Pagina della rivista 'Il Caffè' di Pietro Verri

Voce critica, voce libera

di FRANCESCO BIASI, NICOLA DECORATO
pubblicato il 18/02/2020


Persino a due anni dal lancio de Il Caffè Torinese, la definizione di cosa sia effettivamente la nostra piattaforma non è facile da chiarire. Nemmeno la stessa redazione la definisce in maniera univoca. Alcuni di noi si riferiscono ad essa come magazine. Altri di noi come blog. Ciò di cui siamo pressappoco tutti concordi è il fatto di non parlare certamente del genere di blog dove influencer – o presunti tali – contrappuntano spasmodicamente lo svolgersi delle proprie giornate.

Il nostro obbiettivo è stato chiaro fin da subito: divenire nel tempo il volto e la voce del mondo culturale torinese. L'analisi delle politiche culturali comunali e regionali, la valutazione di mostre, eventi e concerti, le interviste ai principali esponenti della cultura locale, i nostri commenti dal piglio editoriale hanno rappresentato per noi strumenti obbligati per tratteggiarne il panorama. Il nostro blog, complice la ricca varietà di provenienza geografica dei membri della redazione, dimostra come le penne siano state mosse da null’altro se non l’interesse per la città (natale per alcuni di noi, d’adozione per altri) nel segno di un’esperienza di cittadinanza attiva e critica.

Come già annunciavamo nel nostro editoriale di lancio due anni fa, un’immagine ha condizionato il processo creativo e le scelte di redazione: quella del caffè illuminista, fucina dell’illuminismo di Diderot e di Voltaire, espansione urbana di quei circoli intellettuali da salotto che nel corso del Settecento diedero il via alla silente rivoluzione culturale che nel giro di pochi decenni avrebbe assestato colpi mortali all’Ancien Régime.

Ed è proprio dall’immagine del caffè illuminista, dall'esperienza dell'Accademia dei Pugni e del "Caffè" di Pietro Verri, dalle riflessioni sul ruolo dell’arte e della cultura nel mondo e nella società contemporanea, che il nostro blog ha preso avvio. In un mondo che sta vivendo traumi e  progressi delle rivoluzioni tecnologiche, abbiamo scelto di dedicarci a quanto di più coraggioso si potesse fare: essere anticonformisti (e non soltanto rispetto alle nuove generazioni) parlando di cultura, e riportando davanti agli occhi del lettore le espressioni artistiche e sociali del nostro passato, consapevoli che ciò che siamo è, in ultima istanza, ciò che eravamo.

Proprio come gli uomini europei tra Cinquecento e XVIII secolo, sappiamo essere forte nella contemporaneità la percezione di vivere un tempo nuovo, un’età del tutto diversa delle precedenti. Un’età che si qualificava parimenti per la propria alterità rispetto al passato fatto oggetto di rivisitazione critica, come per la capacità di concepire un presente che è nuovo in quanto pregno di futuro. Nel Settecento in molti cominciano a parlare di Storia Moderna come di un periodo cui nulla è più stabile: l'espressione moderna era del resto derivato dal vocabolo modus, inteso come movimento, un modo di essere in costante divenire nella realtà concreta, transizione accelerata di ogni cosa.

Il ritorno ad ideologie di correnti e secoli tramontati ci permette di guardare la società attuale con un apparente distacco. Liberati dalle incrostazioni della retorica novecentesca e completamente al di fuori dalla diatriba ormai secolare tra sinistra e destra, non sarà stato difficile per il lettore cogliere, tra le nostre colonne, feroci invettive contro tutti coloro che a livello locale hanno espresso pensieri e azioni che pur nel loro piccolo hanno contribuito a minare alla radice la bontà della nostra democrazia liberale – che sappiamo non essere priva di difetti. Ma che continueremo a tutelare, nel nostro piccolo, in quanto migliore dei mondi possibili (ogni riferimento voltairiano è puramente ricercato).

La costante attenzione alla Storia locale si è rivelato un leitmotiv utile per offrire chiavi di lettura alternative del presente cittadino: dall’antichità alla contemporaneità, un percorso storico che si è aperto con la nascita dell’insediamento romano e ci ha condotto dalla Torino capitale del ducato sabaudo e sede della corte della dinastia principesca più antica d’Europa, ai processi libertari dell’Ottocento, al liberalismo cavouriano e allo Statuto Albertino. Parlare della grande storia non è stato un pretesto, ma di certo ha contribuito a monitorare lo stato di salute della cultura più alta di tutte: quella della libertà, alla quale – nel solco della miglior tradizione illuminista – dobbiamo tutto.

È non è un caso che proprio nell’Ottocento Torino veda il suo periodo più splendente. La trasformazione e l’adattamento dell’assolutista monarchia sabauda in un regime più liberale e parlamentare rese la città un centro intellettuale nel quale tutti i più importanti pensatori trovarono rifugio. Tutto ciò ha permesso che la Torino risorgimentale divenisse mente e corpo del processo di unificazione nazionale: la guida di quel processo che si sarebbe concluso solo dopo la Grande Guerra. 

E poi il Novecento: la Prima Guerra Mondiale con la contrapposizione tra fabbriche e ateneo, il fascismo e le leggi razziali, la lotta per la libertà e l’antifascismo. Torino, ed il Piemonte, diventano protagonisti delle deportazioni, ma anche degli scontri più cruenti per la liberazione dal nazifascismo. Infine, il dopoguerra con l’immigrazione e le grandi organizzazioni operaie, la FIAT e gli anni di piombo, il ’68.

Nessuno di questi grandi processi non è rintracciabile in qualche angolo della città: le porte Palatine, le vie medioevali e gli edifici longobardi, le regge sabaude ed il barocco del XVII e XVIII secolo, il Liberty ed il razionalismo fascista. E ciascuno di essi ha contribuito nel forgiare l’odierna società torinese. Correnti artistiche e architettoniche opposte per natura, ma che si amalgamano e si confondono in una realtà urbana unica nel suo genere.

Stolto chiunque ritenga la silenziosa rivoluzione culturale di cui ci siamo fatti portavoce l’utopistico fine ultimo di questa redazione. In due anni abbiamo tentato di superare – con successo, a nostro parere – la dicotomia tra sapere e saper fare. Il Connections Festival ha testimoniato come la città, o almeno una parte di essa, sia viva. Vuole e deve esprimersi. E ha dimostrato come lo strombazzatissimo “cambiamento” non possa provenire che dalla società civile, di cui siamo fieri membri e portavoce.

Cari lettori, tra queste righe non avrete potuto non riscontrare una trafila (speriamo non annosa) di obiettivi, dichiarazioni d’intenti e tentativi di valutazione del nostro operato. Quanto agli intenti, in due anni sono rimasti gli stessi. Quanto ai traguardi, ancora una volta non ci arrogheremo il diritto di sentenziare se ne abbiamo raggiunto qualcuno: quel compito spetta a voi. Abbiate dunque pazienza di ricapitolare vette e abissi della nostra opera: sarete poi in grado di valutare da soli se reputare raggiunta qualche meta o no.

Come scrivevamo un anno fa, in occasione della nostra prima ricorrenza, dalla nostra non nutriamo certo la pretesa che le narrazioni di cui vi abbiamo resi partecipi in questo anno rappresentino verità ultime e ineccepibili sui fatti. E, francamente, che rientrino nel genere del blog, del magazine o di quant’altro c’importa assai poco. Perché siamo certi che rappresentino una voce importante all'interno della comunità cittadina: una voce critica, vigorosa e - soprattutto - libera.