Direttore che viene, presidente che va

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 24/09/2019


Il caso del Museo del Cinema, che dopo “appena” 991 giorni di sede vacante era finalmente riuscito a dotarsi di un direttore, rischia di tramutarsi in una odissea. Il coniglio balzato fuori dal cappello – alias terzo bando pubblico per la nomina, dopo il siluramento comunardo di Alessandro Bianchi nel 2017 e il retrofront di Moreschini a ottobre 2018 – porta il nome di Domenico De Gaetano, e non piace a Sergio Toffetti, attualmente presidente del MNC di Torino riconfermato giusto nel maggio 2018. Al punto che lo stesso Toffetti, dopo aver retto in solitaria il timone del museo per tre anni, ha scelto di spedire la lettera di dimissioni al Sindaco.

Primo cittadino che, per bocca dei rappresentanti del Comune in comitato di gestione del museo, avrebbe forzato la mano pur di arrivare alla nomina di De Gaetano, sostenuto dal M5S, in luogo di Luca Beatrice– secondo dei cinque “finalisti” selezionati dopo la scrematura dei candidati – appoggiato dalla Regione (dunque dal centrodestra) e dallo stesso Toffetti, come dichiarato in un’intervista rilasciata ieri a TGR Piemonte. Giunti al voto, i rappresentanti di GTT e fondazioni bancarie (CRT e Compagnia di San Paolo) hanno scelto di schierarsi in sostegno del candidato gradito al Movimento. Il primo di questi poiché GTT, in quanto partecipata comunale, si è sempre espressa in tandem con il Comune. I secondi per non rompere l’equilibrio pubblico-privato del mondo culturale cittadino.

Un inappellabile 4-1 che ha escluso dalla competizione stessa gli altri tre candidati in corsa (Nicola Mazzanti, Jacopo Chessa, Stefano Francia di Celle). E ha determinato l’addio dello stesso Toffetti, secondo il quale De Gaetano non rappresenterebbe un profilo adeguato potendo vantare curriculum ed esperienze tutte casa e bottega, distanti dall’internazionalismo necessario al rilancio del polo museale.

Caratteristiche che, invece, portava in dote Beatrice. La selezione dei finalisti – curata dalla società Key2People – è stata operata sulla base di criteri matematici, assegnando un punteggio specifico per ogni requisito richiesto. Sulla base dello stesso bando, tra i cinque papabili Beatrice avrebbe ottenuto il punteggio più alto, staccando De Gaetano grazie alla “comprovata esperienza di gestione di strutture complesse” (Beatrice è stato presidente del Circolo dei Lettori, tra i più notevoli gineprai culturali sotto la Mole) e al numero di mostre curate in carriera. E un ente dal bilancio di 14 milioni di euro annui, qual è il Museo del Cinema, è fuor di dubbio una struttura complessa.

Restano da analizzare i motivi dell’incaponimento comunale contro Beatrice. È di dominio pubblico che tra il critico d’arte, allora presidente del Circolo, e l’attuale amministrazione non corra buon sangue da quando, in occasione della vandalizzazione di Luci d’Artista – prese a sassate – in quartiere Vallette, Beatrice non le mandò a dire alla giunta e all’assessore Leon.

Ma in questo caso quella del Comune sarebbe una bella e buona vendetta sull’onda del personalismo, sulla falsariga di ciò che è recentemente accaduto al Regio. Dove il direttore d’area artistica Galoppini è stato silurato dopo un ventennio di collaborazione poiché reo di aver posto Appendino e Leon di fronte a un bivio: o lui o Graziosi. E sappiamo quanto il Comune ne sia uscito brutalmente castigato. E se l’operato politico e amministrativo del Comune si muove per picche e ripicche anziché nel solco dell’interesse pubblico, ci vediamo costretti a derubricare le azioni intraprese dalla giunta da atti politici a intrattenimento puerile.

Non nutriamo riserve di principio sul nome di De Gaetano: avremo tempo di valutarne dettagliatamente l’operato. Nutriamo altresì riserve sulle modalità di nomina di De Gaetano, e ci permettiamo di offrire ai signori di Palazzo una lezione di storia. Nel 1948 una metà d’una nazione spaccata e allo stremo attendeva trepidante un messaggio via radio. L’attentato a Togliatti poneva tutte le premesse necessarie alla guerra civile. Una chiamata alle armi del proletariato da parte del leader del PCI avrebbe avuto seguito e risonanza.

Il buon Togliatti, consapevole della sufficienza di un suo cenno per scatenare un conflitto che avrebbe anche potuto portare il Partito al governo (e immaginiamo anche sufficientemente stizzito per le schioppettate ricevute), invitò invece a non fare pazzie, dopo che i primi morti si erano registrati.

Sappiamo perfettamente della incolmabile disparità di peso degli eventi narrati e della vicenda del MNC. Tanto quanto siamo coscienti della disparità di caratura intellettuale dei rispettivi protagonisti. Ma se a modello aveste mai preso le grandi storie anziché le voluttà del popolo di cui ostinatamente vi professate paladini, avreste forse imparato a farvi da parte in nome dei princìpi del buongoverno.