Dal quadrante in alto a sinistra in senso orario: Natura morta, San Martino e il povero, Ritratto di Clelia Ghedini Marani, Lampeggiante

I consigli del Caffè: i dipinti di dicembre

di MANUELA MAROCCO
pubblicato il 27/12/2019


Tra i più notevoli limiti del comparto culturale torinese vi è la cronica inefficienza nello sponsorizzare e “vendere” al pubblico il nostro patrimonio culturale. Che, come spesso accade, neanche i torinesi conoscono doverosamente. Per questo, la redazione del Caffè ha scelto di presentare sui propri canali social, ogni venerdì, un differente dipinto custodito tra Torino e dintorni, in uno dei tanti poli museali che la Città e la Regione possono vantare. Nella speranza che i nostri consigli possano contribuire a stuzzicare più di qualcheduno a recarsi in visita ai musei locali, ecco i nostri “preferiti” di dicembre, che abbiamo reputato meritevoli di attenzione.

Luca Forte (attribuzione), Natura morta con frutti, fiori, un falco e un cardellino, 1625 ca., olio su tela, Galleria Sabauda (depositi). La tela, attribuita alla produzione giovanile di L. Forte -pittore napoletano del Seicento-, rappresenta una natura morta di chiara ispirazione caravaggesca: in primo piano spuntano delle mele di varie tipologie, dei melograni, delle mandorle sgusciate, un grappolo d'uva, un cedro e un vaso trasparente contenente diversi tipi di fiori; a seguire, su di una mensola quasi occultata dal buio dello sfondo, si trova un'arancia sbucciata e un vassoio con pere ed altri frutti. Notiamo inoltre sullo sfondo dei ramoscelli e del fogliame che spicca grazie all'uso di una tonalità più chiara rispetto al fondo nel quale si stagliano inoltre due specie di uccelli, un rapace(il falco) e un passero(il cardellino). Salta agli occhi la grande abilità del pittore di dar carattere a tutti i suoi "soggetti" e l'elevata varietà di cromatismo che utilizza per ognuno: si percepisce la vita silente degli oggetti, un'atmosfera sacra, intangibile, nonostante si tratti di materia "inanimã". L'attento realismo, oltre al richiamo della maniera di Caravaggio, sottolinea un metodo espressivo strettamente personale, indicativo del fatto che il pittore troverà anni dopo una sua strada lasciando gli influssi caravaggeschi e fiamminghi per dirigersi verso la Spagna.

Salvo, San Martino e il povero, 1973, olio su carta applicata su tela, GAM-Torino. Salvo è tra i primi, insieme a Carlo Maria Mariani a sperimentare un'arte di ricerca attraverso la pittura figurativa. L'opera in questione è una letterale trascrizione di un'opera di El Greco, "San Martino divide il mantello con un mendicante" o "San Martino e il mendicante" conservata nella National Gallery di Washington, (dipinto che fa parte della serie dei cinque dipinti per la Cappella di San Jose a Toledo) e realizzata tra il 1597 e il 1599 durante l'ultimo periodo dell'artista a Toledo. Un'opera che il tempo ha segnato, soprattutto rispetto al cromatismo d'origine; per questo Salvo ha scelto di comporre la propria destinandovi una tavolozza acida, aspra, decidendo di porre al posto del volto del santo il suo. Oltre l'intento autocelebrativo, notiamo inoltre un tono quasi infantile: Salvo carica in senso ironico l'immagine storicizzata, tramutandola in qualcosa di goffo ma allo stesso tempo innovativo.

Mimmo Paladino, Lampeggiante, 1979, encausto, argilla, legno e cartone dipinti su tela, Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea. Figura di spicco nel movimento artistico della Transavanguardia (sviluppatosi intorno agli anni 80, di cui fanno parte -oltre al già citato M.P.- Sandro Chia, Francesco Clemente, Nicola De Maria e Enzo Cucchi), Mimmo Paladino da’ vita alle sue opere con modalità diverse di comunicazione tra cui l'incisione, il disegno e la scultura, oltre che la pittura. Fin dal principio troviamo nel suo operato quei soggetti mitologici che lo accompagnano ancora oggi: si concentra infatti sulle fonti storiche, archeologiche dell'arte antica, tra cui quella greco-romana, etrusca, egizia. Proprio tra gli anni 1978-80 realizza "Lampeggiante", da inserire tra la gamma di opere del periodo in cui Paladino si impegna nella realizzazione di tele monocrome accompagnate da oggettistica di recupero, proprio come per questa: colori caldi e intensi che caratterizzano non solo la tela, ma anche i materiali che la compongono -la maschera, gli oggetti geometrici e il filo inarcato-. Un'opera che sembra la realizzazione di un rituale di evocazione primitiva, tra astratto e figurativo, senza distinguere la dimensione dipinta da quella costruita. Nella sua attività traspare inoltre il suo deciso interesse per la dimensione visionaria, fantastica, che si presenta sempre puntuale, anche in anni maturi. Per Mimmo Paladino l'arte deve essere in grado di entrare nel profondo dei materiali e delle tecniche con la stessa curiosità con il quale l'artista crea le sue opere.

Giacomo Balla, Ritratto di Clelia Ghedini Marani, 1907, olio su tela, GAM Torino. La ricerca di Balla pre-futurista si situa tra divisionismo e retaggio impressionista; qui la compattezza dei colori, rigata da filamenti più luminosi tratteggiati in tutte le direzioni, evidenzia volumi sfaldati, essenziali. La composizione è di grande, voluta povertà, e viene del resto ad affiancarsi alle più note realizzazioni di iconografia sociale degli anni che precedono l'adesione dell'artista al Futurismo. La ritrattistica di Balla era molto apprezzata all'epoca negli ambienti romani. Il pittore aveva già eseguito un ritratto della Ghedini Marani nel 1900; la GCAMC di Torino possiede una versione libera a disegno del ritratto del 1907.

 

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