Cronache da un moribondo Vecchio Piemonte

di MICHELE BARBERO
pubblicato il 07/10/2019


Percorrendo la provinciale SP1, direzione Leri Cavour, ad accogliere il potenziale visitatore sono due torri in cemento di una ex centrale Enel, ormi in disuso, ma che contribuiscono a tratteggiare un campo lungo che parrebbe ricordare certe inquadrature cinematografiche dell’America profonda targate fratelli Coen. Non siamo negli deep States: siamo nel vercellese, e a confermarlo è quanto si staglia all’occhio del passante immediatamente dopo. Un borgo – quello di Leri, per l’appunto, parte del Comune di Trino Vercellese – abbandonato a se stesso e in stato di pressoché totale degrado.

Quello che fu un polo produttivo privato tra i più importanti per il Piemonte ottocentesco e per la sua società imprenditoriale (il Conte di Cavour costruì qui la sua fortuna) si compone tra gli altri edifici di stalle, un mulino, la villa padronale appartenuta all’artefice dell’unità d’Italia e una Chiesa barocca a muratura viva.

Addentrandosi nella dimora estiva di Camillo Benso (senza superare alcun uscio: è stato rubato) ci si imbatte in finestre ormai rotte, muri abbattuti a picconate, scale crollate e affreschi coperti da graffiti. Il tutto coronato da un beffardo cartello sbiadito che indica il mai avvenuto avvio dei lavori di restauro programmati per il centocinquantenario dell’unità nazionale, nel 2011.

La sistemazione di Leri Cavour non è affatto semplice poiché non riguarda il solo Comune di Trino: aldilà della cifra necessaria per un investimento diretto al borgo (di proprietà comunale), fuori dalla portata delle smagrite casse cittadine, occorrono progetti che includano anche i 160 ettari di terreno circostanti (di cui è ancora proprietaria Enel). Inoltre, per impedire che il borgo precipiti in breve tempo nuovamente in stato di abbandono, occorrerebbe inserire gli interventi di riqualificazione all’interno di un progetto destinato alla valorizzazione turistica dell’area. Una Mandria in miniatura.

Il freno che fino ad oggi ha impedito il recupero di un pezzo della nostra storia è la necessità di coinvolgere molti (troppi) enti pubblici: soprintendenze, Comune, Regione, Ministero dei Beni Culturali e il corrispettivo delle Infrastrutture, Enel e quant’altro. Che, manco a dirlo, dopo circa cinquant’anni di dibattito sul futuro di quello che è catalogato come polo d’interesse nazionale, ancora non hanno raggiunto un accordo. A dimostrazione di quanto la malattia statalista, che proprio in questi ultimi tempi gode di un’ondata di favore popolare, impedisca il sano sviluppo culturale e turistico dei beni nostrani.

Nel maggio 2018 è stata annunciata, nell’ambito del progetto FUTUR-E finanziato dalla stessa Enel, la vendita dei terreni alla Galileo Ferraris srl, società costituita da imprenditori privati locali. Vendita che dovrebbe essere portata a compimento nel 2021. Alla conclusione di questa fase si potrà avviare la realizzazione del progetto, che prevede aree indoor per kart, parco naturalistico, area innovazione con agricoltura e nuova piantumazioni e il mantenimento di un’oasi naturale nei pressi delle vasche al fine di tutelare l’avifauna presente. Oltre che, ovviamente, il restauro e la valorizzazione del borgo. La soluzione risulterebbe coerente con i piani di sviluppo previsti per il contesto limitrofo, su cui già insiste una progettualità più ampia relativa al settore automotive e racing (anche in questo caso, fino ad ora neanche l’ombra).

Dimenticare la propria storia in nome dello statalismo fine a se stesso è la missione riuscita del nuovo Piemonte, la cui storia appare sempre più merce di scambio per gli interessi di partiti, di fazioni e di enti pubblici. Gli attuali inquilini di Palazzo Lascaris hanno di fronte a loro una prateria di cinque anni di legislatura regionale: tempo più che abbondante per poter sostenere politiche concrete, esulando dalle sterili retoriche di sorta che costituiscono una buona metà del dibattito politico.