Giallorossi chi?

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/09/2019


Giallorosso. No, non il binomio cromatico dei vessilli della squadra calcistica capitolina. Ci riferiamo all’aggregato costruito a tavolino che – forse – si appresta a dettare la linea del prossimo esecutivo nazionale. Nelle terre d’Italia ci si potrà stupire di un connubio che a molti potrebbe apparire innaturale, ma non a Torino. Una alleanza di scopo non l’abbiamo mai avuta, certo: M5S e PD tanto in Comune quanto in Regione si sono presentati vestendo gli abiti di combattenti impegnati nell’eterno conflitto intestino alla sinistra.

Ma della discontinuità promessa da Appendino nella lunga campagna elettorale 2016 non abbiamo avuto notizia. Se non, per certi aspetti, in negativo nella gestione del comparto culturale. Bandi cuciti su misura ai compagni di banco della politica, nomine perentorie imposte dalle stanze di Palazzo Civico, perenne revisione al ribasso dei fondi destinati alle manifestazioni e attività culturali del territorio: se vi chiedessimo di affibbiare quanto scritto all’operato dell’una o dell’altra delle ultime due amministrazioni torinesi, con alta probabilità non sapreste a chi guardare. Un occhio all’una e un occhio all’altra, pochi dubbi. Perché quello che nelle intenzioni del voto del giugno 2016 doveva rappresentare un epilogo delle pratiche politiche in voga si è invece tramutato in un “a capo”.

Si potrebbe citare a tal proposito la vicenda della nomina del nuovo direttore al MAO, che offrì all’Appendino d’opposizione l’occasione di fustigare Fassino e l’allora assessore alla cultura Braccialarghe (era il 2015), salvo poi andare a fomentare un ginepraio di bandi pubblici e voltafaccia politici ancor peggiore quando si trattò, l’anno successivo, di selezionare il nuovo direttore del Museo del Cinema. Tuttoggi – e sono più di mille giorni – non pervenuto.

Poche tensioni drammatiche hanno avvolto anche la convivenza tra Appendino e Chiamparino nel periodo in cui quest’ultimo ha ricoperto l’incarico di governatore, generando un granitico soggetto politico piatto, con i due protagonisti lesti a muoversi sugli stessi binari e nella stessa direzione. Il garbuglio più cavilloso degli ultimi tempi, il dossier Teatro Regio, vide nel maggio 2018 l’approvazione da parte della Regione del nome di William Graziosi alla sovrintendenza dell’ente lirico senza batter ciglio. Onorando lo spirito di quell’incrollabile ma silente patto politico che fu il Chiappendino. E che, in materia culturale, è stato ripescato un’ultima in occasione delle polemiche sorte intorno all’ultimo Salone del Libro.

Non sappiamo se la costituenda maggioranza giallorossa riproporrà ad alti livelli quanto visto a Torino negli ultimi tempi di magra: se così fosse, possiamo ipotizzare e scommettere sui probabili risultati. Ma mettiamo in guardia chiunque ambisca a definirla “giallorossa”: di giallo – nell’Occidente civilizzato colore dei liberaldemocratici – nei programmi e nella storia partitica non v’è traccia. Le sole tonalità cromatiche che abbiamo visto, vediamo e vedremo sono una duplice sfumatura di rosso. Liberali (che qualche mente poco formata potrebbe erroneamente identificare in quello stabbio nazionalista di Salvini & Co.) e esponenti della società civile, torinesi e italiani, abbiamo bussato alla vostra porta. Ma nessuno ha risposto.