Dal quadrante in alto a sinistra in senso orario: Lungo il Po, Annunciazione, Dans mon pays, La vanita' della vita umana

I consigli del Caffè: i dipinti di febbraio

di MANUELA MAROCCO
pubblicato il 29/02/2020


Tra i più notevoli limiti del comparto culturale torinese vi è la cronica inefficienza nello sponsorizzare e “vendere” al pubblico il nostro patrimonio culturale. Che, come spesso accade, neanche i torinesi conoscono doverosamente. Per questo, la redazione del Caffè ha scelto di presentare sui propri canali social, ogni venerdì, un differente dipinto custodito tra Torino e dintorni, in uno dei tanti poli museali che la Città e la Regione possono vantare. Nella speranza che i nostri consigli possano contribuire a stuzzicare più di qualcheduno a recarsi in visita ai musei locali, ecco i nostri “preferiti” di febbraio, che abbiamo reputato meritevoli di attenzione.

Enrico Reycend, Lungo il Po - presso la Gran Madre di Dio di Torino (Lungo Po a Torino), 1882, olio su tela, GAM Torino. Un'opera dalle pennellate vibranti, che esalta lo sfondo della città, spezzato dai colori accesi della collina e del cielo, sensibilità che il pittore matura passando molto tempo a Genova ed osservando i paesaggi della riviera ligure. È proprio questo il momento in cui Reycend, pittore torinese, forse allievo di A. Fontanesi negli anni in cui frequentava l'Accademia Albertina, raggiunge il suo punto alto, la sua maturazione artistica e il suo individuale linguaggio pittorico, soprattutto nel campo del colore: questa nuova maniera, appresa dopo i suoi soggiorni a Parigi e la conoscenza di Corot, è stata infatti paragonata al movimento impressionista. È sorprendente come Reycend riesca ad ottenere un dipinto dotato di cotanta completezza, pur avendo la composizione di uno schizzo appena realizzato. Una curiosità su questo pittore è che Roberto Longhi lo avrebbe definito «uno dei più originali artisti degli ultimi anni dell'Ottocento, un impressionista sui generis».

Orazio Gentileschi, Annunciazione, 1623, olio su tela, Galleria Sabauda. Gentileschi dipinse questa Annunciazione durante il suo soggiorno a Genova e la inviò a Torino nel 1623. A Roma l’artista aveva avuto modo di intrecciare il percorso creativo di Caravaggio: in questo dipinto ne diede prova con una vistosa citazione dalla Morte della Vergine del pittore lombardo oggi al Louvre, la tenda rossa sontuosamente drappeggiata. Tuttavia la luce è calda, diurna, il dramma è attutito, come quasi sempre nei dipinti di Gentileschi. Il pittore pisano spedì la pala al duca Carlo Emanuele I, accludendo una lettera dove ricordava gli altri servizi resi alla casata, alludendo verosimilmente alla giovanile Madonna in gloria e la Santissima Trinità, destinata in origine ad ornare la chiesa del Monte dei Cappuccini e ora nelle collezioni del Museo Civico d’Arte Antica di Torino; si fa riferimento, in quella corrispondenza, anche a un dipinto raffigurante Lot e le sue figlie, a lungo ricordato negli inventari sabaudi e additato da visitatori e conoscitori come una delle perle della collezione di casa Savoia. In questo gesto di Gentileschi è evidente non solo la consapevolezza della qualità della propria opera, ma anche l’ambizione a mettersi al servizio esclusivo di una corte, ruolo che gli avrebbe garantito una posizione economica e conferme sociali. Anche la scelta del soggetto è da considerarsi accuratamente studiata, dal momento che i Savoia si fregiavano dell’ordine cavalleresco dell’Annunziata. Pur accettando il dono, il duca non colse questa occasione, e la carriera di Gentileschi si proiettò verso il Nord, Parigi prima, e infine Londra.

Marc Chagall, Dans mon Pays, 1943, olio su tela, GAM Torino. L'opera è stata realizzata in Messico durante il soggiorno americano dell'artista (dal 1941 al 1943). L'elemento russo evocato in questo intenso dipinto è poeticamente presente nella soluzione fantastica del paesaggio, che è quello caro e familiare dell'infanzia a Vitebsk: vecchie dacie di legno, stradine di steccato, insegne nei negozi, giovani amanti, animali domestici, accomunati in un mondo "supernaturale" - secondo la definizione di Apollinaire - comunque fantastico e surreale di idilliaca quiete. La sontuosità squillante del colore blu, con la densa luce bianca della luna posta al centro,sulla neve, sotto il ventre del cavallo, raggiunge qui una magica profondità e risonanza, acquistando una forte suggestività interiore che comunica, nella trasfigurazione del sogno, inquietudine e tristezza, immersa com'è nella struggente e malinconica tenerezza del ricordo.

Jan Brueghel II, La vanità della vita umana, 1631, olio su tavola, Galleria Sabauda, Torino. Vanitas vanitatum, siamo di fronte ad una grande natura morta composta da simboli che alludono alla caducità della vita, al trascorrere del tempo. La scena è ambientata in una grande stanza con un loggiato composto da tre grandi arcate che rendono partecipe lo spettatore anche di ciò che accade fuori. In primo piano, tra vari oggetti affastellati -armature, gioielli, strumenti musicali, argenteria- c'è un putto che, seduto su di una brocca d'oro tiene tra le mani una tavola con l'iconografia di Cristo Pantocratore. Alle spalle una figura femminile, identificata probabilmente come la dea della Ragione, coperta da una veste violacea tiene una torcia accesa nella mano destra, la innalza e la fissa mentre accanto a lei un altro putto gioca con dell'acqua. Nell'ala destra dell'interno inoltre, seduti attorno ad una tavola tonda imbandita ci sono quattro uomini intenti a bere vino e consumare prelibatezze. Fa da sfondo una manifestazione di circensi e di uomini in sella a cavalli che guardano la scena. Ma allora Brueghel cosa vuole dirci con questo dipinto? Denunciare la vita frivola e mondana per far vedere il disordine che essa può creare? Oppure farci cogliere ogni momento della vita prima che essa stessa si distrugga in tutta la sua fragilità?