Lorusso, studia la storia della destra (e la legge Scelba)

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 07/10/2019


A conclusione della vicenda che lo ha visto protagonista, Andrea Lorusso è stato licenziato. Degna fine di un indegno ambulante delle istituzioni. La foto in preghiera di fronte alla tomba di Mussolini – balzata agli onori della cronaca due giorni fa, e che aveva portato a dissociarsi l’assessore regionale Chiara Caucino, di cui Lorusso era portavoce – a dispetto di quanto il ventottenne abbia provato a sottolineare (“una goliardata”), è indice della deriva culturale di certi adepti di questa destra.

“Non sono un fascista. Forse la mia colpa è di non essere stato nello schieramento degli anti” (sulle orme di quella “controcultura” vittimista dei neocamerati impegnati a indentificare – con esiti parossistici – nell’antifascimo il reale pericolo per la democrazia), ha aggiunto il portavoce dell’assessore alle politiche sociali, che su Facebook (dove si definisce “ragioniere di titolo e professione, giornalista per passione”) posta vignette di dubbio gusto sul posto delle donne nella società secondo i dettami mussoliniani. E invece, ci spiace dover rammentarlo noi, Lorusso è proprio fascista. E l’assessore non poteva compiere mossa migliore del licenziamento.

Perché la buona cultura di destra italiana (quella di Cavour, Einaudi, Malagodi, Scelba) con queste manifestazioni totalitarie ha, per tradizione, poco o nulla a che spartire. Ed è una destra che rivendica orgogliosamente i valori antifascisti. Incarnati nientemeno dall’ormai nota Legge Scelba del ’54, indirizzata al contrasto di certe plateali e antistoriche forme di reverenza ai tempi che furono. E rappresentati in salsa anglosassone, oltre la manica, da una di quelle donne che un certo scarto di "controcultura" nazionale vorrebbe piegate all'interesse maschile: quella Margaret Thatcher che, alle mire dell'Argentina fascista, rispose con le armi da fuoco.

Vale la pena spendere qualche parola anche sull’attitudine istituzionale e la natura da animale politico di Lorusso. Le “goliardate” (si spera di differente natura) le hanno commesse tutti. Ma nel DNA del buon politico o del caparbio navigatore delle istituzioni vi è la capacità di cancellare le tracce del proprio passato, se indecoroso. Non per se stessi, beninteso. Indecoroso per la vita politica della fazione che si serve e per la posizione degli esponenti ai quali si è sottoposti, come nel caso di Caucino. E non lo suggeriscono solo le più ossequiose forme di comportamento di fronte ai valori della Repubblica, ma un naturalissimo buonsenso di natura elettorale, del quale Lorusso è evidentemente sprovvisto.

I più assennati non gioiranno del suo licenziamento (soltanto) perché fascista. Ma perché, molto più semplicemente, nell’arena politica non ci sa fare.