Torino e la questione turistica

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 16/09/2019


Dopo il recente battibeccare di Federalberghi e amministrazione comunale sullo stato di salute del turismo cittadino, aldilà dei dati mostrati dalle due parti in causa non tra i più salubri della penisola, è utile tentare di analizzare i criteri sui quali le graduatorie turistiche per città si fondano, in maniera da poter leggerle più approfonditamente.

Per quanto queste classifiche possano fornire indicazioni sull’appeal locale e globale dei centri urbani considerati, vanno tuttavia interpretate nella consapevolezza che si tratta pur sempre di indicazioni, e non di monolitiche vertenze.

I problemi evidenziabili in questo genere di classifiche sono sostanzialmente due: il primo è che viene considerato “turista” chiunque pernotti per almeno una notte. Dunque businessmen, turisti congressuali e quelli sanitari. Categorie che non si recano a Milano per fruire di monumenti e musei (il paragone non è casuale: proprio grazie alle sopracitate categorie il capoluogo lombardo vanta flussi turistici tra i più alti della penisola).

Anche il turismo non culturale, fuori di dubbio, è portatore di benefici per l’economia locale. Ma è utile scindere il sistema di relazioni microeconomiche fondate sul rapporto tra comparto turistico e comparto commerciale da quelle derivanti dalla relazione tra turismo e offerta culturale. Perché diversificare ambiti inevitabilmente interconnessi e interdipendenti? Per parlare di un altro stato di salute: quello del settore museale in rapporto all’afflusso turistico.

Nel weekend ferragostano i musei torinesi hanno fatto registrare quasi tutti dati di biglietteria in crescita rispetto allo stesso intervallo di tempo dell’anno precedente. Parallelamente nello stesso periodo, in maniera quasi ossimorica, molti hotel hanno chiuso i battenti a causa delle prenotazioni troppo inferiori alle previsioni. Dando per certo che agosto non rappresenti il tempo ideale per il fiorire di congressi e attività lavorative del terzo settore, è assai probabile che i turisti pernottanti in hotel nel passato mese siano accorsi a Torino in buona parte per ragioni culturali.

Nonostante ciò, non bastano a spiegare la crescita del numero di biglietti staccati per mostre, collezioni permanenti e monumenti. Che va dunque attribuita allo stesso pubblico torinese: chi ha scelto di restare in città, ha in molti casi scelto di dedicarsi a percorsi culturali. Ipotesi che farebbe assai ben sperare: in un periodo non particolarmente saturo di mostre di grande impatto (genericamente definite blockbuster), la cittadinanza torinese ha reagito positivamente all’offerta messa in campo dai poli museali e dai centri di cultura locali. Potendo rappresentare dunque una sorta di zoccolo duro su cui contare per destinare l’offerta futura.

Il secondo problema delle classifiche più generiche sta nel considerare il numero di ingressi in città ma non la permanenza media. Infatti nel 2018 Roma ha generato più del doppio di presenze turistiche rispetto a Milano. Se volessimo stilare una reale schedatura della città più visitate d’Italia andrebbe considerata la sola componente di turisti leisure e moltiplicarla per i giorni di permanenza media.

 

 

Per conoscere i dati sul turismo delle maggiori città italiane relativi al 2018, leggi anche: Governo M5S-PD, le (poche) parole sulla cultura e le implicazioni per Torino