Figliol prodigo

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 04/02/2020


In una edificante conversazione avuta qualche mese or sono con un dirigente di una delle istituzioni culturali locali, si parlò tra gli innumerevoli argomenti della necessità di non troncare il rapporto con i giovani in uno dei passaggi culminanti dello sviluppo intellettuale. Vale a dire l’età universitaria e il primo periodo lavorativo. Niente di più vero. Com’è vero che, se già la scuola dell’obbligo non trasmette passione per arte, musica, buon cinema e teatro – e attenzione, non si tratta di trasmettere informazioni: lo sterile nozionismo può esser figlio di chiunque –, poi non ci si può lamentare delle sale mezze vuote.

Affinché adempia alla propria vocazione di “culturificio”, la scuola italiana necessiterebbe di un radicale cambio d’impostazione, passante necessariamente da un precedente e progressivo cambio di mentalità di chi la scuola è chiamato ad amministrarla (dalle stanze del potere alle aule di studio). Non si tratta di problematiche recentemente sortite: il 24 aprile 1865 Francesco De Sanctis, ministro dell’Istruzione nel 1861, tramite le pagine del giornale L’Italia consigliò al successore Giuseppe Natoli, che ricopriva l’incarico in quel momento, di tenere lontane le sirene di materie “superflue” come la musica, poiché “non producono valentuomini, ma buffoni”.

Dal momento gli enti culturali – pubblici e privati – non dispongono di risorse sufficienti a coprire gli investimenti necessari per accompagnare gli studenti nei diversi cicli d’istruzione, coprendo con una formazione parallela le innumerevoli falle del sistema d’istruzione, le iniziative che vengono rivolte alle scuole sono lodevoli sì, ma si risolvono spesso in cause perse. Non è ipotizzabile che la passione per la lirica o per la pittura italiana del secondo novecento possa sorgere in fiotti di allievi dopo una sporadica visita – per noi torinesi – al Regio o alla GAM. Non per tutti naturalmente, ma certi input hanno bisogno di essere reiterati.

Credo che occorra partire da questo dato umano, più che dal “numero”, per rendersi conto di ciò che sempre in misura maggiore accade nella società urbanizzate italiane: il progressivo abbandono dei luoghi di cultura da parte dei giovanissimi. I quali, se si esclude l’adempienza degli sporadici doveri scolastici, difficilmente scelgono di loro iniziativa di recarsi a teatro, a un concerto o a un vernissage.

Allora perché non rivolgersi massicciamente proprio agli universitari? In una delle ultime forti fasi di formazione intellettuale degli individui, nella fase in cui molti iniziano a sperimentare forme anche ridotte di indipendenza economica e iniziano ad addentrarsi nel mondo dello svago degli adulti, orientare risorse e tempo nell’intrecciare relazioni con loro potrebbe rivelarsi più fruttuoso di quanto si possa pensare. Perché perdere potenziali fruitori della lirica o delle gallerie d’arte giunti a quello stadio fondamentale della vita giovanile equivale spesso a rivederli raramente o mai più a ciclo formativo concluso.

La romantica idea di un figliol prodigo che, dal nulla, dopo le poche esperienze scolastiche, torna ad abbracciare il mondo delle arti una volta divenuto adulto non mi convince. E il mondo della cultura non può abbandonarsi fideisticamente a una simile ipotesi. A meno che l’obiettivo ultimo non sia vedere sale stabilmente mezze vuote tra una ventina d’anni (o forse anche meno). La non ultimata, ma comunque a buon punto, conversione di Torino in città universitaria potrebbe offrire il capitale umano utile a percorrere la strada indicata.