindi, tra tutti quelli che hanno messo mano alla sceneggiatura del film, si poteva stare sicuri che Guerra e pace, quello di Tolstoj, io l’avevo letto. […] I miei rapporti con Vidor in effetti erano ottimi, stavamo sempre insieme, salvo quando si doveva girare, perché, in generale, nelle scene che mi venivano affidate dovevo cavarmela da solo. Io ho girato molte delle scene di guerra e anche qualcuna delle altre. Nelle scene di battaglia mi divertivo un sacco, perché era un tipo di cinema a cui noi non eravamo abituati. Per la battaglia di Austerlitz mi aveva accompagnato mio figlio Wolfango, che allora aveva dieci anni e per lui è stato davvero come un grande gioco, fatto dagli adulti, con soldatini viventi. Giravamo a Pinerolo, sotto la pioggia vera, la pioggia battente che abbiamo noi in Piemonte e anche un pezzo della ritirata dalla Russia l’abbiamo girata al Sestriere nella neve. È passato tanto tempo, ma quello che mi è rimasto in mente è proprio quella Russia ricostruita intorno a Torino: il Po, il castello di Stupinigi, le campagne… anche se in realtà, a ripensarci oggi, di Guerra e pace mi ricordo soprattutto di Audrey Hepburn, un’attrice straordinaria». Così scriveva Mario Soldati, celebre scrittore, sceneggiatore e regista torinese, in La grande parata. Il cinema di King Vidor, libro edito a Torino nel ’94.

La genesi di Guerra e Pace è una storia avventurosa e affascinante quasi come il romanzo ispiratore, e inizia molti anni prima della sua realizzazione, quando ancora imperversa la Seconda guerra mondiale. Il produttore Dino De Laurentiis, rifugiatosi a Capri come Soldati e altri intellettuali, ha modo di leggere il romanzo e inizia così già nel 1943 a concepire l’idea di ricavarne un film. Devono passare molti anni, tanti altri film prodotti, innumerevoli battaglie con altre case di produzione (in particolare con il potente Michael Todd) e, soprattutto, tanto lavoro preparatorio per mettere a punto sceneggiatura, scenografie, costumi, per scritturare gli attori (divi come Audrey Hepburn, Mel Ferrer, Henry Fonda), e per giungere finalmente al primo ciak, datato 4 luglio 1955.

La regia è affidata all’americano King Vidor, e Mario Soldati è scelto da De Laurentiis come regista della seconda unità. Un torinese chiamato a girare nei dintorni di Torino un kolossal statunitense. Per il “Piccolo Mondo Antico” sabaudo rappresenta per molti aspetti una novità. Non per l’Italia, i cui studi di Cinecittà vivono quotidianamente il passaggio dei volti dello star system hollywoodiano. La versatilità architettonica e paesaggistica, che avrebbe condotto solo l’occhio autoctono a riconoscere i luoghi delle riprese, mista a una generale luminosità non comune a tutto il resto d’Italia e alla presenza di ampi e variegati spazi per le scene di guerra determinano la scelta di girare la pellicola all’ombra delle Alpi.

Trasferire il romanzo-fiume di Tolstoj sullo schermo cinematografico risulta un’operazione lunga e difficile, data l’ampiezza e la complessità dell’opera. Ma, al di là delle difficoltà di adattamento della sceneggiatura, si palesano da subito ingenti problematiche relative alle riprese militari. Il romanzo russo è infatti ambientato nel pieno dell’età napoleonica: quando gli eserciti della Vecchia Europa conobbero una straordinaria crescita degli effettivi, per far fronte a campagne militari e scontri campali sempre più minuziosi e su vasta scala.

Fra i ricordi di Mario Soldati, torinese di nascita, c’è un’immagine molto suggestiva relativa all’ambientazione: quella della Russia ricostruita intorno a Torino. Proprio a Torino e nei suoi dintorni, infatti, gli autori di Guerra e pace trovano gli esterni, sia architettonici sia naturali, che con maggior approssimazione assomigliano alla Russia dei primi dell’Ottocento. Nel film appaiono così la Palazzina di Caccia di Stupinigi, opera dell’architetto Juvarra; la villa di Ternavasso, sulle rive del Sangone nei pressi di Torino, fatta costruire alla fine del diciottesimo secolo da un ex ambasciatore del Regno di Piemonte alla corte degli Zar; lo scalone juvarriano di Palazzo Madama a Torino e il cortile d’onore del Castello del Valentino, sede della Facoltà di Architettura, dove è rappresentato l’incontro di Tilsit, nel corso del quale viene firmato l’armistizio successivo alla battaglia di Friedland (non rappresentata nel film e trattata marginalmente nel romanzo). E così in Piemonte giungono e soggiornano attori del calibro di Audrey Hepburn, Henry Fonda, Oskar Homolka, Mel Ferrer, Anita Ekberg e Herbert Lom.

Soldati dirige circa un terzo delle sequenze di Guerra e pace: tutte le scene in cui compaiono Napoleone e Kutuzov, la battaglia di Austerlitz, le scene ambientate nella casa di campagna del vecchio principe Bolkonskij e i dettagli relativi alla battaglia della Beresina. Le sequenze più complesse da girare risultano sicuramente quelle delle battaglie, per le quali si provvede a un minuzioso lavoro di preparazione: i complessi movimenti tattici e strategici degli eserciti sono disegnati nei dettagli a tavolino e poi cronometrati durante le riprese. A Valenza Po, dove si gira la battaglia della Beresina, lavorano sia l’équipe di Vidor, sia quella di Soldati: quest’ultimo dirige tre macchine da presa al centro, mentre Vidor è ai margini con altre tre cineprese.

Ciò che colpisce in Guerra e pace è l’importanza del lavoro di gruppo in ogni aspetto della produzione, dalla ricerca dei finanziamenti al lavoro di scrittura, dalla scelta degli attori alla stipula dei contratti, dalla realizzazione delle scenografie ai costumi. Si pensi solo a quanto lavoro è richiesto dalla realizzazione della neve artificiale, per un film in cui tre quarti degli esterni richiedono luoghi coperti di neve. All’epoca non c’era un metodo veramente efficace per la riproduzione della neve, e non era possibile aspettare l’inverno, quando c’è meno luce e il clima è sfavorevole. Viene coinvolto quindi un gruppo di tecnici cinematografici e di chimici che, dopo lunghe ricerche ed esperimenti, perfezionano un prodotto isolante allo stato semiliquido che aderisce agli oggetti, friabile, leggero, bianco e, soprattutto, somigliante al manto nevoso.

In parlamento le destre insorgono contestando la legittimità di usare i militari per una produzione cinematografica, ma Dino non se ne preoccupa e tira avanti per la sua strada. Si rende conto di aver lanciato un segnale a tutto il mondo nell'apprendere che al­l'ufficio stampa sono pervenuti, solo fino al maggio del '56oltre ventisettemila ritagli. Così, con 1.200 metri cubi di neve artificiale, 120.000 comparse, 170.000 metri girati di pellicola, 210 giorni di lavorazione e una durata del film al montaggio definitivo di 4 ore, si compie l’avventura delle riprese di Guerra e pace.

Al primo montaggio, constatato che la copia di lavoro supera le quattro ore, il produttore incalza Vidor per ri­durle drasticamente a tre ore e venticinque minuti sacrificando scene molto belle e costose alle necessità narrative. La prima mondiale di War and Peace si tiene al Capitol di New York il 23 agosto del '56: è un successo. Per Vidor, per De Laurentiis, per Soldati. Per i membri del cast e ancor di più per una troupe all’insegna dell’italianità, che finisce sotto i riflettori della grandeur americana: Nino Rota per le musiche, superbamente dirette con verve sinfonica dal mai troppo rimpianto Franco Ferrara, Maria De Matteis per i costumi, Mario Chiari per la scenografia, Leo Catozzo per il montaggio, Mario Camerini, Ennio De Concini, Ivo Perilli, Gian Gaspare Napolitano e lo stesso Soldati per lo script.

Il film riceve cinque nomination ai Golden Globe 1957, vincendo il premio per il miglior film straniero in lingua straniera, una ai BAFTA come miglior film, tre ai Premi Oscar 1957 (regia, fotografia e costumi), e il National Board of Review of Motion Pictures lo inserisce nella lista dei migliori film stranieri dell'anno. E Torino e il Piemonte entrano – discretamente – nell’olimpo hollywoodiano.