Sergio Toffetti, ex presidente del MNC di Torino

Se il direttivo del Museo del Cinema tentasse di imbavagliare la stampa saliremo sulle barricate

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 29/09/2019


La bomba innescata dalla nomina di Domenico De Gaetano alla direzione del Museo del Cinema è detonata prima di quanto ci aspettassimo. E con tutt’altra forza offensiva rispetto al caso del teatro Regio: nel pomeriggio dello scorso venerdì è stato inviato – a noi come a ogni altro soggetto editoriale protagonista della cronaca culturale locale – via posta elettronica un comunicato firmato dal comitato di gestione del Museo del Cinema. Che riportiamo integralmente.

"In merito alle polemiche e alle notizie apparse sui vari media nei giorni scorsi a proposito della nomina del nuovo Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, Domenico De Gaetano, il Comitato di Gestione precisa che la nomina è avvenuta seguendo modalità e procedure del tutto trasparenti condivise dai consiglieri all’unanimità fino a subito prima della votazione finale, nel pieno rispetto delle regole che il Comitato si è posto.

Il dato fondamentale resta che, a seguito di un lungo e rigoroso processo di selezione, il Museo ha finalmente un nuovo Direttore, in possesso di un curriculum e di competenze sulle quali nulla può essere detto al di fuori di opinioni personali e pregiudiziali.

La decisione assunta dal Comitato rappresenta una volontà univoca e collegiale – ancorché espressa a maggioranza – dell’organo di amministrazione. Il Comitato non entra nel merito delle dichiarazioni, che ritiene inopportune, rilasciate dall’ex Presidente, e sta esaminando attentamente ogni dichiarazione, articolo o giudizio espresso pubblicamente in questi giorni dai vari soggetti, al fine di valutare eventuali iniziative legali da intraprendere a tutela del Museo e dell’onorabilità dei membri del suo Direttivo.

Il Comitato ribadisce la piena fiducia al nuovo Direttore Domenico De Gaetano, al quale spetterà il compito della gestione e del rilancio del Museo, nella certezza che possieda il profilo pienamente adeguato alle attuali esigenze della Fondazione.

Il Museo Nazionale del Cinema non merita polemiche immotivate che rischiano solo di creare danni alle sue attività e al ruolo centrale assolto dall’Ente nel mondo della cultura".

Da questa e da altre fonti, parrebbe che i membri del comitato di gestione siano intenzionati a lanciare la loro controffensiva per vie legali contro l’ormai ex presidente Toffetti, due dei candidati alla carica direttiva rimasti a bocca asciutta (tra i quali Luca Beatrice) e non specificati “altri soggetti”. Al di là della retorica di circostanza facilmente individuabili in coloro che hanno scritto per Stampa e Corriere, testate sulle quali sono apparse negli scorsi giorni le più approfondite disamine degli eventi. Non ci soffermeremo nel descrivere quanto possa essere insussistente e parossistico il discorso relativo all’onorabilità dei consiglieri: dopotutto a essere in ballo qui è l’iter amministrativo che ha comportato una nomina, non certo l’eventuale rettitudine di chi tale nomina l’ha determinata.

Se così fosse, dovremmo dar per buona l’ipotesi che i membri del comitato abbiano agito rispondendo alla loro sola coscienza, recependo le direttive da piani spirituali. Ma non è questo il posto per raccontare barzellette: i piani in questione sono del tutto terreni. Quindi, al massimo, in gioco vi sarebbe l’onorabilità degli stati maggiori di Comune, fondazioni private (Compagnia di San Paolo e CRT) e partecipate pubbliche (GTT). Parliamo chiaro e non mentiamoci a vicenda, cari lettori: l’onorabilità come principio motore dell’atto politico è caduto insieme alla testa di Cicerone.

Sulla fondatezza legale della nomina di Toffetti non osiamo (è ovvio) esprimere giudizi. Al momento della scelta non eravamo presenti, né abbiamo avuto occasione di visionare carte, documenti e accertamenti. Ma sappiamo che chi di dovere ne ha fatto richiesta, e tanto ci basta. E soprattutto perché – udite udite – la nomina di Toffetti, con tutta probabilità, è legalmente ineccepibile. Ci mancherebbe non lo fosse. E lo sarebbe stata altrettanto qualora il Sindaco non avesse fatto ricorso al bando pubblico e avesse imposto, senza retoriche da politicanti di bassa leva, un nome a lei gradito.

Ancora una volta, il comitato del museo non centra il bersaglio, dando per giunta sfogo a un uso improprio del vocabolario italiano. Le procedure di nomina si sarebbero potute definire “trasparenti” se a riprenderle ci fosse stato un qualsivoglia supporto tecnologico utile a renderle pubbliche, in ossequio al significato del vocabolo. Di nuovo, non prendiamoci in giro: legali sì, ma che siano state trasparenti è quantomeno opinabile. Un’indecorosa caduta di stile per il direttivo di un museo che celebra forme d’arte fondate anche sulla parola.

Andrebbe poi ricordato – come nel caso del Teatro Regio – che a gettar fango sul Museo e sulle istituzioni culturali in genere non sia mai chi permette la comprensione delle dinamiche politiche e culturali al pubblico di massa, bensì chi mette testate e blog nella necessità di criticare scelte e aspetti della vita amministrativa. Quelle che per certi sono polemiche immotivate per altri è dovere di cronaca.

Infine, giungiamo al punto focale del nostro intervento: il carattere intimidatorio di un simile – indecoroso – comunicato. Non ripeteremo allo sfinimento, come avvenuto in tanti altri casi simili, che le osservazioni del comitato siano fuori luogo poiché i membri altro non sono che nostri dipendenti, mantenuti dalle tasse del comune cittadino. E a ciascuno di questi contribuenti è garantito il diritto di esprimere riserve sulla nomina di De Gaetano a causa del suo curriculum. Non è calunnia, è diritto d’opinione. Ma rammenteremo a tutti i fautori di un simile atteggiamento verso i narratori della realtà quotidiana (giornalisti, blogger, attivisti e lavoratori del panorama culturale) che diffidare querele quando si vogliono far passare per caricature i ritratti sulle colonne dei quotidiani equivale a un tentativo di limitare la libertà d'espressione. E non serve ricordare che diffamazione non è stata commessa.

Faccia i dovuti conti, chi arrogantemente presume di poter determinare bello e cattivo tempo del giornalismo orientando a proprio comodo gli indirizzi editoriali. Anzitutto perché – ora sì – ne andrebbe della sua onorabilità: suonerebbe ridicolo tentar di metter bavaglio alla stampa nell’Italia del 2019. La pubblica ridicolizzazione sarebbe inevitabile. In secondo luogo, perché i padri costituenti fondarono la Repubblica sull’inviolabile principio della libertà di stampa, tra gli altri. Che, nel piccolo, noi come altri difenderemo da chiunque tenti di adeguarlo a mire personali. Soppesate pro e contro di eventuali azioni future contro penne a voi non gradite: perché se minacciati, saliremo sulle barricate del dibattito pubblico. Consci che non saremo noi ad andare in contro a Waterloo.