Dieci anni, anni dieci

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/01/2020


Cosa resta di un decennio di cultura torinese? Potremmo adeguarci, nel rispondere a tale domanda, alle liste che tanto proliferano sul web, individuando una carrellata più o meno illustrativa di immagini, canzoni, film. Non faremo nulla del genere. Una risposta diversa da quella che sorgerebbe ripensando al decennio 2000-2009. In quel caso una immagine iconica l’avremmo sì trovata, e facilmente: il funerale di Gianni Agnelli, immediata ed efficace metafora del collasso industriale – con tutti i postulati d’area culturale – che investì Torino in quegli anni.

Di avvenimenti iconici, radicati nella memoria collettiva, non ve ne sono stati. Si è puntualmente guardato e inneggiato alla figura pubblica di turno come se un singolo, per quanto occupante posizioni di potere, potesse risollevare il destino di una città intera. Salvo poi rinnegare le liaison non appena la frenetica vita social abbia presentato qualche nuovo profilo da palcoscenico.

Ci vediamo dunque obbligati a limitare la nostra cronaca a quelli che sono stati i fantasmi degli anni dieci del ventunesimo secolo. A ciò che abbiamo perso lungo la strada. Sì, perché l’epilogo del decennio non ha invertito il trend da cui quest’ultimo è stato caratterizzato, restituendoci l’immagine di un declino pressoché costante. Declino iniziato nel quinquennio Fassino e proseguito sotto Appendino, certificando il fallimento di quelle politiche (dell’opposizione alle grandi mostre in stile Monet, che proprio in questi ultimi tempi si sta disgregando di fronte ai numeri e ai fatti, vogliamo parlarne?) a cui una cospicua fetta di torinesi scelse di dar credito nel 2016, sancendo la prematura dipartita del primo e la fulminea ascesa (e il fulmineo zenit) della seconda.

Resta l’immagine di una città che al posto che concentrarsi sulla gestione del proprio patrimonio museale, delle proprie istituzioni teatrali e musicali e quant’altro, resta vittima di una psicotica voglia politica di “riforme” (della Fondazione Musei un giorno, del Teatro Regio un altro), sempreverde tagliando elettorale. Sempre accompagnate dal consueto vocabolario fatto di “cambi di rotta”, “rinnovamento”, “rilancio”.

Resta l’istantanea di una città che destina sempre meno risorse al marketing e alla pubblicità delle proprie mostre, dei propri poli culturali, dei propri eventi: imperdonabile dimostrazione di come si stenti a tenere il passo di tempi che evolvono sempre più rapidamente. Nell’epoca dei social l’assenza di una curata vetrina pubblica è imperdonabile.

Resta la consapevolezza che il compito di spiegare al lettore cosa accade quotidianamente dentro il “Palazzo” si fa sempre più arduo. Dovremmo anzitutto iniziare a capirlo noi, e non sempre ci riusciamo. Siamo ormai a esercizi di prestidigitazione (per restare in tema con lo spettacolo di Piazza Castello) tanto sottili e spregiudicati – in questo il ceto politico è innegabilmente aiutato dai social – che per seguirne e sbrogliarne le fila sappiamo essere necessari specialisti di lunghissimo corso, e noi non apparteniamo a questa categoria. Alcune cose però le abbiamo ben afferrate, che forse ai protagonisti delle nostre cronache sfuggono: intorno a loro aleggia la malsana aria del non ascolto.

Non ascolto dei rappresentanti di enti e istituzioni culturali, che molto spesso conoscono e comprendono i reali problemi del comparto assai meglio di quanto non millantino i politici. Gente di nerbo del calibro di Enrica Pagella o Guido Curto, tra i pochi volti d’altissimo profilo rimasti a Torino. Ma il settore culturale e turistico, pur dotato di una dirigenza di ferro, non può prosperare se privato di un solido tessuto economico urbano nel quale inserirsi e con il quale dialogare. Un tessuto che non sempre ha visto rimuovere gli ostacoli – principale compito del mondo politico – che ne hanno impedito lo sviluppo. Tutt’altro.

Resta il cupio dissolvi di una città le cui politiche e le attività culturali non trovano sponda in una medio-alta borghesia mecenate disposta a finanziarle. Semplicemente perché una borghesia di tal guisa, a Torino, non c’è più, lentamente inghiottita dall’implosione del Sistema Torino o approdata a più sicuri e gratificanti lidi.

Resta la coscienza di vivere un periodo di magra culturale locale, strettamente connesso a politiche nazionali sbagliate, se non dannose. Teatri, musei, cinema, festival, fiere talmente ai minimi termini che il solo parlarne imbarazza molti (non noi), perché il lettore d’inserti culturali è ormai specie in via d’estinzione.

Io non credo che il punto più basso sia stato toccato. Perché il fondo altro non è se non la consapevolezza di noi narratori, di noi lettori, di noi cittadini di aver effettivamente toccato un piano oltre il quale è impossibile andare. E la metabolizzazione collettiva del declino non è cosa facile né celere. Il giorno in cui avremo coscientemente affrontato la fragilità della nostra condizione, ecco, quello sarà il punto più basso, e crediamo che quel giorno si prospetti in un prossimo futuro.

Ma resta, a matassa sbrogliata, un inossidabile nucleo di certezze: la resilienza e lo spirito di abnegazione (si spera) di un capitale umano capace di partorire ancora isolati e solitari tipi geniali o genialoidi, che veleggeranno verso un brillante futuro se potranno usufruire di gabinetti di caratura europea. Che sono, per certi versi, gli stessi che hanno permesso che le maggiori crisi degli enti culturali locali, come quella del Salone del Libro o del Teatro Regio, fossero superate.

Allora, scremando nel mare di video, foto e post social gli scatti di politici in tenuta casalinga per sembrare people-friendly e gli articoli in cui noi stessi torinesi ce la cantiamo e ce la suoniamo, vogliamo ricordare gli anni dieci della cultura torinese con la foto che vedete in evidenza.

Siamo al Teatro Regio il 10 ottobre 2018, in occasione dell'inaugurazione della stagione lirica con il verdiano Trovatore, primo atto della parentesi targata Graziosi. I dipendenti dell’ente lirico, prima dell’apertura del sipario, leggono un comunicato sul palcoscenico. Le condizioni finanziarie della Fondazione sono precarie, ancor di più le relazioni interne, che si radicalizzeranno nei mesi a seguire. E, nel fluire dell’eloquio, tirano fuori il miglior messaggio che si potesse lanciare: nonostante tutto, noi suoniamo e facciamo cultura. E suonano ancora. Eccole, le nostre certezze.

Buon anno.

 

 

PS La fine dell’anno ha riaperto la vecchia diatriba tra chi ritiene che il decennio abbia inizio dall’anno che finisce per 0 (2010-2019) e chi si sostiene che, poiché dieci anni vanno da 1 a 10, ne consegue che vadano anche da 11 a 20 (decennio 2011-2020). Entrare nel merito della questione è irrilevante. Il nostro intento è ben diverso, e siamo certi che come l’articolo sia valido oggi, così lo sarà tra un anno. Dunque, se siete tra coloro che considerano il neo inaugurato anno come l’ultimo del decennio, siete liberi di tornare a leggere queste righe tra 365 giorni.