L'ultimo grido della capitale - Parte I

di VITTORIO CISNETTI
pubblicato il 21/09/2019


“I tristi fatti accaduti mi addolorano… Rendo ministero responsabile ristabilimento ordine. Pubblichi stato d’assedio se è necessario. Faccia venire truppa fin che basti. Non voglio essere testimonio di cose così dolorose…”

Messaggio di Re Vittorio Emanuele II al Presidente del Consiglio Marco Minghetti, 22 settembre 1864

 

L’anima di una città, in qualità di insediamento su larga scala e soprattutto come raggruppamento esteso di abitanti, è costituita da innumerevoli piccoli tasselli di natura e origini spesso eterogenee, i quali vanno tuttavia a formare un mosaico che nel complesso si rivela compatto e unitario e racchiude in sé il senso di appartenenza e l’identità della comunità. Una simile configurazione, che dall’originaria frammentarietà endemica di un ambiente  tanto variegato e spesso caotico è straordinariamente in grado di trarre un panorama condiviso in cui hanno luogo processi di identificazione e riconoscimento, si poggia comunque in maniera inevitabile su alcuni pilastri fondamentali: questi riguardano essenzialmente la sfera culturale e simbolica, in cui è facile rinvenire un solido cemento comune per la costruzione identitaria di qualsiasi gruppo. Alla formazione di questa concorrono ad esempio elementi derivanti dalla cultura materiale sviluppatasi all’interno della città stessa (quali edifici, monumenti, luoghi pubblici), residui o prosecuzioni dei flussi di idee che vi hanno avuto luogo, e infine meri simbolismi di più o meno antica origine storica, spesso sanzionati ufficialmente dal mondo politico e istituzionale. Tra questi ultimi, a rivestire un’importanza basilare è di certo il ruolo che la città in questione si trovi eventualmente a possedere all’interno di un contesto più ampio di cui essa è parte, quale ad esempio un circondario, una provincia o uno Stato: il riconoscimento a livello amministrativo della rilevanza o della centralità di un abitato rispetto alle zone più o meno limitrofe è storicamente sempre stato, infatti, fonte di orgoglio per i suoi cittadini, mescolante al grande senso di responsabilità che un simile impegno impone anche un certo sentimento di superiorità nei confronti delle realtà vicine o concorrenti, generando innumerevoli casi di rivalità o aperte lotte tra città. Tutto questo è apparso – e appare tuttora – tanto più evidente quanto più elevata è stata la posta messa in gioco in tali contesti, soprattutto nel caso del riconoscimento più ambito per qualsiasi città: quello cioè del titolo di capitale di uno Stato, e quindi di riferimento per un’intera nazione.

Come è noto, Torino godette per secoli di tale autorità e del prestigio, nonché degli innumerevoli vantaggi di carattere politico, sociale ed economico, che ne derivava, aumentato nel tempo secondo le fasi del progressivo accrescimento degli Stati Sabaudi di cui, a partire dal 1563, era stata nominata capitale: da poco più che piccolo borgo della pianura piemontese ai piedi delle Alpi, la scelta compiuta in quell’anno dal duca Emanuele Filiberto aveva infatti avviato il lungo processo storico che la portò a divenire il centro amministrativo del Ducato di Savoia prima e del Regno di Sardegna poi, e infine, dopo l’unificazione nazionale, del Regno d’Italia a partire dal 1861. Esso si era articolato attraverso diverse fasi ed aveva portato alla costruzione, o meglio alla trasformazione, di Torino in grande capitale dal profilo non soltanto italiano, ma anche in grado di rivaleggiare con altre importanti città del continente europeo: tutto questo era avvenuto attraverso un’oculata politica condotta in primis proprio dalla Casa Reale e dai suoi esponenti più illustri, che fecero della città la loro sede contribuendo ad ampliarla (si pensi ad esempio all’attività svolta in questo senso da Carlo Emanuele I e Carlo Emanuele II) e ad abbellirne i dintorni (con la costruzione della celebre “cintura” delle residenze sabaude del circondario di Torino). La città ricopriva dunque da decenni, e in maniera senza dubbio lodevole - l’esempio del comportamento della cittadinanza in un momento critico come quello del famoso assedio del 1706 pare qui abbastanza evocativo – il suo ruolo di meritata centralità quando, attorno alla metà del XIX secolo, si ritrovò immersa nel fermento culturale e patriottico di quel periodo, il cui obiettivo era il raggiungimento della tanto agognata unità della Nazione Italiana: in breve, seguendo ancora una volta la bussola impugnata dai suoi sovrani, Torino divenne il faro del Risorgimento nazionale, preludio di quanto avvenuto negli anni immediatamente successivi al 1861.

Una volta conseguita l’unità del Paese, il capoluogo sabaudo mantenne infatti inizialmente il proprio ruolo anche nel seno del neonato Stato italiano: la scelta di confermare Torino come capitale, infatti, era il frutto della confluenza di necessità e fattori a un tempo storici e contingenti di diverso tipo. In primo luogo, la tradizione e il lungo corso del suo ruolo di centro istituzionale e amministrativo, nonché di sede della Corona, costituiva un valido supporto a suo favore, accompagnato dall’inequivocabile vantaggio offerto in termini logistici dalla presenza, al suo interno, dei principali organi direzionali dell’antico Regno di Sardegna, lo Stato preunitario più forte e sviluppato della Penisola e che aveva portato a termine le lotte per l’indipendenza. Inoltre, a questi elementi si univano esigenze di carattere internazionale (quali la vicinanza alla Francia, principale alleato durante le prime fasi del Risorgimento, e l’ormai assodato riconoscimento del ruolo di Torino nelle cancellerie europee) e l’attaccamento ormai atavico di Casa Savoia per la città che in certo modo essa stessa aveva creato, incarnato in particolare in quel momento proprio dal primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.

Sin dai primi moti che avevano manifestato la volontà del popolo italiano di organizzarsi, dopo secoli di divisione e dominio straniero, in un'unica entità politica, tuttavia, era stato piuttosto chiaro come, in una prospettiva di questo genere, il ruolo di capitale di un ipotetico Stato da costruirsi nella Penisola avrebbe dovuto essere appannaggio di una e una sola città: Roma, culla di civiltà, simbolo di una enorme eredità politica e culturale in cui in qualche modo le differenze accumulatesi nel corso dei secoli tra gli abitanti delle diverse regioni d’Italia avrebbero potuto annullarsi. Su questo punto nemmeno i Savoia, una volta avviato il processo di unificazione, ebbero a che discutere; la Città Eterna rimase infatti fin da subito l’obiettivo finale del Risorgimento. Al momento della proclamazione del Regno, il 17 marzo del 1861, tuttavia, il nuovo Stato italiano sorgeva mancante di alcuni suoi arti, quali la Venezia Euganea, Tridentina e Giulia e la penisola istriana, e del suo cuore pulsante, Roma appunto, che assieme al Lazio si trovava ancora in potere del Papa, Pio IX, il quale negli anni a partire dalla sua elezione nel 1846 aveva mantenuto un atteggiamento ambiguo e contraddittorio nei confronti delle aspirazioni nazionali italiane e, soprattutto, godeva della protezione francese.

Dopo l’iconica ma disastrosa esperienza della Repubblica Romana del 1848-1849, soffocata proprio dall’intervento delle truppe francesi, negli anni successivi i transalpini avevano stanziato e gradualmente ampliato nella città un proprio contingente armato permanente, a tutela dello Stato Pontificio e dei suoi interessi nell’area. All’indomani dell’unificazione nazionale, la situazione politico-strategica di Roma costituiva dunque un serio problema per il neonato governo italiano, in quanto, se proprio la Francia di Napoleone III aveva consentito al piccolo Regno di Sardegna di avviare il processo di costruzione del Paese, tuttavia essa stessa si ergeva a ostacolo all’inserimento dell’Urbe all’interno dei confini del Regno: tale impasse occupò per alcuni tempi le prime pagine dell’agenda politica e dei dibattiti parlamentari, e divenne appunto nota con la dizione di “questione romana”. La necessità di superare questa fase di stallo – resa inoltre ancor più complicata da tentativi di risolvere con le armi la situazione senza tener in considerazione alcuna lo scenario internazionale, come quello di Garibaldi fermato all’Aspromonte nel 1862 – costrinse il governo italiano a cercare ipotesi plausibili di soluzione, le quali inevitabilmente portarono ad una possibilità di compromesso tra l’Italia e la Francia, a partire dal giugno del 1864. Secondo i colloqui tra i rispettivi ambasciatori, l’Impero Francese si sarebbe impegnato a ritirare le proprie truppe da Roma in cambio dell’impegno da parte italiana alla rinuncia a qualsivoglia velleità di conquista sulla Città Eterna, da dimostrarsi con la scelta di una nuova capitale meno decentrata rispetto a Torino, in grado di “sostituire” in maniera permanente ogni rivendicazione sul suolo pontificio. La scelta ricadde, nei mesi successivi, su Firenze, per il suo valore storico tanto quanto strategico e proprio per la sua vicinanza a Roma, e l’accordo bilaterale venne siglato a Fontainebleau il 15 settembre di quell’anno, divenendo in tal modo conosciuto come la Convenzione di Settembre.

In questa lunga e complicata trattativa diplomatica, tuttavia, non venne presa in pressoché alcuna considerazione la situazione di Torino. La città aveva esercitato nei tre anni precedenti il ruolo di capitale del nuovo Stato italiano: certamente questo titolo doveva essere apparso ai Torinesi, in linea con gli obiettivi risorgimentali, poco più che una funzione ad interim che avrebbe dovuto aver termine solo al momento della conquista di Roma, non prevedendo certo la cessione di un onore e di un onere così elevati ad altra città che non fosse l’Urbe. La notizia della Convenzione venne celata dalle autorità nei giorni immediatamente successivi alla sua stipulazione, ma nonostante ciò voci più o meno veritiere su questo conto avevano cominciato a circolare da tempo in tutto il Paese ed erano giunte nel capoluogo sabaudo. Esse colsero dunque i Torinesi non certo impreparati all’evidenza di uno spostamento futuro della capitale dalla loro città nel nome di una più ampia prospettiva nazionale quale solo Roma avrebbe potuto offrire, tuttavia gli accordi raggiunti dovettero apparire inaccettabili o quanto meno ingiusti a buona parte degli abitanti del capoluogo piemontese: essi sembravano infatti in certo senso barattare il ruolo di capitale, e con esso il prestigio assunto nei secoli ma soprattutto nell’ultimo ventennio da Torino, con un’altra realtà, Firenze, che nel corso del processo risorgimentale aveva recitato una parte indubbiamente minore; inoltre vennero giudicati come inconcludenti in quanto de facto prevedevano la rinuncia ufficiale da parte dell’Italia a ogni rivendicazione su quella che veniva a tutti gli effetti considerata la sua capitale naturale. Lo stesso sovrano Vittorio Emanuele II, nato a Torino e rimasto sempre profondamente legato alla città dei suoi avi e al Piemonte, rimase assai deluso da quel compromesso che sembrava tarpare le ali alla nascente Nazione Italiana, accogliendo il trasferimento di poteri “non solo con ripugnanza, ma…con dolore” (secondo quanto riportato dall’allora Ministro degli Affari Esteri Visconti Venosta in una lettera al plenipotenziario a Parigi Nigra).

Come spesso avviene in questi casi, l’orgoglio ferito della popolazione, il sentimento di tradimento da parte delle istituzioni e della stessa Casa Reale (la quale in realtà non ebbe parte incisiva all’interno delle trattative che portarono alla Convenzione) e la rabbia per la perdita in certo modo inaspettata e repentina di tutti i privilegi politici, sociali, fiscali ed economici connessi col titolo di capitale portarono i Torinesi, sino ad allora entusiasti sostenitori del processo di unificazione nazionale, ad abbandonare la rispettosa obbedienza al governo sino ad allora mantenuta e a rimettere in primo piano gli interessi della propria città – e del Piemonte in generale – rispetto alle esigenze di un Paese ormai molto più ampio e costretto a doversi districare per trovare i propri spazi tra i salotti delle grandi potenze europee. Gli avvenimenti di quella fine di settembre del 1864 ben presto assunsero una carica di una violenza sino ad allora inaudita per la città e i suoi abitanti, scrivendo col sangue uno dei capitoli più dolorosi e tristi dell’intera Storia della città: non si trattò certamente di cieco campanilismo, come una certa retorica antipiemontese portata avanti da alcuni esponenti politici originari di altri Stati preunitari tendeva in quegli anni a sostenere, bensì di quello che può essere definito come un moto nato dal profondo del cuore e dell’anima di Torino, trovatasi improvvisamente ad essere privata di un titolo non solo simbolico, bensì propriamente fondativo; un sussulto di amore trasformatosi in breve in un rantolo di collera e stizza annegato nella violenza: una pagina annerita dal tempo che richiede di essere rispolverata, senza però cadere nella tentazione di facili interpretazioni che tanto possono far piacere al pensiero imperante al giorno d’oggi.

Gli eventi che scaturirono da queste decisioni si consumarono in pochi giorni, praticamente all’indomani della conclusione della Convenzione di Settembre: già il giorno 20 di quel mese, infatti, una folla piuttosto nutrita aveva sfilato per le vie delle città manifestando il proprio dissenso nei confronti delle scelte del governo, allora guidato dal Presidente Marco Minghetti, al grido di “Roma o Torino! Abbasso la Convenzione!” e simili, organizzando inoltre una protesta in Piazza Castello di fronte alla sede del rotocalco filoistituzionale La Gazzetta di Torino, svoltasi però in maniera pacifica. I disordini veri e propri cominciarono il giorno successivo, 21 settembre 1864: nel primo pomeriggio, gruppi di manifestanti che sventolavano il Tricolore si riunirono davanti alla tipografia del suddetto giornale in Piazza San Carlo; la chiamata da parte dei proprietari delle forze dell’ordine si risolse in una prima serie di tafferugli con le guardie di pubblica sicurezza, dalla quale, per il momento, uscirono solo persone ferite. I fatti precipitarono tuttavia nelle ore seguenti, verso sera: se in Piazza San Carlo lo schieramento dei Carabinieri Reali e di alcune truppe del Regio Esercito per evitare attacchi alla questura o agli organi di stampa evitarono il peggio, a poche centinaia di metri, in Piazza Castello, la situazione divenne insostenibile. Qui, infatti, gli allievi carabinieri disposti a difesa del Ministero degli Interni, di fronte all’avanzata di una massa di cittadini infuriati brandenti bastoni e altre armi rudimentali, aprirono il fuoco, mietendo le prime vittime (quindici, secondo i resoconti ufficiali) di quell’infausta congettura politica internazionale riversatasi, purtroppo, su quella che ancora era la capitale d’Italia a tutti gli effetti.