Quando Pasolini sconvolse la Torino perbenista

di REDAZIONE
pubblicato il 05/03/2020


Il 5 marzo del 1922 nasceva a Bologna Pier Paolo Pasolini. Tra i maggiori intellettuali italiani del XX secolo, fu anche scrittore, poeta, drammaturgo, giornalista e sceneggiatore. Ma la profonda cultura e la strabiliante versatilità gli permise di lasciare testimonianze artistiche come pittore, scrittore di canzoni e linguista.

Vivace protagonista della scena culturale, impegnato e acuto osservatore delle evoluzioni sociali dei primi decenni repubblicani, fu radicalmente critico verso i costumi della borghesia e della “società dei consumi”, ponendosi spesso al centro di accesi dibattiti ed intense polemiche. Come quelle che fece suscitare nella Torino benpensante del 1968. Mentre i movimenti sessantottini imperversavano per le strade – garantendosi aspre critiche da parte dello stesso Pasolini – il Teatro Stabile Torino produceva l’opera L’Orgia, di cui Pasolini era sceneggiatore e regista.

La prima rappresentazione fu ospitata nello spazio Deposito d’Arte Presente dello Stabile. L'opera è ambientata in una camera da letto, in cui dialoga una coppia di coniugi di mezza età appartenenti alla borghesia, interpretata da Laura Betti e Luigi Mezzanotte, con le musiche di Ennio Morricone.

La vicenda si sviluppa in sei brevi episodi. I primi due atti si svolgono durante la notte di Pasqua: la coppia si prepara a consumare un rapporto di estremo sadomasochismo. L’Uomo è carnefice ma nello stesso tempo è sfruttato dalla Donna che accetta ogni violenza con felicità ed obbedienza, complice del proprio sfruttamento. Si tratta di un rito che rivela la vera natura dei rapporti sociali, attraverso di esso entrambi scoprono come la violenza dei rapporti di potere sorregge ogni realtà sociale. Incapace di ripristinare una inconsapevole e tacita obbedienza al potere, la Donna si suicida. L'Uomo ripropone lo stesso rito, senza però riuscirci, ad una prostituta. Rimasto solo si ribella alla sfera del potere e rivendica la propria diversità vestendosi da donna. Ma la scissione dei due ruoli, l'Autorità, il Potere, il Padre da una parte e la sua diversità dall'altra, porta anche lui al suicidio. Si impicca dopo il monologo finale, rivolto direttamente agli spettatori.

Lo spettacolo, d’indubbio impatto per l’epoca in cui fu rappresentato (e alla quale non risparmiava critiche, parlando di sadomasochismo, prostituzione e transessualità), suscitò lo sdegno del pubblico elitario torinese: qualcuno se ne andò via prima della fine, come racconta la cronaca della Gazzetta del Popolo di allora.