Lo 'Scrigno' progettato da Renzo Piano

In lode della qualità: chi critica la Pinacoteca Agnelli non ha capito nulla di arte

di ILARIA CERINO
pubblicato il 06/02/2020


Girovagando il web non è insolito imbattersi in critiche, anche dure, verso musei, gallerie o teatri espresse grazie a Tripadvisor o a simili siti di recensioni. Nulla contro le critiche, sia ben chiaro. Si ha tutto il diritto a essere insoddisfatti di una certa esperienza musicale, teatrale o cinematografica.

Ma, se si tratta di criticare un polo culturale per i beni in esso custoditi, ecco che gran parte delle critiche perdono il loro valore. Il riferimento, come si può intuire dal titolo, è alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Su Tripadvisor un utente scrive: “Che squallore la Pinacoteca Agnelli! […] All'ingresso al piano terreno il bookshop era in disarmo con cartoni sparsi e libri imballati: stava cambiando il gestore. Prendo l'ascensore un un po' scricchiolante ed arrivo nel deserto: i tre piani destinati alle mostre temporanee erano chiusi in quanto la prossima mostra sarà' nella primavera, all'esterno, sulla pista del lingotto, altro deserto […] Decido di andare a vedere la pinacoteca, previo pagamento del biglietto, sempre i soliti pochissimi quadri donati dall'avvocato agnelli a se stesso cioè alla fondazione agnelli (erano probabilmente i quadri che gianni agnelli non poteva vedere più in casa) che delusione! L'amica che mi accompagnava sostiene che gli agnelli hanno il bracchino un po' corto. Sconsiglio la visita”.

Perché questo genere di critiche qualificano malamente chi le formula? Perché, udite udite, non hanno senso. Per tre motivi: le opere contenute all’interno della Pinacoteca sono note. È sufficiente consultare il sito web per scoprire i tesori custoditi dello “Scrigno” progettato da Renzo Piano. Poi: nessun museo può permettersi di tenere tutti gli spazi perennemente aperti. Ci sono dei costi. Tra una mostra e l’altra, è inevitabile che le sale adibite agli allestimenti temporanei siano chiuse. Infine, e passiamo al piagnisteo (le critiche, in accordo alla definizione kantiana del termine, sono faccende assai più serie) più insensato di tutti: i quadri sono pochi.

E a questo punto qualsivoglia appassionato di storia dell’arte, così come qualsivoglia assennato individuo provvisto di dignitose capacità logiche, sarebbe autorizzato a farsi una crassa risata. Da quando il valore di una pinacoteca si misura interamente in base al quantitativo di opere esposte? Con tutto il rispetto verso un artista come Salvo, ma possedere settanta opere del pittore torinese (esponente della corrente dell’arte povera novecentesca) o una quindicina di Rembrandt non è esattamente la stessa cosa.

Peraltro, il nome “Scrigno” dovrebbe già far intuire quale sia il contenuto della galleria. Se fossero state conservate centinaia di opere, non la avrebbero chiamata con un appellativo il cui significato è “Cofanetto, piccolo forziere di legno o altro materiale, spesso pregiato, destinato a custodire gioielli, denaro e oggetti preziosi” (Treccani). E cosa custodisce la creazione di Renzo Piano? Dei quadri di Ugo Nespolo? Delle sculture di Giuseppe Uncini?

No. Tra gli altri tesori: l’Alabardiere in un paesaggio di Tiepolo, sei vedute del Canaletto, due sculture di Canova, la Negresse di Manet, La Baigneuse blonde di Renoir, sette dipinti di Matisse, due di Picasso, Nu Couché di Modigliani e Velocità astratta di Balla. Non esattamente stampe da antiquariato.

Etichettare come “squallido” un polo culturale in funzione della quantità di opere in esso esposte qualifica gli autori di questo genere di boutade come inadeguati – e ignoranti – fruitori del patrimonio artistico. Perché l’arte non è per tutti. E certi scritti lo dimostrano.