Dal quadrante in alto a sinistra in senso orario: Ritratto di Maria Luisa, Madonna in adorazione (dettaglio), Urvasi e Gilgamesh, Enrichetta Adelaide e Ferdinando

I consigli del Caffè: i dipinti di gennaio

di MANUELA MAROCCO
pubblicato il 31/01/2020


Tra i più notevoli limiti del comparto culturale torinese vi è la cronica inefficienza nello sponsorizzare e “vendere” al pubblico il nostro patrimonio culturale. Che, come spesso accade, neanche i torinesi conoscono doverosamente. Per questo, la redazione del Caffè ha scelto di presentare sui propri canali social, ogni venerdì, un differente dipinto custodito tra Torino e dintorni, in uno dei tanti poli museali che la Città e la Regione possono vantare. Nella speranza che i nostri consigli possano contribuire a stuzzicare più di qualcheduno a recarsi in visita ai musei locali, ecco i nostri “preferiti” di gennaio, che abbiamo reputato meritevoli di attenzione.

Louis-Michel Van Loo, Ritratto di Maria Luisa Gabriella di Savoia, olio su tela, 1733, Fondazione Accorsi-Ometto. L’opera fu dipinta nel 1733 da Louis-Michel van Loo, che ritrasse anche le due sorelle ed il fratello, il futuro Vittorio Amedeo III. Raffigurata all’età di quattro anni, Maria Luisa Gabriella di Savoia è ritratta seduta sopra ad un cuscino, vicino alla base di un albero, immersa in un paesaggio ideale. Indossa un ricco vestito, e tra le braccia stringe un pappagallo, simbolo di esotismo e di appartenenza ad una ristretta schiera sociale. Seconda delle tre sorelle, la piccola, come la più grande, non si sposerà mai; rimasta nubile, si ritirerà nel convento di Sant’Andrea a Chieri, dove morirà a 38 anni. Per eseguire queste vere e proprie immagini ufficiali delle piccole principesse, Van Loo attinse ai modelli della grande ritrattistica della corte francese, da Hyacinthe Rigaud a Nicolas Largillere, riconosciuti e apprezzati in tutta Europa. Pur indulgendo, con una minuzia che rimanda ai grandi maestri fiamminghi del secolo precedente, nella preziosità dei tessuti di seta e delle passamanerie dell’abito alla moda indossato dalla fanciulla, il pittore scelse di rappresentarla con grande modernità e con una vena quasi intimista. Venticinquenne al momento di realizzare i dipinti, van Loo trovò a Torino un ambiente favorevole, sia perchè suo padre, Jean-Baptiste, e suo zio, Carle, avevano già lavorato presso la corte sabauda, sia perchè ai Savoia mancava un ritrattista specializzato.

Macrino d'Alba, Madonna in adorazione del Bambino, 1505, tempera su tavola trasportata su tela, Galleria Sabauda. La tavola, opera di Gian Giacomo de Alladio, detto Macrino d'Alba, rappresenta nella sua centralità la Madonna in adorazione del Bambino, circondata da una schiera di santi quali Giovanni Battista, Giuseppe, Gerolamo, Solutore e un donatore(figura di profilo identificata con Amedeo di Romagnano, vescovo di Mondovì e committente dell'opera); al centro putti con i simboli della passione e in alto, su di una cantoria, tre angeli musicanti. Macrino d'Alba presto lascia la città d'origine per trasferirsi a Roma dove ha l'opportunità di confrontarsi con diversi artisti che negli anni '80 del Quattrocento erano in città come Botticelli, Pinturicchio, Ghirlandaio; ma a fine anni '90 è di nuovo in Piemonte. È pochi anni dopo che riceve l'incarico da parte del vescovo di Mondovì, A. Di Romagnano, di realizzare un'opera per la Cappella di San Solutore nel Duomo di Torino: una tavola che segna l'attenzione dell'artista verso i maestri della pittura milanese e la sua maturità rispetto alla pittura conosciuta a Roma. L'opera infatti, risalente quindi al periodo maturo dell'artista, è caratterizzata da confronti con la ritrattistica leonardesca e con il pittore lombardo Bernardo Zenale per l'uso che egli fa della luce nelle sue opere. Una curiosità del dipinto riguarda il paesaggio alle spalle dei personaggi, una visione di Roma antica con il Colosseo e le colonne del Tempio dei Dioscuri: ebbene, il Colosseo è una citazione che Macrino d'Alba riprende da alcuni prototipi di Pinturicchio nell'appartamento Borgia in Vaticano.

Jan Miel, Enrichetta Adelaide di Savoia duchessa di Baviera e Ferdinando Maria di Wittelsbach, 1659-1661, olio su tela, Sala di Diana, Reggia di Venaria. Pittore di corte dal 1658, Miel dipinge una serie di opere per la decorazione della Venaria Reale. Tra questi, nella Sala di Diana ammiriamo il dipinto preso oggi in esame: la duchessa e il duca intenti in una battuta di caccia, in sella a due cavalli rappresentati in modo talmente minuzioso da sembrare reali, soprattutto quello con il manto bianco a sinistra della composizione; i cavalli, simbolo di libertà, nobiltà, potenza, non potevano qui essere resi in maniera migliore di questa, la quale ci astrae per un momento dal dipinto e ci immette nella vera scena, riuscendo a far cogliere appieno la forza vitale che la loro corsa sprigiona. Anche Danilo Comino, in un suo saggio sull’argomento, intende in questo modo il dipinto, mettendo in luce la libertà con cui Miel affronta questo genere di ritrattistica, sostenendo che “cavalli e cavalieri non sono costretti in pose convenzionali, ma si lanciano in una furiosa caccia al cinghiale insieme ai cani molossi”, aggiungendo inoltre che la traiettoria diagonale lungo cui si svolge l’inseguimento contribuisce a creare l’effetto dinamico e che ne risulta una composizione che, pur non avendo nulla da invidiare alle sottostanti Cacce in quanto a freschezza e vivacità, nella maestosità dei due protagonisti non viene meno alle esigenze del ritratto da parata. Infatti, le due figure sembrano dare l’effetto di “sfondamento della tela”, esito dato dalla loro resa in diagonale accentuata anche dai numerosi dettagli propri della raffinatezza pittorica del Miel. Ciò che salta agli occhi è il paesaggio che fa da sfondo alla scena, uno scenario tipicamente classicheggiante, come si intende dalle rovine di una costruzione sulla sinistra, e le nuvole contrastanti con l’azzurrino del cielo, caratteristica che Miel apprende a Roma a contatto con la ritrovata classicità del pittore Andrea Sacchi.

Gino De Dominicis, Senza Titolo (Urvasi e Gilgamesh), 1988, tempera e matita su tavola, Castello di Rivoli-Museo d'Arte Contemporanea. Pittore, scultore, filosofo, architetto -come egli stesso amava definirsi-, figura emblematica dell'arte del secondo dopoguerra, Gino De Dominicis affronta una molteplicità di temi nelle sue opere. Fa parte di tutte le correnti artistiche e, allo stesso tempo, non fa parte di nessuna di queste. È antitetico rispetto al panorama artistico del tempo (curiosità: non autorizzerà mai la pubblicazione di cataloghi sulle sue opere e apparirà di rado in pubblico e nelle sue mostre.) Cercava con la sua arte di attraversare il tempo e lo spazio al di là delle leggi fisiche, trovando il proprio punto focale nel mistero, nel mito: Gilgamesh è il re di Uruk (città dell'odierno Iraq); Urvasi è invece una ninfa, creatura immortale che ama e sposa un uomo mortale, Puruvaras. I due personaggi sono in qualche modo legati, per il loro mito a lieto fine: l'ossessiva ricerca dell'immortalità nel primo, che capovolge lo scenario dell'eroe che può tutto ma che come ogni uomo morirà, e nel secondo l'incoscienza dell'uomo e l'ultima possibilità concessa dalla sua Ninfa. I due sono solamente tracciati nell'opera di De Dominicis, sono due linee che "incontrandosi" creano direzioni opposte e si separano tramite una gemma: i loro sguardi si imbattono nella contemplazione della pietra preziosa, quasi a significare che ogni parte dell'esistenza umana si incrocia inevitabilmente nella ricerca di un medesimo obiettivo. La tavola nera enfatizza ancor di più il tratto bianco dei profili dei due personaggi mitologici: perché per De Dominicis l'arte è mistero e creazione, non comunicazione. Bergson scriveva: l'essere vivente è soprattutto un luogo di passaggio, e l'essenziale della vita sta nel movimento che la trasmette.