Il miracolo non arriverà, e la Torino del boom non tornerà

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/03/2020


Per quanto sia sempre facile, e così è stato sempre fatto, addossare la cause delle rogne cittadine agli ultimi inquilini delle stanze del potere (a turno gli Agnelli, Ghigo, Fassino, Appendino e tutti gli altri), il rischio concreto è rappresentato da un tratteggio distorto della realtà. Perché è da circa trent’anni che Torino declina in maniera inesorabile.

Le cause non vanno cercate (solo) negli amministratori o nella Europa per molti foriera di tutti i mali. Con la lira staremmo forse meglio? No, il merito dell’euro è aver posto fine alle allegre e dissipatrici finanze pubbliche d’un tempo. La domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: come mai la città, nel dopoguerra traino industriale della produttività nazionale ed europea, sembra non farcela a uscire dal pantano?

I decenni del boom repubblicano, a discapito del pensiero di molti, non rappresentano l’eden in terra subalpina. E tantomeno rappresentano un paradiso terrestre da replicare a distanza di sessant’anni. È naturale che in quel periodo siano stati raggiunti traguardi più che notevoli, grazie all’impostazione economica liberista data al Paese nel dopoguerra dal miglior duo che la storia unitaria nazionale ricordi: De Gasperi ed Einaudi, nei rispettivi ruoli di Presidente del Consiglio e Ministro delle Finanze. Ma ad esso dobbiamo approcciarci con rigore storiografico, trattandolo per ciò che è: una fase conclusa, ad oggi irreplicabile.

Tra le tante risposte meritevoli di disamina, una coglie appieno il senso del declino torinese. E la risposta sono proprio loro: i torinesi. Che per anni – anzi, decenni – hanno immaginato il loro futuro all’ombra di mamma Fiat e papà Comune, incapaci di interpretare il flusso della storia e ancorandosi nostalgicamente a quel sistema valoriale sabaudo che ad oggi non è nulla più che una istantanea scattata al volgere dell’Ottocento.

Il futuro di Torino è sfumato nel momento in cui i suoi cittadini hanno ritenuto gli anni del boom un’età cristallizzata, immutabile, dove erano e avrebbero dovuto continuare a essere “gli altri” a garantire il tetto e il pasto. Torino non ha fatto i conti con le evoluzioni che lo sviluppo industriale avrebbe generato. E alla lunga le istituzioni politico-dirigenziali sono state negativamente influenzate, inflessibili nella loro impostazione, dal carattere monopolistico, avverse alla concorrenza e inadatte ad accogliere il cambiamento. Che è arrivato: ma identificato e fatto proprio da pochi.

La Torino del boom ha lasciato in eredità i benefici di grandi successi economici, ma anche sottese lacerazioni che soltanto oggi fanno percepire pienamente la frattura creata tra la più propositiva fetta di società civile e il trust di enti e istituzioni di vecchia data. Rendendo il comparto pubblico locale deleterio per qualsivoglia velleità di modernizzazione mostrata “dal basso”.

A Torino si vive di nostalgia. Nella mente dei subalpini aleggia in maniera retrotopica l’idea che il miracolo possa tornare. Già definirlo “miracolo”, tuttavia, rimanda alla diffusa idea secondo la quale si trattasse di un successo calato dall’alto. Come quelli della nazionale, o come una apparizione lourdiana: puoi gioire, ma sai che non è merito tuo. La politica locale, capace di esprimersi solo con manovre da consenso facile, ci ha trascinato nel vortice che viviamo e che, da almeno dieci anni, passata la sbronza olimpica, sembra destinato a non avere fine.

Il lettore potrà essere in disaccordo, ma siamo giunti al punto di non ritorno per dare il nostro addio alla dolce vita di felliniana memoria. È tempo di guardare avanti, reimmaginando nel vivere quotidiano il futuro della città. E anche rispetto quanto segue il lettore potrà dissentire: il nostro futuro passa dall’essere rinomata capitale culturale, dell’high-tech e delle nuove frontiere dell’urbanistica. Senza abbandonarci all’illusione che l’ipotetica vittoria nella corsa a Capitale Europea della Cultura 2033 possa essere una panacea dei nostri mali (e dei nostri vizi). Sarebbe solo l’ennesima ubriacatura, passata la quale i postumi ci rivelerebbero ancor più amaramente la nostra condizione.

I modelli a cui guardare esistono: Mosca, Dresda, Lipsia, Chicago, Stoccolma, Sochi, Digione, Nizza e l’entroterra provenzale, lo Schleswig-Holstein (per alcuni inspiegabilmente, ma tra i Land più visitati in Germania negli ultimi anni), centri che pur non necessitando di una riconversione in senso tursistico-culturale urgente e improrogabile, l’hanno comunque avviata con eccellenti risultati (e sia chiaro: le politiche culturali smuovono molti altri settori, a partire da quello architettonico e urbanistico e da quello universitario e della ricerca). Gli spazi urbani dai quali avviare la rigenerazione anche. Quanto alla effettiva volontà politica, nutrire riserve è comprensibile.

Il miracolo non arriverà, con queste premesse. E la Torino del boom non tornerà. È tempo per la società civile di scendere a patti con la realtà e provare a rimettersi in piedi da sola. Ed è tempo per le istituzioni di accogliere la necessità di fare un passo indietro. Less is more.