Governo M5S-PD, le (poche) parole sulla cultura e le implicazioni per Torino

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 04/09/2019


Niente di nuovo sul fronte nazionale: quando si tratta di cultura, la nomenclatura politica – da sinistra a destra – assume espressioni vacue e la cadenza dell’eloquio accelera. Celando con i certificati rituali di circostanza (spesso limitate a un generico “Dobbiamo valorizzare il nostro patrimonio storico-artistico”), l’inettitudine al parlar di un comparto troppo vasto per poter essere aggettivato con un omnicomprensivo “culturale”.

Non fanno eccezione le squadre dei partiti membri del costituendo governo, le quali hanno inserito, tra i ventisei punti delle Linee di indirizzo programmatico per la formazione del nuovo governo, un inciso dedicato alla cultura (per la precisione, il paragrafetto 24). “Occorre promuovere i multiformi percorsi del turismo, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio naturale, storico, artistico, anche attraverso il recupero delle più antiche identità culturali e delle tradizioni locali”. Sono state necessarie otto persone, quattro per partito, per partorire questo genere di dozzinale enunciazione da taverna.

Poche, anonime, battute per pavoneggiarsi con i buoni propositi di valorizzazione di un settore che spazia da Pasolini alla Reggia di Caserta, dal Duomo di Vercelli (del quale quest’anno ricorre il novecentenario dalla fondazione) alla pizzica, da Goldoni alle testimonianze librarie dei monaci amanuensi, dalle fondazioni lirico-sinfoniche alla pizzica salentina. E al turismo. Già, perché nella precipitosa volontà di condensare l’incondensabile in tre righe o poco più, i nostri poco zelanti rappresentanti hanno ben pensato di sovrapporre – o includere – l’ambito turistico a quello culturale. Errore non insignificante: si tratta – è fuor di dubbio – di due settori affini, per certi aspetti confinanti, le cui commistioni tra l’uno e l’altro sono inevitabili (e prolifiche, beninteso). Ma che necessiterebbero, in ogni caso, di una trattazione differenziata.

Come Manlio Lilli, archeologo e giornalista, ha sapientemente analizzato sul Fatto, “sembra che anche il punto dedicato specificatamente alla cultura nasca da una visione turistica dell’intero ambito. Una visione che sembrerebbe privilegiare il fruitore rispetto al luogo della cultura. Sia essa una pala d’altare all’interno di una chiesa colpita dal terremoto del centro Italia, oppure il Parco archeologico di Paestum. Sia un parco naturalistico oppure un museo di arte contemporanea. La sensazione è che, quindi, quel che viene definito il “nostro patrimonio naturale, storico, artistico” non sia poi altro che uno strumento. Il mezzo necessario per attrarre persone. Anzi, visitatori. Quanto questa idea, peraltro tutt’altro che nuova, sia non solo errata ma anzi controproducente, non lo determinano i pareri di tanti commentatori ed addetti ai lavori. Lo evidenziano i numeri. Quelli dei visitatori che ogni anno il Mibac rende noti. Afflussi record nei consueti luoghi più reclamizzati, ingressi di ben altro tipo nella gran quantità degli altri siti. La stortura però si trasforma in paradosso se si pensa che il turismo non è più accorpato al Ministero dei beni e delle attività culturali”.

LE IMPLICAZIONI PER TORINO – Dalla sapiente scrematura di ciò che è propriamente turistico da ciò che è propriamente culturale nascono le riflessioni in merito a quanto questo governo potrà influenzare le sorti dei due comparti locali. A questo proposito è utile prendere in esame il flusso turistico che ha investito negli ultimi tempi le maggiori città italiane. I dati, riferiti al 2018, vedono svettare Roma in cima alla classifica con 26.944.569 presenze. Seguono Milano (11.852.973), Venezia (11.685.819) e Firenze (10.056.157). Per trovare Torino è necessario scendere al decimo posto della graduatoria: 3.717.634 visitatori, superata da Rimini (7.376.990) e quattro centri veneti medio-piccoli – Cavallino-Treporti, San Michele al Tagliamento, Jesolo e Caorle – il cui numero di visitatori spazia da 4,5 milioni circa a 6,3.

Qualora il necessario connubio tra flusso turistico e realtà culturale trovasse nel nuovo governo fautori di un vero e proprio patto d’acciaio tra i due comparti, Torino rappresenterebbe uno dei poli medio-grandi più svantaggiati della penisola. Perché? Milano e Napoli dispongono di circuiti museali di ordini di grandezza paragonabili a quello del capoluogo piemontese. Roma fa, naturalmente, storia a sé, e la stessa Napoli catalizza meno turismo di Torino. Si può dunque applicare il medesimo discorso.

Potendo Milano far leva su più del triplo di visitatori della rivale sabauda, o Rimini che si attesta quasi al doppio, è dunque probabile che molti più turisti recatisi in città per eventi, necessità o manifestazioni di natura non culturale facciano capatine a qualche polo museale cittadino. Una valorizzazione del patrimonio museale in funzione del turismo porterebbe quindi a una sovrastima (con possibile conseguente sovrafinanziamento statale) del ruolo e del valore storico dei musei e di altri centri culturali locali, e allo stesso tempo a una sottostima econ possibile sottofinanziamento di poli simili per offerta, ma localizzati in entri urbani a minor vocazione turistica. Torino, ad esempio.

Il paradosso sta nel considerare i patrimoni culturali nazionali non in funzione del loro reale valore storico (e della proposta formativa di musei, parchi archeologici, chiese e quant’altro), ma in funzione di quanti turisti è in grado di capitalizzare la città che li può vantare. Anteponendo in sostanza alle esigenze puramente artistiche quelle commerciali. Quando sarebbe forse più costruttivo concepire il sostegno all’apparato museale come mezzo per incentivare turismo nelle città, garantendone una sorta di priorità qualitativa. O si incorrerebbe in un esito parossistico: concepire alla stregua Juventus Museum e Pinacoteca Albertina. Perché in fondo conta solo l’accesso di capitale umano hic et nunc.