Mantegna, sulla strada dei blockbuster?

di ILARIA CERINO
pubblicato il 03/12/2019


Che sia la volta buona che il comparto museale-espositivo torinese volti pagina? Sono passati più di tre anni da quando, freschi di elezioni, i nostri amministratori se la cantavano e se la suonavano con il liturgico ritornello dell’inutilità delle grandi mostre. Perché si sa, chi volete che vada a vedere un Monet se ci si può permettere Marcel Dyf?

Un primo, timido tentativo di invertire il trend era stato fatto con i macchiaioli alla GAMa fine 2018 e poi con De Chirico, sempre alla GAM. Due mostre di indiscusso valore. Ma i cui risultati (buoni ma non entusiasmanti) hanno ricordato a noi tutti che quando il successo di biglietteria delle mostre non lo decretano appassionati, critici e artisti. Ma il grande pubblico, purtroppo. E per conquistarlo, servono nomi come Picasso e Da Vinci.

Con la mostra dedicata ad Andrea Mantegna, dal 12 dicembre visitabile a Palazzo Madama, l’impressione è che si possano tornare ad avere le piacevoli code – seppur in versione più contenuta – che affollavano le entrate dei musei torinesi quando c’erano assi pigliatutto come Monet o Renoir.

Perché? Perché a parte il diverso periodo storico, anche Mantegna è un nome di sicuro richiamo. E non è da solo: in fase di allestimento circa 160 dipinti e tavole, dei quali 40 dell’artista a cui la mostra è dedicata e i restanti di pezzi da novanta dell’arte rinascimentale italiana come Correggio, Giovanni Bellini e Antonello da Messina. Ma, forse, pur essendo tra i volti principali della storia dell’arte italiana, non è propriamente un blockbuster (individuando come blockbuster quella ristretta rosa di nomi che conoscono persino i meno interessati e formati in materia artistica).

Una mostra blockbuster si costruisce, oltre che con i grandi nomi, con le grandi opere. Parlando di Mantegna, quelle che possono vantare più reminescenze di natura scolastica sono essenzialmente tre: il Cristo Morto, l’Orazione nell’orto e il San Sebastiano. La prima conservata alla Pinacoteca di Brera, a Milano, la seconda alla National Gallery di Londra, e infine la terza al Louvre. E nessuna di queste sarà esposta a Torino. Sono mancati i maggiori prestiti internazionali.

L’allestimento terrà aperti i battenti sino al 4 maggio 2020. Un periodo tendenzialmente propizio: includendo le festività natalizie e pasquali, potrebbe convogliare anche una fetta di turisti in visita alla città. Ed è una delle ragioni che induce a non preoccuparsi per i risultati di biglietteria. Una debacle che non consenta di coprire i costi, pur considerando il basso investimento fatto in comunicazione e pubblicità dagli organizzatori (circa 130.000 euro: chiunque abbia dimestichezza con il comparto dell’economia culturale sa che sono pochi), è altamente improbabile, per non dire impossibile. E, se i risultati fossero insoddisfacenti, non avrebbe senso disquisire oltre di numeri, di autori e di opere. Sarebbe solo la spia che qualcosa, nel sistema scolastico e culturale italiano, ha miseramente fallito. Perché il problema non sarebbero le mostre, ma chi (non) le frequenta.