Il dialogo con gli occupanti della Cavallerizza è un insulto alle istituzioni

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 09/11/2019


Da più teste politiche (anzi, partitiche: la politica è altra cosa), negli ultimi giorni, si è levata l’invocazione rivolta al primo cittadino per concordare il destino della Cavallerizza insieme agli attuali occupanti. L’ex vicesindaco Montanari e i consiglieri di maggioranza Ferrero e Carretto in testa. Diciamolo chiaramente: dialogare con gli occupanti è da criminali e abusivi delle istituzioni.

Svendere l’immagine dell’istituzione comunale per un pugno di voti, per giunta improbabili, scendendo a patti per definire il futuro della Cavallerizza con chi l’ha occupata negli ultimi cinque anni è un insulto bello e buono sull’istituzione che si dovrebbe rappresentare. E onorare (ma non chiediamo troppo).

Perché – purtroppo – l’immagine che qualsiasi istituzione offre di sé al mondo passa per l’agire quotidiano degli uomini che sono chiamati a servirla (spesso senza risposta). E lo affermiamo nella consapevolezza che a calpestare il suolo dei palazzi di potere, a Torino come in Italia, i giganti non si vedono da tempo immemore.

E quale vetrina di sé può veicolare un Comune che scende a patti con i primi criminalotti di passaggio che di punto in bianco si appropriano di un bene Unesco, nel mezzo del salotto da bene cittadino, e arrogantemente ne invocano la gestione, millantando di esser promotori di un’offerta culturale che suppongono nessuno sia in grado di eguagliare (a Torino saremo tutti ignoranti, evidentemente)?

Non sforzatevi di cavarne una risposta, cara classe politica. La vostra assai triste condizione intellettuale e il vostro poco radicato senso delle istituzioni ve lo impedisce. A offrirvela ci pensiamo noi. Gli occhi del mondo avranno modo di osservare ridenti un circo di disorientati amministratori inetti nel gestire ciò che accade sotto il loro naso. E incapaci di far valere l’interesse realmente collettivo (quei cinque milioni per salvare la Cavallerizza e restituirla agli occupantisono anche i nostri) di fronte a quella che vanta tutti i tratti di un’usurpazione privata.

E gli occhi del mondo, che vi piaccia o no, sono anche gli occhi degli investitori privati. I cui epigoni torinesi hanno fino ad oggi dato prova di investire (non soltanto finanziariamente) in materia culturale assai più di quanto non facciano gli enti pubblici. E perché mai un investitore dovrebbe destinare tempo e risorse a una Città incapace di custodire i propri beni? I cui rappresentanti, per giunta, si levano in favore degli occupanti della Cavallerizza persino in un tavolo istituzionale, dove dovrebbero far le veci della Città?

Non ci dilungheremo nell’affermare quanto quest’ultimo si tratti di un atteggiamento esecrabile: gli autori non meritano che qualcuno dia dignità cronachistica a ciò che dicono o fanno. Delle stanze del potere non sono che affittuari a tempo determinato.

Scendere a patti con gli abusivi che prepotentemente invocano – appellandosi a un inconsistente diritto di usucapione – il proprio posto al tavolo sul futuro del complesso alfieriano, non solo rappresenta un insulto alle istituzioni. Ma anche la negazione stessa del ruolo dello Stato.