Donatella D'Angelo e le strade per salvare l'Italia in rovina

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 19/02/2020


Torinese di nascita, l’architetto Donatella D’Angelo rappresenta una delle voci principali nel mondo del recupero e del restauro di edifici storici. Seguendo il concetto di "architettura globale" ha realizzato esperienze nel campo della grafica, della realizzazione di mostre sul design, sul territorio, sull'evoluzione del gusto, sull'abitare e su vari movimenti artistici. Ha avuto responsabilità direttive in associazioni ambientalistiche e ha partecipato a numerose commissioni di studio regionali e nazionali per problemi urbanistici ed edilizi, denunciando degrado e manomissioni nei centri storici italiani e divenendo presidente di Italia Nostra Torino. Ha progettato interventi di restauro in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Calabria e Toscana: tra i principali siti d’intervento all’ombra delle Alpi la rocca medievale di Settimo Torinese, il Forte San Carlo di Fenestrelle, l’aula magna dell’Accademia Albertina e la Sacra di San Michele. Sensibile da sempre alle tematiche di tutela del territorio e di valorizzazioni dei beni architettonici ed ambientali, ha promosso iniziative per la loro salvaguardia sia come studiosa che progettista. Da anni cura un blog dedicato all’arte e all’architettura per Il Fatto Quotidiano. I suoi lavori e la sua professione sono stati oggetto di articoli sui maggiori quotidiani e periodici italiani, oltre che ripresi dalla RAI e da altre emittenti private. Hanno scritto di lei, tra gli altri, Luigi Carluccio, Giovani Arpino e Guido Davico Bonino. E a cosa potevamo dedicare il nostro appuntamento con la rubrica “A quattrocchi”, se non al recupero e alla funzionalizzazione degli edifici dismessi torinesi, tra barocco e XXI secolo?

Buona parte delle testimonianze architettoniche della Torino novecentesca e industriale sono attualmente dismesse: Torino Esposizioni, Palazzo del Lavoro sono i due casi forse più rappresentativi, ma condizione analoga per l’area Ex-Westinghouse o l’ex opificio militare. Constatato l’immobilismo delle amministrazioni competenti, da quali passaggi passa il loro recupero? Quali sono i principali ostacoli che si incontrano nei processi di riqualificazione architettonica e urbanistica?

Ormai da decenni si discute della riconversione di questi "ingombranti" contenitori, una spina nel fianco di tutte le amministrazioni per gli enormi costi connessi, data la vastità e – in qualche caso – per la morfologia. Come insegnano i casi di Torino Esposizioni e Palazzo del Lavoro. Alcuni anni fa, partecipai a Bologna come relatore, insieme ad illustri colleghi, ad una tavola rotonda dal titolo "Recuperare il moderno" e convenimmo che era più complesso riconvertire gli edifici contemporanei di quelli antichi o storicizzati. Le amministrazioni pubbliche da sole poi non ce la fanno ad accollarsi investimenti cosi onerosi e sono alla continua ricerca di investitori che però, data la crisi, latitano. E resta il fatto che Torino è meno attrattiva di altre città italiane, per un insieme di problematiche tra cui quella dei collegamenti infrastrutturali.

Negli ultimi anni è sorto un ampio dibattito intorno al tema della destinazione d’uso civica degli stabili dismessi. Quanto è percorribile questa strada? Le piccole associazioni sarebbero in grado di sobbarcarsi i costi di strutture complesse?

Non penso che piccole associazioni, se non aggregate tra loro possano avere la capacità economica di supportare processi di riqualificazione molto onerosi.

I beni abbandonati innegabilmente impattano sulla qualità della vita di un quartiere e sullo stato di degrado urbano. Nei casi in cui il recupero e la valorizzazione presentino troppi ostacoli, sarebbe meglio abbatterli o attendere nella speranza di un ipotetico futuro riutilizzo? Quanto e come le azioni di recupero architettonico-urbanistico influiscono sulla riqualificazione delle periferie?

Ovviamente gli immobili dismessi creano apprensione tra i cittadini ancor più che tra gli amministratori, per i quasi scontati fenomeni delle occupazioni, motivo di tensione sociale. Non si può attendere all'infinito che un bene venga riqualificato, perché più lo si lascia nell'abbandono più si degrada per vetustà e per ineluttabili atti di vandalismo. Certo persino a me, che sono una tutelatrice assoluta, ogni tanto viene il
pensiero che in qualche caso – quando si tratta solo di tracce insignificanti di edifici seriali come caserme,
carceri o vecchi ospedali – non valga la pena  che demolire. Qui però il discorso è lungo e complesso ed ogni caso è a se'. Le faccio un esempio: tre anni fa partecipai ad una gara del Demanio, che intendeva recuperare per svariati milioni di euro i ruderi di una caserma fine ottocento, oltretutto interamente imbottita di amianto, e dissi apertamente che non ne valeva la pena.

Un notevole argomento di dibattito pubblico degli ultimi tempi è stato il caso Cavallerizza. E anche in questa occasione, in molti si sono scagliati contro l’ipotesi di una partnership pubblico-privato che avrebbe visto, tra gli altri soggetti protagonisti, la Compagnia di San Paolo. Eppure, spesso, sono proprio enti privati a recuperare il patrimonio architettonico grazie a progetti mirati e investimenti ingenti (come nel caso delle OGR). Davvero è preferibile un bene in mano alle istituzioni pubbliche e in stato di degrado piuttosto che una sua concessione a privati che sappiano rivitalizzarlo?

Riguardo la Cavallerizza, di cui mi occupo dal 2007, ritengo che sia l'ennesima occasione persa per la città, l'unica strada da percorrere viste le non certo floride casse del Comune né dello Stato, sarebbe stata quella del project financing. Non vedo all'orizzonte viceversa nulla di buono, né per la città né per il bene in se. Le ultime enfatizzate proposte non portano nulla alla città, se non – e di questo molti si accontentano – del recupero parziale di un bene sempre più fatiscente.

Parliamo di legislazione: in un Paese come l’Italia, non sarebbe necessario incrementare le agevolazioni fiscali in maniera massiccia (persino quasi totale) per i soggetti che investono nel recupero di beni architettonici? Sarebbe ipotizzabile una riforma del regime IMU (ovviamente nel contesto generale della revisione del sistema impositivo sulla casa) per gli immobili sottoposti a vincolo storico e artistico, come forma di alleggerimento fiscale a vantaggio dei proprietari di immobili vincolati a fronte degli oneri legati al vincolo e delle connesse responsabilità per la conservazione imposte dalla legge di tutela?

Sì, anche se ci sono agevolazioni fiscali contenute nel D.Lgs. 42/2004 e smi per i proprietari che sostengono spese di manutenzione, protezione o restauro dei beni stessi, che possono usufruire della detrazione fiscale per oneri, di cui all'art. 15, c. 1, lett. g, del TUIR, per un importo, attualmente, pari al 19% delle spese sostenute, nella misura effettivamente rimasta a loro carico. Le spese ammesse possono essere indicate nella dichiarazione dei redditi, ma è allo studio anche una misura per la Tasi negli immobili storici.

Il tema del recupero dei beni dismessi si intreccia con quello, sempre più importante del consumo di suolo. Il trasferimento di stabili a privatinon rappresenterebbe un incentivo ambientale, grazie alla riduzione delle opere di cementificazione?

Sono da sempre favorevole al riuso di immobili storici, fatte salve le eccezioni di cui ho detto prima con l'esempio di una caserma semidistrutta, piuttosto che il continuo consumo del suolo. Quindi anche trasferendo a privati.

Un altro tema parallelo a quello del recupero architettonico è quello dei cosiddetti “tesori nascosti”. In media, un museo di grandi dimensioni espone circa il 5-10% delle proprie opere d’arte. Non tutte quelle contenute nei depositi sono degne di essere esposte, ma nuovi spazi contribuirebbero a rendere fruibili centinaia di pezzi oggi inaccessibili. Gli oneri finanziari sarebbero troppo alti? Oppure si tratta di una ipotesi fattibile?

Riguardo ai Musei piccoli o grandi, conosciuti e non, si apre un capitolo a parte. Molti sono ben gestiti, addirittura saturi di opere e visitatori, e altri quasi inutili, per lo scarso livello di offerta ed il numero inconsistente di visitatori. A Torino ad esempio accanto a buone mostre di importazione o autoctone, altre le ho trovate misere e deludenti. Come quella, ad esempio, su Pelagio Palagi, eclettico e prolifico artista bolognese che tanto diede a Torino ed al Piemonte: una trentina di disegni alla Manica Nuova di Palazzo Reale, mi sembra un po’ poco. Alcuni allestimenti poi sono penosi, se non ci sono professionalità e risorse meglio lasciar perdere.

“Brandizzare” la città: dare nuova vita agli edifici che hanno indelebilmente segnato il ventesimo secolo locale sarebbe una occasione per rendere Torino una sorta di “capitale del Novecento”, un po’ come oggi gode della fama di città barocca?

Il tema del brand per una città è stimolante, Torino ha diversi spunti ma non li coglie. Vediamo il caso di Verona, che è un brand assoluto, e attorno ad un balconcino falso ha saputo costruirsi un turismo eccezionale più di altri centri di analoghe proporzioni o con più importanti beni culturali. Lascerei perdere il Novecento per Torino. Rispetto a Milano, che per via dei bombardamenti devastanti ha avuto la necessità di ricostruirsi con una serie di edifici che costituiscono l’ossatura dell'architettura contemporanea, la nostra città non consta di un numero ragguardevole di esempi di grandissimi architetti. Ad eccezione di Nervi, Levi – il progettista originario del Palavela – snaturato da Gae Aulenti e pochi altri casi. Torino deve brandizzare la sua regalità per il fatto di essere la città con più dimore sabaude in assoluto.

Nel caso di edifici secolari, come è possibile armonizzare le istanze di intervento filologico con le vocazioni al design e alle necessità di funzionalizzazione contemporanea?

Riguardo la sua ultima domanda, invito i lettori a visitare la Rocca di Settimo Torinese, che restaurai un po’ di anni fa. È frutto di un attento recupero filologico pur con inserimenti tecnologici, arredi ed elementi di arredo sia di produzione industriale che su mio design, che ben convivono, consentendo una fruizione secondo le attuali esigenze ed una lettura del tessuto storico.